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Quinto Stato

Dica no 33! La campagna Acta sul lavoro autonomo

Parte la campagna Acta contro l’aumento dei contributo della gestione separata Inps e per il salario minimo

«Gentile candidata, gentile candidato». Inizia così l’appello «Dica no 33!» ai candidati alle elezioni politiche e regionali in cui l’associazione dei consulenti del terziario avanzato (Acta) chiede il ritiro di una delle meno conosciute, ma tra le più brucianti, norme della riforma Fornero. Si tratta dell’aumento dei contributi pensionistici a 1,5 milioni di iscritti alla gestione separata dell’Inps, autonomi a partita Iva e precari collaboratori a progetto, dall’attuale 27% al 33% entro il 2018. La campagna è stata lanciata pochi giorni fa dal sito www.actainrete.it: «Siamo lavoratori indipendenti, professionisti, artigiani e commercianti. In dieci anni il nostro prelievo contributivo è passato dal 10% all’attuale 27%. Se non sarà cambiata la legge sarà la morte per le nostre attività, in un momento in cui tutti stiamo già lottando per la sopravvivenza economica».

 
Quello dei lavoratori autonomi a partita Iva è una lunga storia. La destra li ha trattati come micro-aziende individuali, costringendoli molto spesso ad un doppio regime di contribuzione, quello dell’impresa e quello dei lavoratori. Accade, ad esempio, nelle microsocietà Srl, come spiega Barbara, ricercatrice indipendente a Firenze (www.sociolab.it).

I lavoratori non hanno indennità malattia e sono obbligati a pagare 3200 euro alla gestione commercianti anche quando non guadagnano un euro e il 18% alla gestione separata dell’Inps. Entro il 2018 i contributi per entrambe le casse saliranno al 24%. A sinistra per anni si è creduto che gli autonomi fossero tutti evasori fiscali. Anche per questo è stato deciso di aumentargli la contribuzione, senza tuttavia garantirgli le tutele universali riservate ai contribuenti dello Stato. Per Acta si tratta di un pregiudizio. Chi lavora con la partita Iva per aziende, come per la pubblica amministrazione, condivide con i lavoratori dipendenti l’impossibilità di evadere perché viene pagato solo a fronte di una fattura. Ma, diversamente dai dipendenti, versa nelle casse dell’Inps contributi superiori (il 27%, appunto, contro il 14% o il 21%). E questo vale in particolare per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 (l’anno in cui entrò in vigore la riforma Dini e nacque la gestione separata). Pochi di loro hanno la speranza di percepire una pensione a fine carriera, sebbene versino regolarmente il dovuto.
La campagna di Acta chiede l’istituzione di un regime fiscale agevolato, sul modello di altri paesi europei, che interessi i lavoratori con un fatturato fino agli 80 mila euro e favorisca la creazione di nuova occupazione. C’è poi la richiesta di una politica che rimuova la doppia contribuzione previdenziale per i soci di Srl; il superamento di misure nate per le imprese che oggi vengono scaricate sui lavoratori autonomi come l’Irap, l’anticipo Iva e l’uso degli studi di settore come del redditometro come strumenti indicativi, senza scaricare sul contribuente l’onere della prova, spesso impossibile da fornire. Acta chiede inoltre l’introduzione di un salario minimo per le attività subordinate non coperte dalla contrattazione collettiva, anche per eliminare il lavoro gratuito, una vera piaga per tutto il lavoro non dipendente. E poi propone un’ambiziosa riforma del sistema pensionistico, legata agli anni di contribuzione e non ai contributi versati. Viene infine evocata una riforma universale del Welfare che riconosca il diritto alla maternità universale e la reale copertura della malattia attraverso la riscoperta del mutualismo.

Acta ha aderito alla convenzione sanitaria proposta dal sindacato traduttori «Strade» con la società di mutuo soccorso «Insieme Salute».