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FranciaEuropa

Due giornalisti ostaggi in Afghanistan: per Sarkozy sono “imprudenti”

I cittadini francesi non conoscono i nomi dei due giornalisti di France 3 (rete pubblica) rapiti un mese fa in Afghanistan. L’Eliseo e il governo avevano chiesto di mantenere il silenzio sui protagonisti involontari di  questo rapimento, cosa che è stata rispettata da tutta la stampa. Ma è stato proprio l’Eliseo a rompere questa consegna, non rilevando i nomi, ma accusando i due giornalisti di “imprudenza colpevole”. Claude Guéant, segretario generale dell’Eliseo, ha affermato che “gli scoop non devono essere pagati a qualsiasi prezzo”. Per Sarkozy, i due giornalisti hanno commesso “un’imprudenza” e per Guéant, per di più, “fanno correre dei rischi alle nostre forze armate che, del resto, sono sviate dalla loro missione principale”, per cercare di liberarli.

I giornalisti di France 3 hanno reagito, senza rompere l’impegno chiesto dal governo e dalla presidenza di non rivelare il nome dei rapiti. In un comunicato, i giornalisti parlano di “argomenti populisti e demagogici” usati dal potere. “Mai prima d’ora il potere aveva osato prendersela con degli ostaggi ancora nelle mani dei rapitori”. I giornalisti di France 3 denunciano anche il “silenzio pesante e doloroso” della direzione di France Télévision. E si chiedono, rispetto al “profilo basso” dell’attuale presidente Patrick De Carolis: non sarà perché siamo “a qualche mese dalla nomina della presidenza della tv pubblica?” (De Carolis, chiracchiano,  potrebbe venire sostituito).

Reporters sans frontières ha organizzato una piccola  manifestazione per i due ostaggi, ma nulla a che vedere con la mobilitazione che aveva avuto luogo ai tempi del rapimento in Iraq della giornalista, allora di Libération, Florence Aubenas, un sequestro contemporaneo a quello di Giuliana Sgrena del manifesto, che aveva dato luogo a manifestazioni e dibattiti congiunti, in Francia e in Italia. Claude Guéant comunica ora che i due giornalisti di France 3 sono in vita. Resta un sentimento di diffusa indifferenza per la loro sorte, come se dal 2005 a oggi molte cose fossero cambiate, in peggio, nella relazione tra l’opinione pubblica e i giornalisti.