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Distorsioni a caldo sul congresso di Sel

Un blog è un blog e perciò questi appunti a caldo sul congresso di Sinistra ecologia e libertà appena concluso sono del tutto personali e non impegnano in alcun modo il collettivo del manifesto, che rifletterà domani, in riunione di redazione, sull’esito delle assise di Riccione.

24 pol2  VENDOLA RENZI facebook

Dispiace aver sentito, nelle conclusioni di Nichi Vendola, l’accusa al manifesto di aver “distorto” il dibattito in Sel sulla lista per un’AltraEuropa con Tsipras. Con l’aggiunta che ci “capita spesso”. Dispiace perché è troppo facile rovesciare sugli altri una mancanza di chiarezza che si è sentita più nei due interventi di Vendola che nel dibattito congressuale, dove le varie posizioni sono emerse, come ha riconosciuto lo stessa Vendola, con chiarezza e perfino “eleganza”. Divisioni venute a galla nel voto finale, dove il documento pro Tsipras è passato con 382 sì, 68 contrari e ben 123 astenuti. Circa il 40% dei votanti in assemblea dunque non si riconosce nella collocazione alle europee presa dal congresso. E se si considera che i delegati erano 900 (almeno secondo i numeri ufficiali) i 382 sì rischiano di essere quelli della fazione più grande e non quelli di tutto un partito che lavora unito per vincere nel campo che conta: l’Europa.

In tanti hanno lavorato per collocare Sel nell’area della sinistra. Anche le organizzazioni autonome ed esterne a Sel, come il manifesto. Penso all’intervento di Raffaella Bolini dell’Arci, per esempio.

Il partito di Vendola invece decide che entrerà nel Pse (a febbraio c’è il congresso degli eurosocialisti) e sosterrà la candidatura a presidente dell’eurocommissione dell’antagonista di Schulz, Alexis Tsipras, possibile capolista della lista italiana per un’AltraEuropa. Una posizione “scivolosa”, che lo stesso Vendola, alla vigilia del congresso mostrava in privato di non gradire.

Per Sel, prima di Riccione, le alternative erano due: correre da soli, con il proprio simbolo, candidando soprattutto i dirigenti locali e gli amministratori in grado di “intercettare” voti. Una carica disperata di Balaclava contro la soglia di sbarramento che aveva gettato nel panico le varie personalità con cui il presidente della Puglia aveva avuto modo di parlare. Mettendo nel conto una sconfitta ma liberandosi dalle difficoltà del confronto a sinistra e dotandosi di un numero percentuale con cui confrontarsi con il Pd nella partita per le alleanze politiche. L’altra, quella poi scelta dal congresso e tutta da verificare, era impegnare il proprio patrimonio di esperienze diluendosi in un contenitore rosso-verde più grande, dove il nome di Tsipras sembra sulla carta di ben altro profilo rispetto alla negativa esperienza di Ingroia e di Rivoluzione civile. Su questo progetto, ben più difficile del correre da soli con le proprie modeste bandiere, molte e diffuse sono le speranze. Speranze, dico, con un’unica certezza: che due liste a sinistra avrebbero avuto come unico risultato portare a Strasburgo soltanto euroscettici (Berlusconi, Grillo e Lega) e i democratici. Non certo gli “euroinsubordinati” di cui parla Barbara Spinelli nella bella intervista di domenica al manifesto.

Non scegliendo dal podio (cito: “Sel non può essere indifferente al tema dell’allargamento e dell’apertura, magari della partecipazione ad un’impresa politico-elettorale che incarni con radicalità lo spirito di innovazione di cui la sinistra ha bisogno; ma Sel non deve neppure aver paura di andare col suo simbolo alla sfida delle europee”), Vendola ha cercato di risparmiare il partito dallo scontro aperto tra le varie anime, a grandi linee guidate da Ferrara-Migliore da una parte e Fratoianni-Smeriglio dall’altra. Quest’ultima per ora l’ha spuntata e Fratoianni potrebbe essere il prossimo numero due di Sel. Ma la prima medita vendetta più avanti, quando si tratterà di costruirla, questa lista Tsipras, e di negoziare candidature e organismi dirigenti e di raccogliere i voti nelle urne. Il secondo round sarà la conferenza di organizzazione già convocata per ottobre, che sarà tutta dedicata agli equilibri interni al partito e alla rotta da prendere per le politiche.

Quella che è mancata, in un partito che nasce non da una ma da almeno tre scissioni (dal Pd, dal Prc e dai Verdi), è una riflessione politica sulla sconfitta di Italia Bene Comune. Bersani, che ne era il candidato premier, si è dimesso. E il Pd a ruota ha scelto a milioni di voti il successore, Renzi, imprimendo al partito una torsione rapida e forse irreversibile. Nulla di tutto ciò in Sel. Quella scommessa di costruire la gamba sinistra del centrosinistra oggi appare ancora più nebulosa della lista Tsipras. L’ingresso di Sel nel Pse corrispondeva a quel quadro politico, con un Pd bersaniano e Sel nell’orbita della maggioranza. Ma oggi Sel è all’opposizione (timida, flebile) di un governo Pd-Berlusconi. E i fischi della platea all’inviato di Renzi annunciano una trattativa tesissima con i “rottamatori” che hanno preso il Nazareno. Non sarà con la retorica sul “caimano” o il conflitto di interessi che si compone questa frattura. Vendola assicura che il Pd “non è il nostro destino, è il nostro interlocutore non la nostra resa”. Ma chissà se queste sue parole saranno ancora valide nel 2015 o con l’Italicum approvato.