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Dopo i ballottaggi, il Pdl trema anche a Roma

Oggi si vota e domani piazza Duomo si prepara ad accogliere la festa che cambierà la città e potrebbe terremotare tutta la politica italiana. Crisi di panico e gaffe per l’ennesima giravolta di Tanoni e Melchiorre. A una maggioranza senza politica non resta che la difesa del potere

La «granitica certezza» con cui l’entourage berlusconiano è sicuro di vincere i ballottaggi cozza un po’ – anzi parecchio – con l’atmosfera diffusa nel partito alla vigilia. Ridicolizzato all’estero e fischiato a Napoli, il premier si è rifugiato per poche ore nel buen retiro della Sardegna. Già stasera, molto probabilmente, l’aereo di stato lo riporterà a Milano per l’ultimo voto prima delle politiche.

Il premier per una volta rispetta il silenzio elettorale. Finita la campagna per le amministrative, domani non si recherà in tribunale al consueto «processo del lunedì». Verosimilmente attenderà i risultati al Nord prima di tornare a Roma, dove lo aspetta un Pdl sull’orlo di una crisi di nervi.

Ad agitare il Palazzo ci si mette perfino l’addio al governo della deputata lib-dem Daniela Melchiorre. Specialisti del cambio di casacca, i tre parlamentari guidati da Italo Tanoni hanno preso al volo l’attacco anti-giudici al G8 per rimettersi sul mercato elettorale. Non c’è più da stupirsi: gli ex diniani furono determinanti nella caduta di Prodi. Nel 2008 furono accolti a braccia aperte da Silvio nel Pdl. Una volta eletti, ma senza poltrone, si misero subito alla finestra attendendo il momento buono. Arrivato il 14 dicembre provarono a lucrare le loro lucine verdi determinanti alla camera. Un mese di transito nel terzo polo, poi il ritorno al Pdl con tanto di strapuntino allo Sviluppo economico per la telegenica Melchiorre e infine di nuovo il limbo del bazar Montecitorio. Un’oscenità politica che si attira i coloriti commenti degli azzurri traditi.

Il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto sbotta: «La Melchiorre ha lasciato l’incarico. Mi ero sempre chiesto come mai avesse accettato le attività produttive, ho sempre pensato che ci fosse stata un po’ di confusione e che fosse stato dimenticato un ‘ri’ nel decreto. Certo, mancherà al paese tutto il suo enorme bagaglio culturale, il suo alto profilo morale, il suo eccelso senso delle istituzioni. L’Italia perde un pilastro che sarebbe stato fondamentale per rilanciare l’economia e rendere più credibili le istituzioni».

L’antifona nel Pdl è questa. Perché Tanoni e i suoi «corsari» sono i più sensibili al vento che tira. I numeri del governo alla camera non sono eccellenti. La «quota 330» assicurata per mesi dal Cavaliere (a Bossi in primis) è ormai una distanza siderale. La mini-scissione dei «responsabili» e il malessere di Miccichè e Scajola potrebbero favorire incidenti anche al di là di strategie preordinate. E’ già accaduto, accadrà ancora.

Non a caso, i calendari parlamentari per ora sono vuoti. Martedì alla camera c’è un decreto tecnico sul referendum e mercoledì al senato si vota la proroga a novembre del federalismo fiscale già passata all’unanimità a Montecitorio. Resta in sospeso la «verifica» della fiducia auspicata da Napolitano dopo la seconda infornata di nuovi sottosegretari.

Non sono alle viste insomma «voti campali», certo, la maggioranza potrà andare sotto (e ci andrà) anche perché è già accaduto a ripetizione dopo il primo turno.

Certo, poi c’è la pausa dei lavori per il referendum e il Cavaliere potrà prendere altro tempo. Ma i nodi veri stanno arrivando. Tremonti deve tagliare ancora il bilancio. Il «nodo Libia» è lì immutato e presto si parlerà anche del Libano, dove La Russa è pronto a ritirare almeno 600 caschi blu italiani. Il Carroccio è ancora dietro al cespuglio.

Come dimostra la lite col Corriere e gli ammiccamenti a 360 gradi con maggioranza e opposizione pattina sul viscido. Il 19 giugno Bossi sarà a Pontida. Insisterà sul decentramento dei ministeri (già prevista una proposta di legge popolare), chiederà a Tremonti di scucire soldi per il Nord. Inimicandosi così tutto il resto della coalizione a cominciare dall’ala sudista e siciliana, fondamentale in caso di elezioni dopo l’addio di Fini.

Il Pdl arriva all’appuntamento con la storia debolissimo. In preda alle mille «correnti» vogliose di posti e congressi, bramose di teste da far rotolare per provare a non perdere tutto. Nel centrodestra, da tempo, è finita la politica ed è rimasto solo il potere. Da adesso in poi anche quello, ormai vuoto, sarà una trincea da difendere metro per metro.

dal manifesto del 29 maggio 2011