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E adesso bunga bunga contro Fini

La miglior difesa è l’attacco. Mentre il «sexgate» di Berlusconi si arricchisce di nuovi squallidi indizi, Pdl e Lega non solo fanno quadrato attorno al premier ma iniziano a martellare l’opposizione anche in parlamento. A cominciare dal presidente della camera Fini, che oggi sarà «processato» nell’aula del senato per via della casa del cognato a Montecarlo: un inedito istituzionale. Ma andiamo con ordine.

Finora per terzo polo, Pd e Idv sono solo batoste. A Montecitorio evapora la sfiducia a Sandro Bondi: 314 voti a favore del ministro dei beni culturali, solo 292 quelli contrari (erano stati 311 il 14 dicembre). Astenuti grazie allo stop al restauro del monumento della Vittoria a Bolzano i due altoatesini. Ministri e dirigenti pidiellini esultano. Alla fine di una votazione tesa più per il clima che per il risultato (sfiorata la rissa tra il finiano Granata e alcuni leghisti) Sandro Bondi tira fuori il veleno: «Fini, Bersani e Casini non sono portatori di nessuna grande idea e di nessun serio progetto politico. Sopravvivono da decenni nel grigiore della politica politicante e si distinguono unicamente per la loro capacità manovriera e per il cinismo ributtante della loro politica».

Casini e i big del Pd minimizzano ma la gestione della crisi berlusconiana da parte delle opposizioni ha tratti tragicomici. Non per fare i profeti di sventura ma un’altra possibile batosta si profila su un tema assai più serio come il federalismo fiscale, dove Pd e Idv in passato si sono già divisi votando diversamente e, soprattutto, Udc e finiani erano proprio (prima del «terzo polo») su sponde opposte.

Anci e governo hanno quasi raggiunto l’accordo. Calderoli lavora ancora a un nuovo testo in vista del voto del 3 febbraio ma Bossi avverte i naviganti: «Ai comuni abbiamo dato tutto quello che chiedevano»: gli aumenti dell’Irpef comunale (più tasse per tutti, alè) e la tassa di soggiorno. Mentre il nodo Imu (la vecchia Ici) dovrebbe essere rinviato a una commissione paritetica. Resta aperto per ora soprattutto l’inter-regno tra oggi e il 2014, quando la riforma Bossi-Calderoli dovrebbe entrare in vigore. I comuni vogliono più soldi da subito. Secondo i calcoli dell’Anci i tagli sul 2011 ammontano a oltre 2 miliardi.

Ma a parte il merito, sul federalismo si è giocata e si giocherà ancora una partita tutta politica. Bersani nega l’ombra di «intese elettorali» dietro l’intesa sul federalismo. Peccato che tutti i maggiorenti Pd – da Letta a Veltroni a Chiamparino – si sono sgolati in interviste e conciliaboli privati chiedendo al Carroccio di «tradire» Berlusconi in cambio della madre di tutte le riforme. Di più: in senato i finiani hanno perfino presentato un emendamento di proroga di 6 mesi della delega federalista. Un’assicurazione sulla vita contro il non voto. Un’idea che non ha alcuna chance di passare. Che Bossi aveva respinto con una sonora pernacchia tanto è sicuro che, se servirà il rinvio, si potrà sempre fare a maggio con un decreto.

Casini vede la mala parata e annuncia a nome del «terzo polo» il voto contrario sul fisco municipale (bella forza, l’Udc è l’unico partito che aveva sempre votato no). Bossi replica lesto che la Lega farà «eventuali alleanze» solo con chi vota quel testo. Un muro contro muro che lascia la situazione in stallo. Il Carroccio non rinuncia al suo dominio sul centrodestra e brucia i ponti a un’alleanza con Casini (senza Fini) che la Chiesa e i dirigenti più accorti del Pdl chiedono da mesi senza riuscirci.

La maggioranza è in crisi di idee e di ossigeno ma va avanti. Non è difficile. Negli ultimi vent’anni in tanti (D’Alema, Violante, Veltroni, Casini, Fini, etc.) sono stati folgorati sulla strada del dialogo e della convivenza pacifica con Bossi e Berlusconi. Tutti hanno verificato a proprie e nostre spese l’inconsistenza di quelle grandi strategie.

Pdl e Lega ormai incendiano la prateria e si curano punto delle forme. Annunciano che diserteranno i lavori del Copasir – il comitato di controllo sui servizi segreti – pur di non parlare dell’agenda e della sicurezza del presidente del consiglio. Rilanciano, perfino, tentando il blitz decisivo contro il «traditore» Fini.

Al senato stamattina va in onda un duello tra «delfini» a proposito della mitica casetta a Montecarlo. Schifani infatti – usando legittimamente una sua prerogativa – ha calendarizzato in via straordinaria un’interrogazione del Pdl al ministro degli Esteri Franco Frattini sulle ultime carte giunte dal governo di Santa Lucia (probabilmente grazie ai traffici del braccio destro di Cicchitto Valter Lavitola). Carte che dimostrerebbero che la casa ex An è effettivamente di proprietà del cognato di Fini Giancarlo Tulliani e che da ieri sono a disposizione della procura di Roma.

Fini nel suo ultimo videomessaggio sulla vicenda aveva detto che se fosse stato così si sarebbe dimesso. In sostanza, un ramo del parlamento discute una «sfiducia mascherata» al presidente dell’altro ramo. Un bunga bunga istituzionale senza precedenti.

da www.ilmanifesto.it – uscisto sul manifesto del 27 gennaio 2011