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L'urto del pensiero

E tu, di che gender sei? A proposito di sesso e libertà

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di PAOLO ERCOLANI

La lotta dell’uomo per la libertà è qualcosa di eterno e mai conseguibile fino in fondo.

Una lotta strenua, disperata, marchiata indelebilmente dalla sconfitta certa, perché la libertà più grande che potrà mai raggiungere sarà quella dalla vita stessa.

E con l’ottenimento di questa paradossale libertà, finirà anche il bisogno e il senso di cercarla, quella libertà per cui si è tanto affannato in vita.

LIBERTA’ ANDIAMO CERCANDO

Impresa disperata e quasi folle, quindi, quella dell’essere umano di rivendicare e ritagliarsi spazi di libertà rispetto al meccanismo immenso e misterioso della vita e della morte (di cui egli è ingranaggio fragile e ignaro).

Ma anche rispetto agli altri esseri umani, la cui tendenza naturale è quella alla prevaricazione (Nietzsche). E persino rispetto a se stesso, perché per comprensibile angoscia e paura dell’ignoto l’essere umano preferisce sacrificare una buona porzione di libertà in cambio di una qualche protezione da parte di entità e soggetti rassicuranti e protettivi, o presunti tali (Freud).

Quando si parla di «sesso e gender», nello specifico, bisogna essere consapevoli che ci si trova nell’ambito di una di queste grandi lotte dell’essere umano per la propria libertà.

In particolar modo si tratta di quella lotta che egli intraprende contro la Natura (contro Dio, contro il Fato, contro ogni entità immanente o trascendente che si presume regolare il nostro mondo), per emanciparsi da una condizione di «servo arbitrio» (il «sesso» come dato biologico in cui siamo inquadrati fin dalla nascita) e ricercare il proprio «libero arbitrio» (il «genere» come frutto di una libera scelta di seguire le nostre inclinazioni e i nostri desideri indipendentemente o malgrado il dato biologico originario).

Prendiamo il caso di Paolo e Francesca. Il dato biologico, somatico e cromosomico (il sesso) ci dice che il primo è maschio e la seconda è femmina.

Da questo punto di vista la Storia ci racconta che, per esempio, le donne sono state sottomesse, discriminate, perfino condannate irrimediabilmente a fronte di quel dato biologico che le marchierebbe come «inferiori».

Sulla base della natura, peraltro, ci si è sentiti in diritto di commettere le atrocità peggiori nei confronti di razze altre, degli omosessuali e in genere di coloro che non si conformavano all’identità (e agli stereotipi) della razza dominante (maschio, bianco e benestante).

L’emergere della «teoria gender», invece, perché chi parla di «ideologia gender» è in malafede o non la conosce, ci racconta che Paolo e Francesca sono liberi di poter andare oltre quel dato originario. Per esempio seguendo inclinazioni, gusti e in generale condotte di vita che non per forza si conformano agli stereotipi che vorrebbero incasellare il sesso maschile e quello femminile entro schemi rigidi e predefiniti.

Stereotipi che, come ben sappiamo, soprattutto nel caso di donne, gay, lesbiche e transgender hanno comportato forti discriminazioni, limitazioni della libertà e persino violenze.

Ma soprattutto, parlando del «genere» come costruzione sociale (la prima fu nel 1975 l’antropologa americana Gayle Rubin), Paolo e Francesca possono non vedere le loro vite stabilite fin dall’inizio. Lui non sarà costretto ad amare le donne né lei gli uomini, lui non sarà accettato dalla società solo in quanto nobile condottiero né lei soltanto in quanto docile mogliettina che lo attende a casa.

Certo, questa teoria ha visto e vede delle estremizzazioni inquietanti, come quando certe autrici si spingono a prefigurare (e desiderare) una galassia «post-umana» in cui non vi sarà più alcuna distinzione sessuale definita, perché tutto sarà ibrido, senza identità, commistionato e quindi foriero di presunta libertà dai conflitti di genere.

Se è stato un grave errore storico discriminare e mortificare intere categorie umane (a cominciare dalle donne) in nome della Natura, non è da meno pretendere di risolvere quegli abomini proponendosi di rimuoverla o negarla.

TEORIA GENDER E CULTURA DELLA LIBERTA’

Ma dopo aver specificato ciò, dobbiamo dire che quando oggi si parla di (peraltro timida) introduzione della teoria «gender» (specie nelle scuole), si sta compiendo un’operazione legata alla cultura della libertà e del libero arbitrio di ogni essere umano di condurre la propria vita secondo inclinazioni, gusti e desideri che non gli sono imposti da nessun potere costituente.

Così come, nel pieno rispetto di uno dei compiti essenziali della Scuola, si sta cercando di porre le basi per la costruzione di un’educazione umana e civile ispirata ai valori dell’uguaglianza e del pieno rispetto di scelte che esulano in qualche modo dal senso comune o da ciò che si ritiene più normale.

Si tratta di fondamenti indispensabili affinché escano da quelle scuole uomini e donne pronti a battersi per (o comunque a non opporsi al) riconoscimento di diritti che i «diversi» (per citare uno splendido libro di Hans Mayer) attendono da troppo tempo.

Specie nel nostro infausto Paese, che per varie ragioni storiche e contingenti ha subìto l’influsso di dottrine dogmatiche che, per usare le parole di Papa Francesco, miravano soltanto a «condannare e lanciare anatemi col solo scopo di difendere la dottrina (a spese dell’essere umano)».

Suscitano tenerezza, se non fosse che in alcuni casi provengono da pulpiti che dovrebbero preoccuparsi di conoscere ciò di cui parlano (e giudicano), quelle voci che si oppongono pregiudizialmente alla teoria gender (per esempio esprimendosi in termini di «ideologia»), tirando in ballo un esilarante disegno del capitalismo volto a distruggere la famiglia e uniformare il genere umano trasformando tutti in delle monadi isolate.

Chi ha letto Hegel (che peraltro ha avuto le sue belle colpe nella discriminazione della donna), sa o dovrebbe sapere che non è con le dicotomie nette che si afferra il senso del reale, ma che una buona teoria (e prassi) è quella in cui il particolare riesce a universalizzarsi tanto quanto l’universale riesce ad estendersi a ogni particolare.

Fuori dal gergo filosofico: non si tratta di contrapporre schematicamente (e ingenuamente) massa (di individui asserviti e quindi pronti a distruggere ogni legame sociale) a individui (liberi in quanto seguono soltanto ciò che dice la Natura, e questa, insieme ai dogmi religiosi, parla per esempio di uomini e donne e della sacralità soltanto per la loro unione). Bensì si tratta di «uniformare» tutti quanti all’individualismo più rispettoso, appunto, della libertà di ciascuno di scegliere come vivere la propria vita al di là di schemi rigidi e predefiniti.

In tal senso uniformità (o omologazione) e libertà individuale si rivelano felicemente sintetizzabili. Si tratta, anche attraverso una grande operazione pedagogica e culturale (quindi a partire dalla Scuola) di formare uomini e donne omologati soltanto nella capacità (e nella consapevolezza) di cercare la propria libertà e rispettare quella altrui.

Quello che, stavolta sì, a pensarci bene non vuole il Capitalismo né ogni istituzione rappresentativa del Potere.

Di Paolo e Francesca finiti male, la Storia (e non soltanto la «divina commedia») ne ha visti fin troppi. Sarebbe ora di finirla qui.