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losangelista

Dibattito 3: Vince Obama ma lo spareggio non decide

Il terzo dibattito presidenziale incentrato sulla politica estera ha soprattutto evidenziato la futilita’ di un dibattito elettorale sulla politica estera. Su Cina, Iran e medioriente, Pakistan e  la primavera araba e’ stata la sagra della retorica, della ripetizione di “talking points” stranoti gia’ modulati  nei comizi di entrambi i candidati sui temi di minore interesse in assoluto per un popolo sostanzialmente isolazionista come l’americano. Romney e Obama hanno articolato posizioni praticamente  equivalenti della matrice “moderatamente seminterventista”  che si addice ad una quasi ex-superpotenza. E’ stato moderatamente divertente ascoltare Obama rivendicare l’interventismo in Libia e in un batter d’occhio definire essenziale la cautela nella speculare situazione siriana e Romney deprecare l’invasione libica e chiedere a gran voce l’immediato intervento  in Siria. Al di la’ di questo Obama ha tenuto generalmente testa all’avversario, proiettando abbastanza agevolmente un immagine da “comandante in capo” rispetto ad un Romney che si e’ dichiarato spesso daccordo con l’esistente politica dell’amministrazione cercando di  superare Obama al centro, arrivando a professarsi  un pacifista globale (il punto di indiscusso accordo intanto e’ stato l’uso massiccio di incursioni dei droni su villaggi afghani e pakistani). La grande incognita ora e’ se e quanto potra’ realsiticamente influire quest’ultimo  confronto su quegli animali mitologici conosciuti come elettori indecisi, sempre che a due settimane dal voto esistano davvero. In ogni caso ogni tardivo convicimento sara’ utile solo quando avvenga negli stati giusti,  cioe’ in quella manciata di swing states in cui, grazie all’arcano sistema elettorale americano, si decidera’ l’elezione.  Questo infatti prevede che non sia il voto popolare a determinare il prossimo presidente ma l’equilibrio dei grandi elettori (electoral votes) assegnati per sistema maggioritario secco stato per stato.  E’ del tutto possibile quindi che un cadidato vinca la maggioranza popolare ma non la presidenza. Era successo nel 2000 nella gara fra Bush e Gore quando quest’ultimo pur avendo vinto una larga maggioranza popolare venne escluso dalla casa bianca per una manciata di voti (e una sentenza sospetta di una corte suprema a maggioranza conservatrice). Stavolta non e’ escluso che i ruoli siano rovesciati: che Romney riceva maggioranze abbastanza schiaccianti negli stati “rossi” dove ribolle l’odio (e l’astio razziale) contro Obama, da vincere il voto popolare. Al presidente, che quasi sicuramente raccogliera’ meno voti ed entusisamo di quattro anni fa, basterebbero intanto le maggioranze negli stati liberal delle coste, ricchi di delegati,  e vittorie di misura in due o tre stati “in bilico” o eventualmente anche il solo Ohio e o la Florida per vincere un secondo turno. La sostanziale parita’ descritta dai sondaggi a due settimane dal voto garantisce che quest’anno verra’ ingigantita ancor piu’ del solito l’influenza grottescamente sproporzionata sull’esito d finale di alcune piccole sacche regionali di elettori come abbiamo racontato qui.

Sotto lo spot sugli scout californiani di Obama in trasferta in Nevada, per cercare di influenzare il voto nello swing state piu’ vicino: