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losangelista

D&G – Boicottaggio come comunicazione

D&G

Da Roberto Fiore e Beppe Severgnini c’è la corsa a condannare il boicottaggio di Dolce & Gabbana. Anche chi non approva delle oscurantiste dichiarazioni degli stilisti, difende a spada tratta la loro inviolabile libertà di espressione. Va bene, ma alla facoltà di esprimere in libertà opinioni su bambini “sintetici” e improbabili valutazioni sulla normalità delle famiglie tradizionali (e quindi implicitamente sugli altri anormali), non corrisponde anche il diritto a controbattere con l’energia che queste dichiarazioni meritano? E se ad esprimere le opinioni reazionarie è un titolare di una multinazionale dell’immagine, un gruppo che spende miliardi ogni anno in comunicazione industriale per plasmare i gusti le spese, e anche le idee dei consumatori, perchè non sarebbe legittimo esprimere il proprio dissenso anche invocando un boicottaggio delle merci che loro con quelle gigantesche risorse pubblicitarie propongono? In un sistema che degrada i cittadini a rango di consumatori diventa legittimo allineare i consumi alle proprie convinzioni, l’avversione all’apartheid per esempio o l repulsion per lo sfruttamento minorile.

La fecondazione assistita e le modalità della riproduzione “alternativa” meritano sicuramente di essere dibattuti ma le valutazioni “meritocratiche” sulle famiglie tradizionali  da parte di chi usa poppanti come comparse per le sfilate e vecchiette nerovestite come folcloristiche scenografie di campagne pubblicitarie sono semplici anacronismi reazionari. A fronte dell’indignazione che hanno suscitato nel mondo in Italia prevale la difesa della lesa maestà del made in Italy. Ma la specialità italiana rappresentata in questo caso da Dolce e Gabbana è semmai una patetica impreparazione alla riflessione da parte di aziende e pubbliche personalità, lo stesso dilettantismo dimostrato dalla Barilla, o, chessò dal primo ministro che rivendicava il diritto alla barzelletta sull’abbronzatura di Obama e poi mugugnava per la mancanza di buonumore di un mondo schiavo del politically correct.