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Street Politics

Dopo Nuri al-Maliki, avanti il prossimo

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Dopo l’avvicendamento tra Nuri al-Maliki e Haider al-Abadi, alla guida del governo di Baghdad, con l’accordo di Tehran, Bashar al-Assad potrebbe essere il prossimo. Con la fine di al-Maliki, la diplomazia iraniana ha dimostrato di saper intervenire per contenere una crisi politica che avrebbe potuto aggravare gli effetti dell’avanzata dello Stato islamico (Isis). Eppure fin qui Tehran non ha assunto lo stesso approccio con Damasco, ma non è detto che con la fine politica di al-Maliki non sia cambiato qualcosa anche sul fronte siriano. Di certo nella capitale iraniana sono saltati sulla sedia quando Assad ha chiesto bombardamenti mirati e congiunti degli Stati uniti sul Nord della Siria. E così il presidente del parlamento, Ali Larijani, si è affrettato a definire i raid Usa per eliminare i jihadisti di Isis come «inappropriati». Non solo, il presidente iraniano Hassan Rohani ha più volte promesso un approccio critico verso la leadership di Assad. Ma le sorti del presidente siriano dipendono come sempre soprattutto dalle volontà dell’ayatollah Ali Khamenei che prende le sue decisioni con saggia lentezza.

Nel frattempo, riconoscere che Assad abbia lasciato fare i jihadisti (nessuna accusa di un’alleanza strutturata) allunga la vita del regime e allontana i bombardamenti Usa. Da una parte, impedisce agli Stati uniti (Francia e Gran Bretagna) di sostenere che Assad sia un interlocutore credibile per attacchi congiunti alla Siria. Dall’altra, permette al presidente siriano di proseguire in bombardamenti mirati nel Nord del paese. Perché solo se i jihadisti continuano a esistere (si veda quanto aiuta i militari egiziani il jihadismo nel Sinai), Assad può governare «per sempre».

Spiegare i legami delle élite politiche e militari con l’islamismo radicale in Medio oriente serve a capire cosa è successo dopo le rivolte del 2011. Se non si stigmatizzano i jihadisti e si riconosce la forza della lotta non violenta dei Fratelli musulmani egiziani (e in altre forme e con altri esiti dei Fratelli musulmani siriani e libici) ci saranno milioni di occasioni mancate come le rivolte del 2011. Per esempio, un partito che viene estromesso dal potere come è successo, con il colpo di stato militare del 3 luglio 2013 in Egitto, ai Fratelli musulmani, dopo aver ottenuto il 50% alle elezioni, avrebbe potuto fare qualsiasi cosa: anche innescare una guerra di tutti contro tutti. Ma non lo ha fatto: gli islamisti in Egitto continuano con lo sciopero della fame, dopo 5 mila morti per mano di militari e polizia, condanne a morte di massa, mentre le loro scuole vengono chiuse e perquisite e i loro migliori uomini marciscono in prigione.

La non violenza dei Fratelli musulmani in Egitto dovrebbe essere premiata. Invece nessuno ha mosso un dito (Usa, Europa, movimenti laici egiziani) per difendere Morsi e la Fratellanza. Forse perché non hanno saputo dialogare con le forze secolari. Forse perché piacerebbe a tutti noi vedere questi paesi governati dalla sinistra, fin qui debole e divisa, piuttosto che da un partito islamista moderato. O forse perché si sottovaluta la distinzione tra islamismo moderato e jihadismo. E su questo è necessario interrogarsi per aborrire le menzogne del premier israeliano Benjamin Netanyahu che equipara Hamas e Isis. Invece, occorre ricordare che l’opposizione di Hamas a Bashar al-Assad è costata (temporaneamente) al movimento palestinese il sostegno di Tehran.

E così, il colpo di stato del 3 luglio 2013 in Egitto ci costringe a una riflessione attenta. Da quel momento il presidente Abdel Fattah al-Sisi, guardando alla Russia di Vladimir Putin, ha costruito un vero modello esportabile che funziona anche in Siria: scioperi e manifestazioni non portano a nulla. Lo stato (l’élite militare con giudici, polizia) instilla islamofobia e si presenta come l’unico baluardo contro il terrorismo. Dire che Assad abbia lasciato fare i jihadisti significa non tacere che le élite politiche in Medio oriente attivano a orologeria i movimenti salafiti. E così, dallo scoppio delle rivolte, Assad ha trasformato la ribellione in settarismo per impedire un cambiamento di regime, lasciando uscire dalle carceri detenuti radicali sin dal maggio 2011.

Di certo, per spiegare le divisioni settarie tra sunniti e sciiti non bisogna andare troppo lontano. Questa spaccatura è stata prima generata e fomentata dagli Stati uniti che, lasciando scannare Iran e Iraq tra loro (1981-1988), hanno accresciuto il loro controllo nel Golfo persico sostenendo l’Arabia saudita come guida regionale per isolare l’Iran. La divisione tra sunniti e sciiti è stata esasperata poi con la guerra al terrorismo di George Bush jr. in Iraq del 2003. In altre parole, Assad e Sisi hanno appreso proprio dagli Stati uniti come innescare il settarismo e usare la minaccia del terrorismo per fermare la transizione democratica nei loro paesi.