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Dopo la fiducia, gli schiaffoni di Mr. Monti

Il Professore incassa una fiducia bulgara ma avverte i partiti: se staccate la spina a me, cittadini e mercati poi la staccheranno a voi. Alla camera 556 sì e 61 no (la Lega più Scilipoti e Mussolini). L’Italia torna in Europa, con Merkel e Sarkozy.  Il premier userà il feeling «permanente» con Parigi e Berlino contro la palude che lo attende in patria. A cominciare dal risiko dei sottosegretari

Tecnico sì ma non certo digiuno di politica. Mario Monti ottiene una fiducia bulgara alla camera (556 sì e soltanto 61 no, quelli della Lega più Mussolini e Scilipoti) ma è consapevole lui per primo che la forza dei numeri non sempre è pari a quella della politica.

Sulla carta nessun esecutivo della storia ha mai avuto una fiducia così ampia dal parlamento. Ma nella sua replica alla camera, di fronte ai big di tutti i partiti, si vede subito che il Professore ci tiene a mettere le cose in chiaro dall’inizio. E di quando in quando, su tutti i punti chiave, lascia partire staffilate che dietro l’ironia e il sarcasmo arrivano dove devono.

Monti non dismette per un minuto i panni dell’«umiltà» e della «sobrietà» che hanno contraddistinto i primi passi del suo governo «di impegno nazionale». Dice che deve ancora «imparare» tante cose, che è un «novizio» delle aule parlamentari. Ancora una volta, inizia con omaggi e applausi per tutte le cariche che contano (per Gianni Letta secondo inchino e standing ovation in due giorni).

Alle molte perplessità sentite dentro e fuori l’aula Monti risponde citando la propria biografia. Ai leghisti in rivolta: «Di fronte a certi discorsi ho quasi un sussulto, non sono settentrionale io, non sono lombardo e varesino?».

Agli italiani all’estero che si sentono trascurati: «Vi capisco, per dieci anni sono stato anch’io un italiano all’estero». E ancora: «Io, nato a Varese, avevo un padre nato in Argentina, figlio di emigrati italiani, italiani all’estero».

Parla di sè per scoprirsi ma anche per scoprire le carte altrui. «Chiamatemi come volete – dice in aula prima e ai giornalisti poi – certo non sono ancora abituato a rispondere come presidente del consiglio. Come diceva Spadolini, i presidenti passano i professori restano».

E’ soprattutto all’accusa di essere un agente dei «poteri forti» che Monti reagisce con veemenza: «La considero offensiva. Di poteri forti, lo dico con molto rispetto, in Italia non ne conosco, magari l’Italia avesse un po’ di più qualche potere forte». Il Professore racconta di aver conosciuto i poteri forti quando era a Bruxelles – «quelli veri», li chiama – e ricorda che all’epoca aveva «resistito alle pressioni del presidente degli Stati uniti e l’Economist scrisse che per il business americano ero come Saddam Hussein» (era il 25.10.2002, leggi qui).

Monti non ha problemi nel riconoscere che «molta parte della responsabilità della crisi» è dovuta a «gravissimi vizi di funzionamento delle istituzioni finanziarie e dei mercati». Tuttavia invita ciascuno a prendersi le proprie responsabilità. A cominciare dalla politica, «da decisioni prese per decenni in quest’aula, quando c’era poca attenzione ai temi dell’equilibrio della finanza pubblica».

Umiltà ma anche determinazione, contro chi vuole mettergli i bastoni tra le ruote. Non a caso sul finale lancia due stoccate che sono uno schiaffo soprattutto alle pretese revansciste del Pdl.

«Pensiamo che se noi faremo un buon lavoro, nel darci o ritirarci la fiducia forse voi dovrete anche tener conto di quali sono le conseguenze per quanto riguarda la fiducia dei cittadini in voi». Come a dire, insieme partiamo e insieme cadiamo, se fallisco io la colpa è di chi non mi ha sostenuto e il popolo lo capirà.

Ma il vero asso nella manica del Professore è il ritorno permanente dell’Italia al tavolo dei grandi. Cancellando il Berlusconi-fantasma degli ultimi mesi, Monti annuncia che Roma torna stabilmente accanto a Parigi e Berlino nella complessa geografia europea.

Martedì sarà a Bruxelles per incontrare Barroso e Van Rompuy e giovedì, a Strasburgo, inaugurerà il nuovo asse italo-franco-tedesco. Se le cose si complicano tra i sostenitori in patria, gli alleati d’Oltralpe – quelli “veri” – faranno sentire la loro voce.

La cautela è d’obbligo. Ministri muti e carte ben coperte sui primi provvedimenti del governo. Ma a chi già lancia sue ricandidature a Palazzo Chigi (Bocchino) o al Quirinale (Casini) fa capire: «Non mi accingerei neanche ad andare oltre alla fine della legislatura, questo l’ho chiarito a tutti. E poi in vita mia non mi sono mai candidato a nulla».

«Certo – dice guardando lo scranno ancora vuoto di Berlusconi tra i banchi del Pdl – se fosse possibile rendere questo concetto di profonda dipendenza del governo dal parlamento con espressioni diverse da quella di staccare la spina, ne sarei grato». E tra gli applausi schiaffeggia: «Non ci consideriamo un apparecchio elettrico e saremmo incerti se essere un rasoio o un polmone artificiale». Sottinteso ma ben leggibile: ai partiti.

Tanta fiducia, e tanta chiarezza, non nascondono le difficoltà nella nascita del governo. Tra Pd e Pdl è già partito – sottotraccia – un duro scontro sui futuri sottosegretari.

I democratici insistono per affiancare ai tecnici ex parlamentari che siano in grado di condurre in porto le iniziative legislative nelle varie commissioni. Nomi affidabili, va da sé, che consentirebbero un minimo potere di controllo anche alle vecchie opposizioni. Il Pdl, al contrario, mira a zavorrare Monti promuovendo a sottosegretari la maggior parte dei capi di gabinetto dei ministri uscenti, a cominciare dal più potente di tutti, Vincenzo Fortunato, storico deus ex machina di Tremonti all’Economia.

dal manifesto del 19 novembre 2011