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Antiviolenza

Donne morte ammazzate

Stefania Noce

Stefania Noce aveva 24 anni e insieme al nonno, Paolo Miano di 71 anni che ha cercato di difenderla, è stata trucidata la mattina del 27 dicembre con numerosi colpi sferrati con un coltello da cucina per mano dell’ex fidanzato, Loris Gagliano, 24 anni anche lui, che non riusciva ad accettare la fine della relazione. Un atto folle, hanno scritto i giornali trattando il caso di Stefania come uno dei tanti casi isolati di omicidio per troppo amore, per un uomo così legato alla vittima, da tentare di raggiungerla con un tentato suicidio subito dopo il delitto, fino a essere colpito da improvvisa amnesia appena catturato dalle forze dell’ordine. La verità è che Gagliano era andato quella mattina a casa di Stefania con ben 4 coltelli – poi ritrovati in macchina – per eseguire un delitto per cui è azzardato parlare di raptus momentaneo, e quando aveva citofonato insistendo per entrare, Stefania aveva aperto la porta al suo assassino perché forse era convinta di farlo ragionare, di chiarire ancora una volta le sue ragioni senza pensare che quel ragazzo poteva essere pericoloso: perché? Stefania frequentava la facoltà di Lettere a Catania e Loris faceva Psicologia a Roma, due ragazzi normali: “Lei era estroversa, vivace, determinata – ha detto un amico dei due ragazzi a Repubblica – lui possessivo, introverso, quasi ossessivo. Per lei la storia era finita, ma lui non si rassegnava e le scenate erano continue. Ma chi poteva mai pensare che potesse finire così?”, esatto: chi poteva pensarlo? Nessuno perché la cultura insegna che è normale, che un uomo “passionale” è così, è possessivo, ossessivo, e anche violento, e se un marito fa una scenata di gelosia la fa perché “ama”. Quante volte donne che dopo anni di sopportazioni sono andate a denunciare mariti violenti e fidanzati maltrattanti alla questura, sono state rispedite a casa con un “ma signora, è normale, ora vada a casa e fate pace, e stia più attenta la prossima volta, non lo faccia arrabbiare”, quante volte nei tribunali mariti violenti sono considerati al pari della moglie per l’affidamento dei minori con conseguenze devastanti, quante minacce anche di morte da parte di ex partner-stalker sono considerate “normale condimento” di un rapporto conflittuale. Ed è così, per questa cultura che rinnega e relega nel silenzio, con la complicità dell’informazione che smorza, attutisce, rende il caso eccezionale, opera di un folle gesto che non riguarda la normalità, che le donne diventano resilenti, riducendo psicologicamente la paura e non riconoscono il pericolo in un ex, un marito possessivo, un fidanzato geloso, uno spasimante rifiutato, perché anche se questi uomini sono violenti la cultura li rende “normali” e le donne non temono di poter essere uccise, una convinzione letale che le porta a incontrare i loro assassini. (…) Una cultura ancora potentissima in Italia dove a uccidere non sono gli stranieri (meno della metà), ma gli italiani e sono i mariti (22%), gli ex (23%), i conviventi (9%), i figli (11%) e i padri (2%), e per la maggioranza non sono semplici atti di follia isolati ma l’epilogo di violenze fisiche, sessuali, psicologiche, di maltrattamenti e umiliazioni costanti con scoppi d’ira dovuti al possesso che l’uomo decide di voler esercitare sulla donna, perché il femicidio, sia ben chiaro, non è un atto di follia, ma una conseguenza estrema del totale controllo sulla donna, in cui l’uomo decide di disporre del corpo femminile, sia teoricamente che materialmente, fino alla morte. (estratto da www.giulia.globalist.it)