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Antiviolenza

Diritti: 1 milione in piazza ma l’Italia all’Onu dice che va tutto bene

A Roma corteo Cgil contro governo Renzi, 'lavoro e diritti'

da bettirossa.com

Anche se i media non danno troppo risalto alla cosa, mentre il governo italiano si preoccupa di fare bella figura all’estero, oggi a Roma 1 milione di persone sono scese in piazza per dire no a Renzi: no alla legge di stabilità, no alla ulteriore precarizzazione del lavoro, no al tfr in busta paga, no a nuove tasse, no alla cancellazione totale dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Chi non crede a Renzi quando assicura 1 milione di posti di lavoro (di berlusconiana memoria), e sa che non ce ne saranno nuovi ma il riciclaggio di quelli vecchi – resi disponibili dalla mobilità e dalla maggiore facilità di licenziamento e ricambio della forza lavoro – sa anche che questa manovra metterà a rischio un Paese che nell’art. 1 della Costituzione dichiara che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Una manovra, quella guidata dal presidente del consiglio, che fa scricchiolare i principi base del diritto, e che in un Paese in declino e in forte crisi economica, come il nostro, dopo aver rosicchiato il rosicchiabile, attacca pericolosamente la sfera dei diritti fondamentali della persona. Eppure il governo non sembra scoraggiarsi e mentre respinge i migranti, tortura i detenuti in carceri stracolme, fa il furbo sul femminicidio, manda sul lastrico i centri antiviolenza, tace sull’aumento del 56% di violenza sui minori italiani, va candidamente alle Nazioni Unite con il quaderno dei compiti fatti in bella. Dopo essere stata bacchettata dall’Onu nel 2010 con ben 92 raccomandazioni (contro le 30 alla Gran Bretagna, 40 per Olanda 40 e  45 per la Germania), dopodomani, lunedì 27 ottobre, l’Italia torna a Ginevra con il quaderno a posto per dire che sta andando alla grande sui diritti umani. Nel primo Esame Periodico Universale di 4 anni fa, le questioni a cui il Paese era stato richiamato riguardavano le politiche per l’immigrazione e per l’integrazione, i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo politico, la lotta contro la discriminazione e gli atti razzisti, le minoranze etniche, i diritti delle donne e dei bambini, la violenza contro le donne, il sistema giudiziario e quello penitenziario, le condizioni delle carceri, la libertà d’espressione e di religione, la lotta contro il traffico d’esseri umani e la formazione sui diritti umani per le forze dell’ordine. Il vaglio dell’Onu a Ginevra sarà effettuata dal Gruppo di Lavoro dell’Esame Periodico Universale (UPR), che fa parte del Consiglio dei Diritti Umani , e l’Italia sarà uno dei quattordici stati che saranno esaminati nella sessione che si svolge dal 27 ottobre al 7 novembre (Sala 20, Palais des Nations, Ginevra, 9h00 – 12h30) sulla base di documenti sui quali si fonda l’esame che sono il Rapporto nazionale dello Stato sotto esame, il *Rapporto delle Nazioni Unite con informazioni dai rapporti di esperti indipendenti dei diritti umani (Procedure Speciali), informazioni provenienti dagli organi di controllo dei patti internazionali, informazioni di altri organi e agenzie delle Nazioni Unite, il Rapporto di terze parti tra cui organizzazioni non-governative. All’esame, che permette un’analisi periodica della situazione nei 193 paesi membri dell’Onu, l’Italia renderà conto di cosa ha fatto sulle 78 delle raccomandazioni accolte, di cui ne sono state attuate 74, in un Rapporto che “è frutto di un costruttivo dialogo con i rappresentanti della società civile sui diritti umani in Italia e di una stretta interazione con il Parlamento” – come ha ribadito il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, durante la presentazione fatta alla Farnesina – malgrado le ong italiane abbiano potuto cambiare ben poco nel documento che verrà presentato lunedì. La discussione, che durerà tre ore, potrà essere seguita in diretta sui canali delle Nazioni Unite e la delegazione italiana, guidata da Lapo Pistelli, Viceministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, dovrà discutere con il gruppo di lavoro, mentre due giorni dopo la seduta, il 31 ottobre, verrà adottato un rapporto contenente una sintesi della discussione e un elenco delle raccomandazioni rivolte all’Italia con la specifica di quelle che il Paese deciderà di accettare, in tutto o in parte.

Ma vediamo cosa ha fatto il governo italiano rispetto alle raccomandazioni accettate, e quanto di quello che è stato messo sulla carta da portare all’Onu corrisponde alla reale condizione del nostro Paese. Un impegno, quella per la protezione dei diritti umani in Italia, su cui il rapporto indica risorse umane e finanziarie per oltre 17.3 miliardi di euro per un programma che sarà tutto da verificare sul campo. Come riporta il testo della relazione del governo italiano (riportato qui sotto per intero): “L’Italia ha attuato 74 delle 78 raccomandazioni accettate nel I ciclo. Le 4 raccomandazioni non attuate (11-12-13-15) riguardano la creazione di una Istituzione Nazionale Indipendente sui diritti umani ai sensi dei Principi di Parigi”, che è in realtà uno dei principali punti ancora dibattuti in Italia che, a differenza di altri paesi, non ha ancora un Comitato indipendente per la protezione e la promozione dei diritti umani riconosciuto che vigili sull’operato istituzionale. “Il 20 maggio 2013 – si legge nel Rapporto – è stata presentata alla Camera una proposta di legge di iniziativa parlamentare per l’istituzione della Commissione Nazionale per la Promozione e la Protezione dei Diritti Umani, seguita da un’analoga proposta presentata al Senato. Nel 2014 il CIDU (Comitato interministeriale per i diritti umani, ndr), ha avviato un processo di consultazione con la società civile, istituendo un apposito Gruppo di lavoro. Due ulteriori proposte di legge sono state presentate nel giugno 2014”, un iter che malgrado sia in sospeso da tempo, e su cui la società civile spinge da molto prima, rimane tutt’ora inattuato e su cui non basta più dire: “lo stiamo per fare” – come è stato anche detto riguardo il reato di tortura che “è in fase di attuazione”.

Non potendo qui affrontare punto per punto (sarebbe un elenco lunghissimo) vediamo però alcuni punti particolarmente interessanti, primo tra tutti il capitolo sui Diritti delle donne. Al punto 48 si parla della “piena inclusione delle donne nella vita economica e sociale del Paese e nel mercato del lavoro” che “si realizza anche attraverso la concreta possibilità di accedere a posizioni di vertice” attraverso una serie di iniziative e di investimenti al fine di favorire l’imprenditoria femminile e il lavoro delle donne (Dipartimento pari opportunità, Ministero dello sviluppo economico, Ministero dell’economia, Regioni), e con azioni a “scopo di promuovere le pari opportunità per le donne nel mercato del lavoro” anche nel conciliare “i tempi di vita e di lavoro al fine di estendere e rafforzare sui territori regionali iniziative in favore delle donne e degli uomini che lavorano e nel contempo svolgono compiti di cura dei bambini”. Punti che stridono con la precarizzazione globale del lavoro italiano che renderà ancora meno accessibile l’occupazione alla popolazione femminile non solo ai vertici ma anche a un semplice impiego garantito, soprattutto nel momento in cui una donna decida di avere figli. Donne che in Italia – di fronte a un welfare ormai inesistente e agli ulteriori tagli per quanto riguarda i lavori di cura e l’assistenza sociale – già adesso non raggiungono lo standard europeo dell’occupazione femminile fissato al 60% dato che le occupate tra i 15 e i 64 anni è del 46,5% (occupazione che cala del 6,8% con l’arrivo di un figlio e arriva al 15,7% in caso di due figli). Donne su cui sono necessarie altri tipi di azioni – che ovviamente non siano il bonus bebè di 80 euro che oltre a essere una presa in giro, porterà le Regioni a uno strozzamento a discapito dei fondamentali asili nido – e che saranno spazzate via dal mondo del lavoro attraverso l’estensione dei contratti brevi che riporterà a casa in maniera del tutto legale molte di quelle che per qualsiasi motivo a un certo punto non troveranno più la possibilità di mettersi in aspettativa.

Ma la cosa più scandalosa è la parte del Rapporto che riguarda il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, e il potenziamento dei centri antiviolenza. Al punto 51 si parla della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, ora in vigore anche in Italia, e al punto 90 del Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere: punti di cui viene riportato che “sono stati allocati 10 milioni di euro per finanziare un piano d’azione anti-violenza, che prevede la creazione di una rete di centri di assistenza”, e in cui il Piano d’azione straordinario viene descritto come “elaborato dal Dipartimento per le Pari Opportunità con il contributo delle Associazioni della società civile impegnate nella lotta contro la violenza e dei centri antiviolenza con l’obiettivo di garantire azioni omogenee sul territorio nazionale”, con “il potenziamento dei centri antiviolenza e dei servizi di assistenza e protezione delle vittime di violenza di genere e di stalking”. Nella prima parte si descrive il decreto “sicurezza” diventato legge nel 2013 e che ha al suo interno una parte sulla violenza contro le donne, come se fosse una implementazione della Convenzione di Istanbul che invece è una piattaforma molto più complessa che prevede azioni articolate e interdisciplinari a 360° su prevenzione e protezione, e solo alla fine sulla punizione con norme di tipo giuridico come quelle entrate in vigore recentemente in Italia. Una Convenzione, quella del Consiglio d’Europa, che mette al centro la collaborazione con la società civile che lavora sulla violenza contro le donne come punto cruciale, e che prevede un programma olistico ampio con la collaborazioni di tutte le forze in campo, indicando linee precise su un profondo cambio di cultura e abbattimento di stereotipi maschili e femminili, una descrizione dettagliata di tutte le forme di violenza sulle donne e violenza domestica e su come prevenirle, a partire da una formazione ad hoc di magistrati, forze dell’ordine, operatori, avvocati, e tutti quelli che gravitano intorno al problema, con interventi di sensibilizzazione massiccia attraverso i media e la scuola: insomma un cambiamento radicale che ha bisogno di tutt’altre risorse e che fa sembrare assolutamente riduttivo, e forse anche provocatorio, ridurre all’attuazione di quel decreto legge.

Per non parlare del Piano antiviolenza, qui riportato “con il contributo delle Associazioni della società civile impegnate nella lotta contro la violenza e dei centri antiviolenza con l’obiettivo di garantire azioni omogenee sul territorio nazionale”, e che invece è stato rifiutato dagli stessi centri che ne hanno preso le distanze per la sua deriva, come esposto nella lettera di DiRe (“Donne in Rete contro la violenza” che raggruppa la maggior parte dei centri italiani), che hanno reso noto come il lavoro con i tavoli della task force interministeriale contro la violenza alle donne si sia rivelato un percorso “discontinuo e poco lineare” senza “un chiaro indirizzo politico”, “spesso faticoso e difficile per i differenti approcci e soprattutto per il tipo di interventi proposti per contrastare la violenza contro le donne”. DiRe ha sottolineato anche come sia mancato “un vero processo partecipato nella elaborazione dei documenti e dei loro contenuti, come richiesto anche dalla Convenzione di Istanbul (Artt.7 e 9), per cui l’obiettivo di condividere un percorso di analisi e di programmazione per lo sviluppo del nuovo Piano di Azione contro la violenza alle donne non può dirsi raggiunto” e che “quasi tutti i tavoli si sono incontrati una sola volta e i documenti finali non sono stati discussi”. Una distanza che non è solo di DiRe ma di molte ong coinvolte in questo processo, che hanno reso noto come questo del Piano non sia stato affatto un percorso comune con la società civile, come l’Italia andrà a riferire alle Nazioni Unite lunedì: un Piano che non solo non cambierà una virgola dell’esistente ma lo peggiorerà. Come sottolinea la Rete dei centri antiviolenza, la cosa che preoccupa di più è “l’approccio securitario e di emergenza emerso in particolare dal tavolo Codice Rosa”, che è la parte elaborata insieme al ministero degli interni – e quindi di Alfano e la sua consigliera per le pari opportunità, Isabella Rauti – che darà la direzione dell’intervento sulle donne che subiscono violenza in mano ai Prefetti, rafforzando strutture pubbliche assolutamente impreparate, e condannando così alla sparizione la professionalità dei centri antiviolenza indipendenti che finora hanno svolto tutto il lavoro su cui lo Stato ha mostrato gravi mancanze. Un fatto evidentemente contrario a quanto scritto sul rapporto che parla addirittura di “potenziamento”. Sulla violenza contro le donne, come specifica DiRe, è necessaria “una metodologia progettuale ed integrata tra tutti i servizi e le agenzie, che permetta alle donne vittime di violenza la massima libertà di scelta sul percorso da intraprendere e consideri prioritaria la loro protezione e quella dei minori coinvolti, non disgiunta dalla costruzione del loro nuovo progetto di vita”.

Quali diritti delle donne sono stati tutelati in questo modo? Prima di andare alle Nazioni Unite, il governo italiano lo dovrebbe spiegare a noi.

*Rapporto completo dell’Italia all’Onu