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Anziparla

Duri a morire: la misoginia degli uomini che odiano la misoginia

Nel mese di aprile, la madre di Elliot Rodger, 22 anni, aveva chiamato la polizia di Santa Barbara, California, perché aveva trovato sul profilo YouTube del figlio dei video in cui Elliot mostrava la sua ostilità verso le donne che si erano rifiutate di fare sesso con lui, la gelosia verso gli uomini che quelle stesse donne avevano invece scelto e la sua intenzione di porre rimedio a «quell’ingiustizia». La donna, il cui figlio aveva problemi psicologici, era preoccupata. «Anche se timido è un giovane meraviglioso, di buone maniere, gentile e molto cortese», aveva concluso la polizia: il ragazzo non rappresentava insomma un pericolo.

Il 23 maggio Elliot Rodger è uscito di casa e ha ucciso in una sparatoria sei persone (due donne e quattro uomini) vicino all’Università di Santa Barbara; ne ha ferite altre tredici; si è ucciso. Non prima di lasciarsi alle spalle un vero e proprio manifesto di più di cento pagine sull’odio contro le donne (sono «animali viziosi, stupidi, crudeli», sono «senza cuore», sono «una piaga, il male e la depravazione», «non dovrebbero avere alcun diritto in una società civilizzata», «distruggerò tutte le donne e farò la guerra contro tutti gli uomini da cui sono attratte», «se non posso averle io non potrà averle nessuno», e così via).

La storia è molto discussa negli Stati Uniti. Se ne è occupata su Slate anche Amanda Hess che parte da qui per provare a guardare la misoginia con gli occhi degli uomini che odiano la misoginia e per cercare di capire cosa ci sia dietro il meccanismo di rimozione e negazione messo in atto molto spesso dagli uomini di fonte alle dinamiche sessiste. Patendo da uno dei principali argomenti utilizzati a proposito di Elliot Rodger: «Ha ucciso quattro uomini e due donne: il doppio dei maschi rispetto alle femmine. Questa sarebbe misoginia?». Si, lo è.

La misoginia colpisce anche gli uomini
Va innanzitutto considerato che la misoginia (che è basata sulla convinzione che mascolinità e virilità siano superiori) colpisce anche gli uomini: si esprime nel bullismo di certi ragazzi che si sentono più maschi di altri, negli insulti omofobici o nella violenza contro le donne trans, colpite perché colpevoli di rifiutare il loro corpo-di-uomo. Nell’ambito della violenza domestica, dove sono certamente le donne ad essere le vittime principali, vanno però anche considerati i molti uomini che si uccidono dopo aver ucciso e soprattutto quelli che, nel ruolo di nuovi fidanzati o compagni, muoiono per mano di altri uomini. Delle aggressioni maschio-femmina e maschio-maschio – entrambe chiara espressione di misoginia – solo una è nominata accettata come tale con il tutto il vuoto che ne consegue.

Un anno prima della sparatoria, lo stesso Elliot Rodger aveva usato questa dinamica a proprio vantaggio: aveva partecipato ad una festa per tentare di offrire «al genere femminile un’ultima possibilità di darmi quel piacere che meritavo da loro» (ha scritto nel suo manifesto). Dopo essere stato rifiutato aveva cercato di buttare da una finestra le ragazze che disprezzava tanto e i ragazzi che avevano ricevuto attenzioni al posto suo. Di fronte alla polizia, Elliot Rodger sostenne che si era semplicemente trattato di una lotta infantile tra maschi riuscendo con questo argomento ad evitare una punizione immediata e facendo in modo, soprattutto, che le radici misogine della sua rabbia passassero inosservate.

La misoginia che gli uomini non vedono e quella che le donne scelgono di aggirare
Ma c’è di più. Non solo ci sono forme di misoginia che non sono riconosciute come tali, ci sono anche forme di aggressione che solo le donne riescono a vedere, che gli uomini non vedono, che decidono deliberatamente di non considerare attuando colpevoli meccanismi di rimozione e negazione. E ci sono, infine, forme di misoginia che le donne stesse “rinunciano” a combattere attuando efficaci strategie di difesa.

Amanda Hess spiega che dopo la sparatoria di Santa Barbara, su Twitter (con l’hashtag #YesAllWomen), diverse donne hanno cominciato a parlare degli uomini che le avevano considerate come pure conquiste sessuali e che le avevano poi minacciate con violenza quando avevano deciso di non conformarsi ai quei desideri. Diversi uomini si sono uniti alla conversazione, esprimendo tutto il loro stupore di fronte a queste rivelazioni che, scrive Hess «si stavano radunando ad una velocità pazzesca, eccessiva per la loro comprensione. Come riuscire a capire che degli individui ritenuti educati, cordiali e persino “meravigliosi” in pubblico potessero esprimere un sessismo così tremendo senza mai farsi scoprire dagli altri uomini?» Insomma, siamo proprio sicuri?

Per guardare la misoginia con gli occhi degli uomini, è interessante leggere l’articolo di Brian Levinson sempre su Slate, tradotto qui dal Post: «Avrei potuto esserci io, al posto di Elliot Rodger», dice Levinson lanciandosi in un lungo racconto sulla propria adolescenza, sugli ormoni che «trasformano il tuo corpo in una pubblicità ambulante per il Viagra», sulle ragazze che sono così «diverse», «impossibili da comprendere» e che «trasformi in esseri magici». La conclusione è questa: non si sa perché, ma a un certo punto, scrive Levinson, alcuni diventano adulti normali «mentre altri finiscono nella voce di Wikipedia “Folli attentatori statunitensi”». Gli adulti normali, ci tiene a precisare Levinson partendo sempre da sé, sono quelli in cui «rabbia e misoginia non sono scomparse ma sono semplicemente «calate»: «L’Elliot Rodger che è in me non è scomparso. Non è attivo quanto lo era un tempo, ma temo che sarà sempre lì: ad aspettare il prossimo momento in cui mostrare a tutti chi è il maschio alfa, ora, stronze». Riesce anche a farci dell’ironia, Levinson. Non provando alcun sentimento vagamente positivo per la sua confessione (affermare di essere diventato un po’ meno uomo-delle-caverne non suscita la mia ammirazione), registro però un fatto: la misoginia è descritta come qualche cosa di latente e insuperabile.

In qualche modo mi vien da dare ragione a Levinson (ma dico subito che il risultato della mia ragione non è qualche cosa di buono). Parto da me. Una sera ho raggiunto con un’amica altre persone sedute in un’osteria. Quando uno dei presenti ci ha salutate pronunciando i nostri nomi, un ragazzo seduto al tavolo accanto – colpito dalla mia amica, che si chiama Annapaola – l’ha a sua volta salutata dicendo il suo nome, cercando poi in modo insistente continui contatti. Dopo aver gentilmente sopportato l’interferenza del ragazzo che mi chiedeva di «passargli» il numero di telefono di Annapaola, gli ho spiegato che lei era fidanzata, «felicemente fidanzata». Ho detto così. So e avevo capito che quel tizio non le sarebbe interessato comunque, ma ho scelto un altro argomento, un’altra strategia: fermarlo facendogli capire che stava violando il territorio di un altro uomo. Consapevole forse del fatto che se una donna esprime il suo rifiuto in maniera indipendente, questo generalmente non risulta efficace. La prova è a portata di tutte: difficilmente si ricevono commenti pesanti quando accanto a noi c’è un uomo.

La mia era certamente una strategia di autodifesa, come lo è quella di sopportare le molestie anche più piccole di qualcuno percepito come potenzialmente pericoloso per evitare una sua reazione violenta. Cosa, questa, che passa spesso per un’apertura agli occhi degli uomini e che contribuisce a trasferire, per chi in quel momento sta osservando, la colpa dal colpevole (appunto) al suo bersaglio. A questo proposito, sempre Amanda Hess cita il comico statunitense Louis C.K. che ha descritto questa strategia nell’episodio di una sitcom. Louis C.K. ricorda di aver osservato un uomo e una donna alla fine del loro primo appuntamento: «Il ragazzo stava per baciarla e lei ha fatto questa cosa incredibile che le donne sanno fare: l’ha preso teneramente tra le braccia. Per gli uomini è una dimostrazione di affetto, ma in realtà, è una tecnica di boxe. Le donne sanno bene come rifiutarci senza farci venire la voglia di ucciderle», conclude Louis C.K.

La strategia è quindi certamente efficace e liberatoria, ma paga il prezzo della cancellazione e della rinuncia alla propria libertà e alla propria autorità femminile, presuppone che si accetti che qualcuno pre­ven­ti­va­mente ce la tolga. Ed è anche una pesan­tis­sima sconfitta: sim­bo­lica e non solo. Met­tersi al riparo dal colpo funziona, ma signi­fica anche perdere l’occasione di aprire un con­flitto e di non poter dun­que ricon­ver­tire l’energia di quel colpo con­tro l’altro. In questo caso, l’insuperabile misogino.