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Poltergeist

Downton Abbey – Elogio dell’aristocrazia

Il sessantaduenne Julian Fellowes, figlio di Lord Fellowes del Galles, deputy lieutenant (una carica militare onorifica) di sua Maestà e parìa inglese – nel senso del nobile titolo di peerage – ha passato la vita a raccontare i rapporti tra servi e padroni nell’Inghilterra di inizio ’900. Nel 2001 vinse l’Oscar per la sceneggiatura del delizioso film di Altman Gosford Park e da due anni raccoglie ogni premio alla portata di un’opera concepita all’interno di quella bistrattata forma d’espressione che è il telefilm. È l’autore, infatti, di Downton Abbey, una serie che racconta, per chi fosse sfuggito alla recente maratona su Rete4, delle fortune e batticuori di una nobile famiglia inglese tra l’affondamento del Titanic la fine della seconda guerra mondiale. Aristocratico in ogni suo più dignitosissimo aspetto, dalla sceneggiatura ai pluripremiati costumi, Downton Abbey infonde un dolce senso di sicurezza nell’esistenza di valori antichi, cavallereschi, di caratteri che tengono fede alla nobiltà della loro nascita dal momento in cui si rifiutano di versarsi da soli il caffè la mattina a quando, in tutta onestà, dichiarano di non sapere cosa sia un “weekend” fino a dimostrare tutto il loro aplomb di fronte al tradimento e alla morte giustificando così, implicitamente, la loro posizione di superiorità su tutti gli altri. Downton Abbey insomma è, come è stato brillantemente definito dalla scrittrice colombiana Carolina Sanin “una soap opera senza melodramma.”

Deliziosamente scritto, Downton Abbey divide la sua storia tra il piano nobile dove si muovono con lenta grazia i signori e il seminterrato dove brulica la vita della servitù. Nell’aristocrazia generale di questa serie va annoverata anche la scelta delle riprese: quelle che riguardano i nobili sono girate nel vero castello di Highclere mentre le scene che ritraggono la vita della servitù sono girate in studio. Non potrebbe esserci divisione più grande. E il punto non è se questa serie sia reazionaria o no – è comunque un bel passo avanti per Rete4 dagli squallori di Elisa di Rivombrosa – perché è chiaro che promuove una società antidemocratica ma lo fa tanto quanto Mad Men promuove e condona il maschilismo, l’alcolismo e il razzismo. Downton Abbey cavalca l’onda nostalgica di molte serie televisive che proiettano altrove il mondo migliore che proprio non può essere quello che stiamo vivendo. “Non sono reazionaria,” sostiene l’anziana Lady Grantham (una brillante e vivace Maggie Smith), “desidero solo tornare a tempi più semplici.” Senza elettricità, cioè, né quella mostruosità del telefono o la sedia da ufficio con le rotelle inventata da Thomas Jefferson (“perché ogni giorno è una lotta con qualche americano?”).

La serie andrebbe vista non foss’altro per l’arguzia della sceneggiatura che fa dire al capocameriere – naturalmente più conservatore ancora del suo lord – che, certo, la guerra ha portato tante disgrazie, “ma nessuna come quella di essere costretti a far servire tavola a una cameriera dei piani superiori.”