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losangelista

Django: Tarantino Scatenato

 

A losangelista non siamo tarantiniani integralisti, di quelli che citano battute di Pulp Fiction e le Iene come versetti dei testi sacri e inneggiano sempre e comunque ad un ipotetico “cinema pulp”, ma siamo pronti ad ammetterlo: Django spacca. Quentin Tarantino torna alla mediazione brevettata fra cinefilia e gli istinti  piu’ viscerali del cinema e dimostra una volta per tutte l’incomparabile maestria nel suo ultimo film che porta nel nome il DNA dello spaghetti western, un suo amore di sempre e fra le influenze piu’ citate. Django non e’ un remake  del predecessore di Sergio Corbucci,  un film gia’ omaggiato in Le Iene con la scena del taglio dell’orecchio, anche perche’ il crepuscolare iperviolento di Corbucci era quasi un astrazione, spoglia di trama salvo la vendetta come trazione anteriore, senza cambio di marce. La versione di Tarantino mantiene l’ossatura “revenge” – come gia’ daltronde Bastardi Senza Gloria– per costruirvi un vero film. Il film apre con una compagnia di schiavi ai ferri che attraversa una landa desolata: il titolo dice Texas ma siamo nelle Alabama Hills, il deserto alle pendici della Sierra Nevada californiana dove sono stati girati  centinaia di western specialmente a basso costo, tipo quelli di Butt Boetticher – una location che di per se e’ un omaggio ad una fetta cruciale di cinema “serie B”. Fra i malcapitati del purgatorio afroamericano  che e’ l’America alla vigilia della guerra civile  c’e’ Django, schiavo fuggiasco che sara’ ricattato dal Dr. Schultz (Cristoph Waltz) sedicente dentista austriaco e l’oratore piu’ forbito del west. Associati in un impresa di caccia alle taglie insieme seminano il panico fra i ricercati ma soprattutto fra i buoni cittadini del Sud schiavista per via della loro paritaria consociazione interazziale. Considerando il peso storico della schiavitu’ sulla coscienza nazionale l’argomento e’ in fondo stato assai poco elaborato nel cinema di Hollywood dai tempi di DW Griffth e il suo elogio al KKK. Django invece e’ il secondo film di questo autunno ad essere ambienato su questo sfondo e di gran lunga il piu’ gustoso rispetto alla ponderosa storiografia del Lincoln di Spielberg. A vent’anni dalla Iene Tarantino mostra la piena padronanza della consueta contaminazione fra high brow e low brow e la prima ora e mezza fila via a ritmo di B Movie promosso sul campo alla serie A, miscelando una trama pulp, pezzi di grindhouse e decostruzioni virtuosistiche nel segno di Sergio Leone. E  toccando sublimi picchi di farsa popolare:  quando al chiaro di luna un posse incappuciato di KuKluxKlan tuona in cavalcata wagneriana per dare una lezione al negro altezzoso la spedizione puntiva finsice in polemica a causa dei buchi per gli occhi nei cappucci – troppo stretti per vederci bene.  Nel sud schiavista delle piantagioni Django cerca la giovane moglie da cui e’ stato separato a forza: Brunilde –  e nel suo magico frullatore pop Tarantino butta anche i Nibelunghi con la colt nel cinturone. Miracolosamente non e’ una forzatura,  e la vendetta contro gli schiavisti funziona anche meglio di quella contro i nazisti, anche perche’ la violenza di questo peccato originale sopravvive di piu’ nei projects delle inner cities americane.  Tutto e’ splendidamente lubrificato da una colonna sonora in cui convivono l’hip-hop, Morricone, Johnny Cash, country R&B da Stax records – un film paralleo per le orecchie. Sullo schermo intanto scorre la violenza (vera e grand guignol) e un cortocircuito di cultura black: lo swagger,  il bling, la rivalsa sul house nigger (sublime Samuel  Jackson). Tarantino scorrazza con abbandono nei putridi acquitrini del Mississippi dove suppura la cattiva coscienza di un paese che ha rimosso 150 ani di schiavitu’ e nel rutilante involucro del film c’e’ tutta la ferocia di questo bagaglio. “Che c’ha l’amico tuo?” chiedono a Django quando il Dr. Schultz fatica a sopportare la vista di uno schiavo dilaniato dai segugi  per i diletto degli astanti “non e’ abituato a frequentare gli Americani”, la devastante risposta. Nella seconda parte del film (che dura quasi tre ore) e’ piu’ evidente l’artificio taratiniano, la lunga sequenza della cena in piantagione con colpo di scena  ad esempio e’ speculare rispetto a quella della taverna di Bastardi Senza Gloria. I nostri eroi  incappano in un giro clandestino  di combattimenti gladiatoriali fra schiavi (siamo dunque sul terreno di Mandingo di Richard Fleisher) gestito dal perfido Leonardo di Caprio che nel suo ruolo forse migliore sublima la malvagia putrefazione del Vecchio Sud. Verra’ la catarsi nei ternini piu’ esuberanti – quelli del cinema popolare, un genere ormai estinto che Tarantino nel suo film piu’ maturo fa rientrare dalla finestra in un era in ui non esiste piu’.

Luca Celada