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Anziparla

È il momento dei (quasi) diritti

Nella sua quotidiana “traduzione” ai fatti che riguardano il presidente del consiglio, Stefano Menichini si occupa oggi di diritti civili: «La grande capacità di Matteo Renzi è cogliere l’attimo. E se mai c’è stato un attimo per sciogliere la più controversa delle questioni “eticamente sensibili” – i diritti delle coppie gay – sicuramente è adesso». Insomma, tutto intorno a noi fa pensare che il momento sia quello giusto, o quasi: la Chiesa ha ammorbidito i toni, «il quadro politico è addirittura rovesciato rispetto agli anni caldi del conflitto (artificioso) tra tradizionalismo e relativismo», «la destra appare molto disorientata».

E dunque, «non è detto che si riesca ad approfittare positivamente del momento proficuo». Ma attenzione alla precisazione: «Là dove per “positivamente” si intenda il varo di soluzioni non ideologiche, equilibrate, accettabili da tutti, “giuste” nel senso più ampio del termine». Non ideologiche (il matrimonio omosessuale è una questione di ideologia?), equilibrate (rottamare sì, ma non troppo), accettabili da tutti (anche agli alleati di governo tipo Alfano), “giuste” nel senso più ampio del termine (confesso di non capire che intende dire, ma ci torno).

Menichini si avvia poi alla conclusione del suo pezzo: «E poi rimaniamo sempre sulla soglia del problema più grosso, sul quale le sensibilità sono molto trasversali e ignorano i confini tra destra e sinistra, credenti e non credenti: le adozioni e soprattutto la fecondazione eterologa, là dove le aspirazioni e la potenza degli adulti dovrebbero essere frenate (o almeno seriamente condizionate) di fronte ai diritti presenti e futuri di chi non può affermarli».

Penso innanzitutto che chi utilizza in questo modo l’argomento di nominare i diritti  e le volontà «di chi non può affermarli» perché non c’è scade in un atteggiamento paternalistico piuttosto fastidioso o, ancor peggio, in un trucco de-responsabilizzante. Facendosi portavoce «di chi non c’è» si mette insomma nelle retrovie con un megafono aprendo però simbolicamente sul campo il paradosso di opporre dei diritti “in atto” (quelli di chi c’è già) a dei diritti “in potenza” (quelli di chi almeno per il momento risulta assente).

Sarebbe più onesto entrare nella discussione affermando le proprie posizioni e affermando che quelle posizioni sono, appunto, proprie e basta. E a partire da qui aprire un confronto “a viso aperto”. (Il paradosso della frase di Menichini è poi molto divertente: limitare la potenza di chi vuole un figlio attraverso fecondazione significa impedire a qualcuno di venire al mondo: impedire di fatto il diritto universale alla vita di quel qualcuno. si dice così, giusto?).

Dopo aver tirato in ballo nel suo pezzo, en passant, la fecondazione eterologa, mi si è chiarito però il concetto di giustizia a cui Menichini faceva riferimento. E proprio nel suo senso più ampio.

Complessivamente ci sono almeno 29 sentenze sul testo della Legge 40 (quella che in Italia norma la procreazione medicalmente assistita compresa la fecondazione eterologa) o su articoli e commi specifici: nel 2009 la Corte Costituzionale dichiarò parzialmente illegittimi i due commi che prevedevano un limite di produzione di embrioni e l’obbligo di un unico impianto; nello stesso anno una sentenza del TAR del Lazio dichiarò illegittimo il divieto di diagnosi pre-impianto. Nell’aprile del 2014, infine, la Corte Costituzionale decise che il divieto di fecondazione eterologa era incostituzionale. Nel 2012 si è pronunciata anche la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo stabilendo che la legge 40 violava la Convenzione europea sui diritti dell’uomo all’articolo 8, quello che prevede il diritto di ciascun cittadino al rispetto della propria vita privata e familiare.

La giustizia (interpreto platonicamente quella precisazione sul “senso più ampio del termine”) ha dunque stabilito con delle sentenze la praticabilità anche nel nostro Paese della fecondazione eterologa. Vi si può ricorrere qui e ora. Ma sembra prevalere nel governo la contrarietà, a prescindere da quel che è giusto nel senso più ampio del termine, e si cavilla per rinviarne l’applicazione. Il Consiglio dei ministri presieduto da Matteo Renzi ha insomma deciso che in questo caso (ma solo in questo) il decreto legge non sarebbe stato uno strumento adatto e ha rimandato tutta quanta la materia alla discussione parlamentare.

Ricordo infine che l’applicazione di quel «che è giusto nel senso più ampio del termine» dovrebbe riguardare anche la legge 194: la legge c’è ed è in vigore, ma resta sostanzialmente inapplicata a causa della massiccia obiezione di coscienza.