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Dovere d’insolenza

C’è una storia in Francia che salta agli occhi e mette in contraddizione chi in questi giorni è salito sull’altare dell’unità nazionale, intonando fiero la Marsigliese, urlando per la difesa della libertà di espressione: il processo domani a Saïdou, un rapper francese del gruppo Z.E.P (Zone d’expression populaire) e il sociologo Saïd Bouamama, a causa di una canzone dal titolo: Nique la France (Fotti la Francia in italiano). L’accusa secondo il tribunale è di “incitamento alla discriminazione, all’odio e alla violenza” dopo una denuncia dell’AGRIF (Alleanza Generale contro il razzismo e il rispetto dell’identità francese e cristiana) organizzazione vicina alla destra radicale francese, nostalgici del colonialismo francese.
Non è la prima volta che artisti rap francesi vengono processati per le parole dei loro testi. Per motivi diversi è successo ad esempio agli NTM, agli Sniper (denunciati nel 2003 proprio da Sarkozy), ai La Rumeur e ad altri meno famosi. In Francia gli attivisti antifascisti hanno lanciato un appuntamento fuori al Palazzo di Giustizia per domani alle ore 13 mentre sulla rivista Les InRocks c’è il link per firmare la petizione in difesa dei due.
La parte del testo incriminata è la seguente:
“Nique la France et son passé colonialiste, ses odeurs, ses relents et ses réflexes paternalistes / Nique la France et son histoire impérialiste, ses murs, ses remparts et ses délires capitalistes”. (Fotti la Francia e il suo passato colonialista, i suo odori, il suo tanfo e i suoi riflessi paternalisti. Fotti la Francia e la sua storia imperialista, le sue mura e il suo delirio capitalista).

Interpellato Saïd Bouamama afferma una semplice verità “Che piaccia o no Nique la France è una espressione popolare che noi sentiamo ogni giorno nei nostri quartieri e non troviamo niente di strano a farci una canzone. Anzi. Quel che la politica non vuol capire è che dietro questa espressione ci sono generazioni di ragazzi delle banlieue che si sentono disprezzati e che chiedono soltanto uguaglianza”. Del resto nel video dei Tandem di qualche anno fa “93 Hardcore” (dove 93 sta per la banlieue di Sant Denis a nord di Parigi) si vedono ragazzi sfoggiare una maglietta con uno slogan ripetuto nella canzone stessa “J’baiserai la france jusqua c’quelle m’aime” (fotterò/scoperò la Francia finché non mi amerà). Il che dimostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, qual è la frattura esistente nella società francese. Una frattura che è di classe ma che compatta non nell’appartenenza alla stessa bensì all’appartenenza religiosa, etnica o dal territorio in cui si vive.

E sono proprio loro del comitato “devoir d’insolvence” a denunciare la libertà di espressione a “due velocità”, una per la borghesia bianca francese e un’altra per i giovani delle banlieue, spesso dal colore nero della pelle, proletari della metropoli che proprio nel rap francese hanno trovato una via d’emancipazione. Che poi a mettere sotto accusa i 2 sia un’associazione xenofoba che parla di difesa dei diritti della Francia bianca e cristiana, allora tutto torna.

A 3 giorni dalla strage al Charlie Hebdo su Le Monde usciva un articolo proprio su alcune scuole di St Denis dove una fetta importante degli studenti si era rifiutata di aderire al minuto di silenzio perché non si sentivano particolarmente partecipi al lutto nazionale.

Ma quel che però fa male è che, libertà di espressione o no, rimarrà inevasa la domanda principale. Quella sul come ricomporre una frattura che ha radici lontane. Di sicuro non sta a me dare risposte. Non vivo in quei quartieri, non vivo in Francia e non pretendo di capire tutto. A me rimane solo il compito di raccogliere elementi e pormi domande che abbiano senso e cercare un confronto. Una cosa è certa: più si chiede a questi ragazzi e ragazze di integrarsi su qualcosa di intangibile e che spesso li discrimina più questa fantomatica integrazione verrà rifiutata. E se in Italia continuiamo a regalare intere generazioni di periferia alle destre xenofobe, in Francia e non solo, si rischia lo stesso, ma stavolta regalandole al fascismo islamico, ai salafiti e ai teocrati.

  • Giovanna

    Bello articolo.

    “Una frat­tura che è di classe ma che com­patta non nell’appartenenza alla stessa bensì all’appartenenza reli­giosa, etnica o dal ter­ri­to­rio in cui si vive.” è proprio il problema dovuto anche a una sinistra che invece di affrontare il problema di classe ha spesso preferito affidarsi a qualche autoproclamata autorevolezza religiosa o etnica (o qualche boss di quartiere) invece di ascolatre le mille contradizioni della vita reale.

    P.S, Il senso iniziale poi “détourné” di ZEP è Zone d’ Education Prioritaire. Che il problema non sia l’universalismo ma il tradimento dell’universalismo?