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L'urto del pensiero

Destra e Sinistra: l’ultimo bivio

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di PAOLO ERCOLANI

È uno dei mantra della nostra epoca: destra e sinistra non esistono più.

La stessa distinzione fra le due galassie teorico-politiche che hanno caratterizzato la modernità (almeno a partire dalla rivoluzione francese), non avrebbe più senso di esistere.

Il nostro tempo, a vario titolo definibile come post-moderno, non presenterebbe più delle tipologie di conflitto (culturale, sociale) ascrivibili al campo della destra e della sinistra come le abbiamo sempre conosciute.

Ovviamente si tratta di una colossale sciocchezza, che però mette in evidenza una gravissima patologia politica da cui siamo obiettivamente affetti.

INTELLETTUALI E POLITICI

Di questa gravissima patologia sono responsabili due categorie sociali in particolare: da una parte gli intellettuali, troppo concentrati sulla ricerca spasmodica della propria notorietà (oppure rinchiusi nelle buie e noiose torri eburnee della propria specializzazione), da non riuscire a pensare i conflitti del tempo presente, comprenderli e quindi concettualizzarli al punto da fornire una mappa teorica ai politici.

Dall’altra parte proprio questi ultimi, i politici, in larghissima parte incompetenti e incapaci (per via di una selezione inadeguata e tesa a fermare i migliori), estranei alle problematiche concrete delle persone reali, mediamente truffaldini e arrivisti nonché forniti di una visione della politica che ormai è ridotta soltanto alla capacità di prevalere sull’avversario in questo o quell’altro talk show.

Troppo facile prendersela con un presunto (quanto insulso) superamento della dicotomia destra/sinistra, quando in realtà si vuole nascondere la miserrima incapacità da parte di intellettuali e politici a riempire delle scatole altrimenti vuote.

Sì, perché destra e sinistra di per sé sono (ed è cosa buona e giusta che siano) delle scatole vuote, distinguibili solamente a un livello altamente astratto che, poi, va chiarito e attuato attraverso idee e progetti concreti e adeguati ai tempi e ai contesti specifici.

DESTRA E SINISTRA

Quando Bobbio, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, individuava nell’idea di «gerarchia» (con Nietzsche al suo apice) il fondamento della destra, e in quella di «uguaglianza» (con Rousseau alla sua origine) il fondamento della sinistra, stava svolgendo il compito sostanziale di un intellettuale: ridefinire su un piano astratto le due galassie culturali, apporre una targa sulle due scatole vuote e, così facendo, gettare le basi affinché altri intellettuali e i politici le riempissero in base alle contraddizioni, ai bisogni e anche alle possibilità offerti dal tempo presente.

La lezione di Bobbio non trovò, né a destra né, urge ammetterlo, soprattutto a sinistra, politici armati di capacità, coraggio e lungimiranza tali da poter fornire un nuovo senso (e soprattutto progetti concreti e rinnovati) con cui riempire le due scatole.

Questa sonora e palese incapacità delle categorie intellettuali e politiche, tanto a destra quanto a sinistra, è alla base del fallimento che ha visto la politica smarrire senso e consenso, lasciando il governo delle faccende umane alla sola economia e ai suoi dogmi riassumibili in un assunto principe: l’essere umano è mezzo e strumento per il raggiungimento di fini e obiettivi che sono quelli dell’economia stessa, e ciò a presunto beneficio del medesimo essere umano.

Oggi si tratta di non commettere quello stesso errore, che peraltro ha aperto le porte al secondo ventennio di vergogna del nostro Paese.

UN NUOVO PARADIGMA

A livello intellettuale, urge il coraggio di non cedere al disfattismo, all’indolenza, alla pigrizia autoreferenziale (declinata a beneficio esclusivo della fama e della visibilità di chi si fa latore di messaggi esclusivamente distruttivi), impegnandosi nell’individuare un nuovo paradigma adeguato ai testi e contesti mutati.

A sinistra, stando a quanto ho provato a fare con Simone Oggionni («Manifesto per la sinistra e l’umanesimo sociale, Mimesis, Milano 2015), si tratta di concentrare gli sforzi e unire le energie intorno al concetto di umanesimo sociale.

Perché mai come oggi, nell’epoca dell’economia e della tecnica che marciano a passo spedito verso la conquista di ogni bastione dell’umano esistere, riprogettare un nuovo stato sociale, una politica che sappia guidare e all’occorrenza frenare l’economia (e la finanza) dai suoi eccessi di iniquità, una cultura che tuteli e difenda l’eco-sistema in senso lato, significa coltivare l’obiettivo sommo (e indispensabile) di un umanesimo in grado di individuare in tutto ciò che è vivo (umani, natura, idee, cultura, qualità della vita) un qualcosa da tornare a rimettere al centro di ogni agire sociale.

Economia e tecnica, con i loro numeri freddi e impersonali, non possono più sottomettere e regolare la società in vista esclusivamente dei propri obiettivi rispetto ai quali ciò che è vivo viene ridotto a strumento, merce, entità a vario titolo sacrificabile.

È dal paradigma di «umanesimo sociale» che bisognerebbe ripartire (certamente con altri contributi, con idee ulteriori) per costruire una Sinistra finalmente unita, finalmente protesa verso un progetto che somma le forze e le individualità invece di frammentarle, finalmente in grado di lavorare a un progetto realisticamente e concretamente proteso alla costruzione di una società e di un mondo in cui l’uomo è il fine e non il mezzo.

SINISTRA O SINISTRATI?

Il guaio è che troppe e testarde sono le resistenze. Basti vedere la reazione scomposta e scarsamente argomentata della rivista «Left» (nomen omen), che tramite la penna di Donatella Coccoli accusa il nostro «Manifesto per la sinistra e l’umanesimo sociale» (naturalmente senza scendere nello specifico delle idee né delle proposte) di essere «fallimentare», dimenticando che ad essere «fallimentare» (oltre che minoritaria e velleitaria), ad oggi, è proprio quella sinistra priva di idee, coraggio, capacità innovativa, di cui la stessa «Left» rappresenta un prodotto tipico.

Ben diversa la critica avanzata dal «Corriere della sera» (a firma di Antonio Carioti), che oltre a entrare nello specifico delle tesi contenute nel Manifesto, mette in evidenza il vero dato sostanziale: ad oggi non ci sono gambe salde e credibili su cui far camminare l’idea e il progetto dell’umanesimo sociale.

E qui arriviamo al punto. Al vero e proprio bivio che oggi, qui e ora costituisce l’elemento che potrà fare la differenza in positivo o negativo.

IL GRANDE BIVIO

O tutti i partiti, partitini, associazioni, fondazioni e quant’altro a sinistra del Pd saranno disposti a sciogliersi, per dare vita a un soggetto politico della sinistra finalmente unito da fondamenti teorici solidi e condivisi, oltre che da una progettualità concreta ed effettivamente volta a mutare le cose, oppure la politica continuerà a perdere la sua partita contro il sistema tecno-finanziario, lasciando al populismo più demagogico e dannoso il compito esclusivo di costituire un’alternativa (per quanto improbabile e sterile) fondata sull’occasione, sul momento, su un eterno presente incapace di qualunque visione prospettica e lungimirante.

Lo scioglimento di tutti i partitini e le associazioni che si richiamano alla Sinistra, inoltre, dovrà essere seguito da un processo costituente del nuovo soggetto quanto più possibile nascente dal basso, nonché terminare con la costituzione di un rinnovato gruppo dirigente che non contenga nomi e volti in qualche modo compromessi coi fallimenti degli anni e decenni scorsi.

Non è facile. Per nulla. Ma l’alternativa, assai più agevole, è che si continui a giustificare il chiacchiericcio sulla sparizione della destra e della sinistra.

Al solo beneficio di un sistema che eliminerà del tutto la politica per affermare l’esclusivo ed anti-umano predominio della logica finanziaria.

Le idee le abbiamo scritte nero su bianco sul «Manifesto per la sinistra e l’umanesimo sociale». Vanno integrate, migliorate, certamente discusse.

Ma o lo spirito è quello di costruire insieme, oppure si sappia che ci condanneremo a chiudere baracca e burattini.

Condannando anche solo la stessa parola, «Sinistra», a far parte dell’ufficio delle cose inutili e dimenticate.