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losangelista

Dibattito 2: Obama rimonta, si va ai supplementari

Era prevedibile che il presidente cambiasse strategia vista la catastrofica prova data nel primo dibattito presidenziale ed e’ effettivamente stato un altro Obama che ha tenuto testa al Romeny sul palco della Hosftra University ieri notte. Il formato e’ stato quello del “town hall meeting” , il piu’ artificioso  dei format tele-elettorali coi due contendenti in piedi davanti ad un pubblico selezionato di elettori “indecisi” che a turno hanno posto domande. Malgrado l’impostazione indiretta ci sono stati diversi scambi diretti fra i due compresi alcuni che hanno rasentato il litigio e mentre lo sfidante si e’ sostanzialmente attenuto alla linea e lo stile di attacco visti a Denver, il presidente  sembrava un altro, in grado di tenere testa a Romney, parlando a braccia, sorridendo ironicamente, non distogliendo mai lo sguardo dall’avversario e  soprattutto offrendo quelle repliche che erano del tutto e inspiegabilmente mancate in Colorado giungendo un paio di volte ad apparire indignato davanti alle distorisioni di Romney. Un sollievo dei democratici, rimasti  sbigottiti dalla sua precedente mancanza di verve.  Gli argomenti migliori di Romney sono stati quendo ha mantenuto il discorso su crisi, disoccupazione, promesse non mantenute e mancati obbiettivi  del’amministrazione Obama ma in sostanza e’ apparso un repubblicano “confindustriale” classico. Il suo passo falso peggiore e’ stato il tentativo di strumentalizzare l’attacco al consolato di Benghazi che gli si e’ ritorto contro quando il pubblico ha applaudito la risposta di Obama che se ne assumeva la responsabilita’. Il presidente ha mantenuto il vantaggio su pubblica istruzione, investimenti pubblici e welfare,  ma soprattutto e’ tornato ad apparire “presidenziale” che era stata la sua mancanza piu’ grave due setimane fa. Un dibattito che riporta in parita’ almeno l’immagine pubblica dei candidati – in attesa del terzo ed ultimo dibattito che si terra’ lunedi’ prossimo e sara’ riservato a temi di  politica estera.

  • marco cerioni

    Obama è un Presidente che cerca di creare un nuovo modello di pensiero americano. Quello in cui la libertà deve essere di tutti, e non solo di alcuni, i quali per il loro già ricco bottino cercherebbero di impedire al prossimo di raggiungere la realizzazione della propria libertà e della propria giustizia, e della propria ricchezza, realtà che sono prerogativa solo di chi ha già anche troppo. Finché ci sarà chi ha troppo, impedirà a chi ha poco di avere anche il minimo, e questo anche nella Terra della Libertà. Obama non sta deludendo il suo Paese e la sua gente, lui crede nella libertà, ma vuole indicare a questa gente che ha fatto di questo ideale l’ideale fondatore degli Stati Uniti d’America, che deve essere una realtà di tutti, e non di chi vuol lanciarne un messaggio distorto, secondo il quale la libertà va meritata e chi non ce l’ha vuol dire che non è riuscito a guadagnarsela. Egli sta cercando di costruire un’America in cui tutti, dalla nascita, abbiano le stesse possibilità, cosa che oggi non è, e in cui tutti possano raggiungere la realizzazione della propria vita. E’ questo che sta dicendo agli americani che pensano che con la violenza della guerra e della contrapposizione si conquistino i diritti, anziché con una uguale base di partenza che permetta a ciascuno, privo di alcun vincolo, di guadagnarsi una buona esistenza terrena. E questa America di Obama, che mi piace molto, se continuerà in questa direzione, forse potrà insegnare qualcosa anche al mondo intero.