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Poltergeist

Dexter – la normalizzazione del mostro

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Si è conclusa la scorsa settimana la sanguinosa saga del serial killer buono Dexter Morgan, il mostro rassicurante che ci ha fatto dormire tranquilli per otto stagioni.  In una parabola umanizzante, il mostro si è calato nella vita di un uomo e, comprensibilmente, da essere super-umano, impermeabile agli abissi di insicurezza e desolazione che attraversano la vita di ogni uomo, si è scoperto fallibile, fallace, fallito. Non c’è niente di peggio della caduta dall’Olimpo e le vicende sacrificali del maniaco della giustizia si sono concluse con il sacrificio personale. Giusto contrappasso, verrebbe da pensare, prevedibile – eppure affascinante – calco della vicenda sacrificale per antonomasia: Dexter si sacrifica per il bene degli altri, anche se il suo sacrificio, come si vedrà, è di una forma particolare.

In molti hanno criticato questa ottava serie, sentendo che è stata attraversata da una vena melodrammatica. Qui vorremmo invece sottolineare come sia stata la giusta continuazione e conclusione delle vicende tracciate nelle scorse stagioni. Se infatti Dexter ha iniziato la sua storia televisiva da serial killer riottoso al commercio con gli altri esseri umani, com’è giusto che un serial killer sia, e incapace di rapporto con i suoi simili, sprezzante addirittura nei confronti di un tale rapporto, il suo avvicinamento a sentimenti umani non poteva che corrompere sia il mostro che coloro che gli stanno intorno. L’ossessione di Dexter è in fatti diventata, a mano a mano che si avvicinava al sentire umano, quella di essere fonte di disgrazia per chi lo circondava, in proporzione crescente alla sua prossimità. In altre parole: più si ama Dexter, maggiore è il danno ricevuto. Fino alla morte.

Dexter ha prima cominciato a provare sentimenti di vicinanza, di affetto, poi di amore fraterno, quindi di amore sentimentale fino a questa ultima stagione in cui ha sviluppato sentimenti di amore paterno. Ed è qui che è intervenuta la crisi definitiva, nell’essere diventato parametro ed esempio per altri, non solo per suo figlio ma anche per il ragazzo che aveva adottato come suo discepolo, un serial killer in erba. La tragica conclusione della sua avventura di mentore/figura genitoriale ha innescato la crisi che ha poi portato alla drastica conclusione del finale.

Il modo migliore di distruggere un mostro è riformarlo perché la sua eccezionalità è anche la sola cosa che gli permette di restare in vita. Una volta svestito degli abiti di super-uomo, di individuo che si erge a giudice e giustiziere degli altri, il mostro non può che osservare se stesso con occhi disincantati e vedere la sua fallibilità di uomo. La vera portata rivoluzionaria della serie non sta, dunque, nell’aver ritratto un serial killer in modo simpatetico, ma di averlo distrutto a mano a mano che lo si rendeva più umano: l’umanità è portatrice di disgregazione, l’io si disperde nella normalità della moltitudine, questo è il pensiero dietro alle ultime stagioni di Dexter. In una parabola estremamente anti-americana, il mostro si autodistrugge nel processo di umanizzazione, perché proprio la sua esistenza perde di significato e di giustificazione. E si spegne nella quiete, come una fiamma che perde di forza e muore, anche in questo senso in controtendenza rispetto alla magniloquenza dei finali “all’americana”.

In sostanza, la serie Dexter, nata come un racconto molto americano sul giustiziere che in fondo fa bene ad arrogarsi il diritto di porre fine alla vita altrui, addirittura un angelo vendicatore – come risulta evidente dall’insistente iconografia che lo ritrae con le ali – è diventata una vicenda di sapore europeo novecentesco in cui l’individuo soccombe quietamente alla sopraffazione della normalità imposta dalla società.

voto: 8