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E’ ufficiale: la polizia spara sui ministeri

I carabinieri lasciano la «granata bollente» alla Severino e alla polizia. Secondo una prima perizia sommaria il gas sarebbe partito da lontano e dal basso. I dubbi restano tutti: chi ha sparato?

Inchiesta «lunga e approfondita», aveva detto la ministra Severino alla vista dei lacrimogeni sparati a via Arenula. Neanche 24 ore dopo le indagini sembrano già finite.

I carabinieri del Racis (la scientifica dell’Arma) consegnano al ministro della Giustizia una perizia tanto singolare quanto perentoria: il lacrimogeno Cs sparato mercoledì scorso proviene «con ridotto margine di approssimazione» da una sola granata, sparata dalla strada e non dal tetto o dalle stanze dell’edificio (come sembra a chiunque guardi il video amatoriale diffuso su Internet e come appare in viva voce a chi l’ha girato dal vivo), esplosa in 3 frammenti all’impatto con il muro del palazzo accanto alla quarta finestra da sinistra all’ultimo piano.

Leggi la perizia del Racis in pdf

In sostanza, l’idea che qualcuno possa aver sparato dall’alto contro i manifestanti è una semplice illusione ottica. Per i carabinieri quel gas viene dal basso, e in particolare dallo schieramento di polizia attestato su ponte Garibaldi, distante meno di 200 metri dal ministero. Letto, firmato e sottoscritto: generale Enrico Cataldi.

Se non è una pietra tombale poco ci manca. Anche perché uno dopo l’altro tutti i dirigenti di via Arenula smentiscono ingressi di forze di polizia nel palazzo, essendo regolati da una procedura piuttosto rigida.

Negano categoricamente di aver autorizzato alcunché sia il capo di gabinetto della ministra Filippo Grisolia sia il generale della polizia penitenziaria Bruno Pelliccia che comanda il presidio di via Arenula. In quel palazzo non è entrato nessuno. E anche i dipendenti, interrogati nell’inchiesta interna, dicono alle agenzie di non aver visto «nessuno sporgersi o lanciare qualcosa dalle finestre del piano in questione». L’amministrazione, che giovedì appariva disorientata e incerta, oggi è granitica: non è successo niente, un banale lacrimogeno finito fuori traiettoria.

Alla lettera, vuol dire che un poliziotto nel panico o un fucile difettoso hanno rischiato di lanciare un gas tossico dentro l’ufficio della ministra della Giustizia (che era presente nel palazzo) sparando a casaccio da 150 metri. Poteva accadere nelle case di ciascuno di noi. Solo per un caso fortuito, dunque, la granata sparata dal massimo della gittata non ha rotto il vetro provocando gravi danni ai dipendenti.

La toppa sembra peggiore del buco: poliziotti che sparano ai ministeri dovrebbero far insorgere i rappresentanti delle istituzioni molto più di una testuggine di polistirolo. E invece niente.

Eppure. Le fonti contattate venerdì dal manifesto (e da altri giornali) confermano di aver saputo di 5 poliziotti accompagnati da un funzionario arrivare ai cancelli di via Arenula intorno alle 14. Donato Capece, segretario del sindacato di polizia penitenziaria Sappe, aveva detto di essere certo della presenza della Digos sul tetto del ministero. Ricontattato telefonicamente, non smentisce le sue dichiarazioni ma commenta i risultati contraddittori dell’inchiesta con una bella risata: «E che le devo dire, se dicono che non è entrato nessuno allora non è entrato nessuno». È questo il nuovo ordine dall’alto.

La perizia del Racis, sollecitamente inviata in pdf a tutti gli organi di informazione, però, non scioglie affatto tutti i dubbi.

Primo: si basa solo su video presi dal Web e non usa nessuna immagine nuova o originale, magari a disposizione delle telecamere del ministero o di altri, immagini ancora al vaglio (chissà perché) degli uffici di via Arenula e non citate nel documento.

Secondo: cita il ritrovamento di alcuni oggetti all’interno del ministero in modo molto ambiguo. In sostanza (l’originale è su molti siti ed è facilmente verificabile) si tratta di una «porzione di capsula di artifizio lacrimogeno Cs Folarm da 40 mm unitamente a un disco facente parte della stessa capsula» e 2 «analoghi artifizi con disco». Resta volutamente ambiguo – leggendo solo la perizia del gen. Cataldi – se i reperti trovati facciano parte di un unico ordigno spappolatosi sul muro come conclude categoricamente il Racis o di tre ordigni diversi (come suggeriscono le scie di gas che compaiono nei video).

Né è spiegato perché almeno un reperto sia stato trovato dentro al ministero e che cosa sia la quarta scia che compare nei video se i frammenti citati nella spiegazione sono tre.

Anche senza coinvolgere periti balistici, la posizione presunta dello sparo (senza le immagini allegate alla perizia) resta dubbia.

In quel momento le testimonianze sono concordi: le forze di polizia erano attestate massicciamente sul lungotevere dallo stesso lato del ministero verso ponte Sisto e dunque non in linea d’aria con la facciata dell’edificio. Se la sfida era «foto su foto». Gli aspetti da chiarire restano tutti.

Anche perché i testimoni oculari dicono di aver visto i lacrimogeni cadere dall’alto e anche il primo comunicato di via Arenula parlava di «lacrimogeni a strappo» sparati a mano dall’alto (cioè dal tetto, non dalle stanze dove lavoravano gli impiegati) e non di “normali” lacrimogeni sparati da fucili.

Il primo che suggerisce questa tesi è il questore di Roma in conferenza stampa. Ma, lo confessa lui stesso, parlava senza avere ancora visto le immagini. È da quel momento in poi che tutte le versioni ufficiali tendono a coincidere. L’ordine dall’alto è di comporre il puzzle e chiudere tutto nei cassetti.

I carabinieri sembrano voler lasciare ad altri la patata bollente. La domanda è questa: se un poliziotto ha sparato contro le finestre della ministra e non su manifestanti “violenti” è una responsabilità più grave o più lieve? Se il Racis ha le foto con la posizione dello sparo, perché nessuno dice chi ha sparato?

dal manifesto del 18 novembre 2012