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L'urto del pensiero

Destra e sinistra. Attualità di una distinzione al di là dei nuovi “mostri” come Renzi e Fusaro

MARX MACCHIETTA

Ha ancora senso la distinzione fra destra e sinistra? Precisiamo subito che non è una questione di termini. Si può decidere di non chiamarle più così, di andare oltre questo tipo di convenzione, ma bisogna ricordare con Hobbes che l’uomo è un «essere simbolico» e che, quindi, la sua capacità di ragionare deriva dall’uso che egli fa del proprio linguaggio, cioè dal fatto che conferisce dei nomi di valore universale a realtà particolari perfettamente esistenti. Si può, quindi decidere di non chiamarle più destra o sinistra, ma comunque l’uomo dovrà fare i conti con «cose» reali come l’uguaglianza o la gerarchia, la visione individualistica o collettivistica della società e quindi dei valori che la dovrebbero regolare, o ancor più generalmente con quella «idea universale di uomo» insegnataci da Hegel e Marx in contrapposizione alla tradizione (liberale), che per molto tempo ha teorizzato la libertà e i diritti di un fantomatico «individuo», salvo prevedere clausole di esclusione su base razziale, censitaria e sessuale (etnie non bianche, non proprietari, donne). Al giorno d’oggi una questione dirimente è la seguente: è l’economia a dover stabilire i fini ultimi, e i conseguenti valori, del vivere e agire umano, oppure è la politica a doversi impegnare per creare una società dove almeno le opportunità siano ragionevolmente uguali per tutti, dove la giustizia sociale rimane un faro che illumina il cammino e l’essere umano (contrapposto alla logica fredda e numerica del mercato e dei vari spread) costituisce il centro e lo scopo di ogni agire pubblico?

Dirò di più, se il punto è veramente questo, allora non sono tanto e solo i termini destra e sinistra ad avere ancora un senso, ma soprattutto proprio quella distinzione che deve declinarsi in capacità effettiva di distinguere i fenomeni di un mondo «grande e complesso». Se essa viene a mancare, produce «mostri» e ibridi incapaci di distinguersi, del tutto funzionali all’ordine imposto dal pensiero unico neo-liberale. Ad esso consustanziali e rispetto ad esso fisiologici come il muschio nei sottoboschi.

Sarebbe fin troppo agevole tirare in ballo «mostri» (da intendersi alla latina) come Renzi o Berlusconi o come i finti centro-destra e centro-sinistra italiani, che ormai hanno palesato tutta la propria incapacità di distinguersi politicamente (quindi sia nella teoria che nella pratica) rispetto ai grandi temi che affollano il presente.

Andiamo invece più in profondità e prendiamo l’esempio del giovane Diego Fusaro, filosofo del San Raffaele di Milano. Questi, definendosi allievo indipendente di Hegel, Fichte e Marx (difficilmente potrebbe essere «dipendente», vista la loro dipartita, ma sorvoliamo su questa pur significativa nota semantica), scrive articoli e libri in cui, fra le varie, sostiene l’anacronismo della distinzione destra/sinistra, l’assurdità di una sinistra antifascista in assenza di fascismo, il superamento del sistema capitalistico e, naturalmente, l’uscita immediata dall’Euro come panacea indiscutibile.

Tipico caso di un «mostro» generato dalla società spettacolare odierna, dove l’indistinto fagocita le differenze e produce i suoi stessi oppositori, ovviamente spuntati e disinnescati.

Certo, Fusaro ha ragione quando, per sintetizzare, denuncia l’immobilismo e l’incapacità di riconfigurarsi, nelle idee come nella prassi, della sinistra italiana e non solo rispetto ai tempi mutati. Grottesco rimanere ancorati a valori, terminologie e programmi del passato quando c’è da fare i conti con il «qui e ora», rispetto al quale la parabola catartica che dal Pci ha condotto al Pd non ha saputo incidere minimamente. Già solo per questo varrebbe la pena che tutta la classe dirigente dell’ex Pci si facesse da parte, in un sovrano quanto inconsueto (in questo triste paese) gesto di assunzione delle responsabilità.

Ma quando poi si va ad analizzare nel concreto riferimenti e proposte di Fusaro, vengono immediatamente fuori tutti i limiti di un tipico «prodotto dell’indistinto».

Ai maestri suddetti, cui si vota in maniera però indipendente (sia chiaro!), il giovane studioso aggiunge anche Gramsci e, udite udite, Gentile. Quando uno studente di filosofia al primo anno saprebbe benissimo che, al di là delle preferenze, la «filosofia della praxis» gramsciana è stata pensata proprio in contrapposizione alla teoria dell’atto puro del filosofo di riferimento di Mussolini. Tanto l’azione è figlia di un pensiero tarato sulle contraddizioni oggettive e reali nel primo (e deciso a mutarle nella loro realtà molecolare), quanto la teoria dell’atto puro in Gentile presenta dei momenti destinati a risolversi all’interno del pensiero stesso, in maniera del tutto ininfluente rispetto alla realtà sociale concreta.

In questo senso, e con le dovute differenze (e proporzioni), tanto il Renzi «erede» del Pci quanto il Fusaro «erede» di Marx (entrambi indipendentissimi!) si presentano come due perfetti prodotti dell’indistinto.

Il primo totalmente privo di ogni riferimento culturale e programmatico degno di questo nome, al punto di non riuscire a mettere minimamente in discussione l’ordine costituito (in questo senso si è guadagnato il coerente appoggio del centrodestra e di Berlusconi, oltre che dei poteri forti della finanza internazionale).

Il secondo totalmente privo di risposte rispetto a delle «sparate» iperboliche che finora gli sono servite soltanto a guadagnarsi comparsate in tv. Sì, perché prescindendo dai meriti di studioso, che secondo me ci sono, se Fusaro vuole fare il «filosofo» dovrebbe sapere che ancor più di un politico egli ha il dovere di essere «responsabile». Per essere tale dovrebbe spiegare (e quindi «rispondere») con cosa intende sostituire il sistema capitalistico (perché Marx parlava di fine del capitalismo sulla base di contraddizioni oggettive descritte meticolosamente, ma si fece anche promotore della costituzione di un comunismo internazionale, organizzato e con tanto di punti programmatici). Dovrebbe, Fusaro, spiegare cosa dovremmo fare una volta che siamo usciti dall’Europa (patria proprio di quei Hegel, Marx, Fichte e compagnia bella da cui in questo modo ci renderemmo un po’ troppo «indipendenti»…), quale programma di sopravvivenza prevede per il nostro paese, troppo indebitato, con una classe dirigente mediamente corrotta e incapace e un popolo a dir poco dormiente, in un mondo globalizzato e dominato da colossi come Usa, Cina, India, Russia, Brasile. Il pensiero di Marx era frutto di analisi meticolose e proposte realistiche (molte delle quali realizzatesi, basta leggere il decalogo alla fine del Manifesto), che tenevano conto del contesto storico e dei rapporti di forza all’interno dello stesso.

Quello di Fusaro, con tutte le sproporzioni del caso, appare come un giochino plastificato e di bell’aspetto che produce effetti soltanto per lui (e non è una colpa), col benestare di un sistema mediatico concepito e pagato anche e soprattutto per assorbire ogni forma di conflitto e trasformarla in farsa.

Potrei tirare in ballo il Socrate descritto da Aristofane (l’intellettuale che ben al riparo dai conflitti del mondo lo giudica con boria sovrana), e invece mi limiterò a dire (e lo dico a tutta la classe intellettuale, me compreso) che è troppo facile giocare sulla pelle di milioni di persone quando si ha il culo nel burro, sparandola ogni volta più grossa pur di ottenere attenzione dal sistema mediatico in cerca di fenomeni da baraccone (o «mostri» da televisione). È sterile, per non dire grottesco, denunciare il «sistema spettacolare» come Fusaro fa, ovviamente con valide argomentazioni, senza chiedersi a sua volta se anche lui non rischia di essere un prodotto di quel sistema stesso, un finto oppositore del tutto spuntato e innocuo e, così, pienamente funzionale a quell’ordine neo-liberale cui sostiene di opporsi strenuamente. Quello che per eliminare i nemici pericolosi ed esterni, se li crea di innocui e interni, e con l’aiuto del sistema mediatico al suo servizio li circonfonde di una luce abbaiante che oscura tutto il resto. Mai la televisione ha sentito tanto il bisogno di ospitare filosofi. Il buon Fusaro dovrebbe quantomeno chiedersi il perché, visto che accetta di farsi presentare da «La Gabbia» ( trasmissione che lo ospita sovente su La 7) come il «filosofo playboy che conquista le donne con le citazioni». C’è da immaginare, già da questa descrizione, il realistico terrore panico che uno così può suscitare tra i centri di potere della finanza internazionale e del capitalismo mondiale…

E dire che, chi sostiene di rifarsi a Gramsci, dovrebbe sapere meglio di altri che proprio il filosofo sardo biasimava quel «dogmatismo» che non sa applicare in casa propria le categorie critiche che utilizza per criticare gli avversari.

Basta leggere il suo recente «Il futuro è nostro. Filosofia dell’azione» (Bompiani 2014) per rendersi conto che, al di là delle dotte citazioni, almeno una parola è di troppo: «azione». Non ce n’ è traccia, non risulta pervenuta. Non è.

L’urgenza di una distinzione fra destra e sinistra trova un senso proprio in questo snodo anche teorico. La destra non ci interessa, sono affari loro (ci interessa che finalmente ne compaia una decente anche in Italia, questo sì, emancipata dalla spirale dei «o picchiatori o ducetti salvatori della patria»).

Ma la sinistra, una sinistra finalmente degna di questo nome, dovrà smetterla di spararla sempre più grossa per sfamare il sistema mediatico, senza preoccuparsi della coerenza delle proprie analisi e della realizzabilità concreta di un programma preciso e realistico. Anche perché continuare a sfamare solo il sistema mediatico, nonché la pancia del popolo con propositi tanto «acchiappanti» quanto vacui e sterili (anche perché giocati su una disperazione sociale ben reale), comporta dei rischi di cui, forse, ancora in troppi non si rendono ben conto.

Il sonno della ragione provoca mostri. E la veglia iperattiva di questi mostri è la prova lampante di un disastro compiuto.

  • Umberto Anastasi

    …Si può, quindi deci­dere di non chia­marle più destra o sini­stra, ma comun­que l’uomo dovrà fare i conti con «cose» reali come l’uguaglianza o la gerar­chia, la visione indi­vi­dua­li­stica o col­let­ti­vi­stica della società e quindi dei valori che la dovreb­bero rego­lare, o ancor più gene­ral­mente con quella «idea uni­ver­sale di uomo» inse­gna­taci da Hegel e Marx in con­trap­po­si­zione alla tra­di­zione (libe­rale), che per molto tempo ha teo­riz­zato la libertà e i diritti di un fan­to­ma­tico «indi­vi­duo», salvo pre­ve­dere clau­sole di esclu­sione su base raz­ziale, cen­si­ta­ria e ses­suale (etnie non bian­che, non pro­prie­tari, donne). … Bell’articolo Ercolani. Complimenti.

  • http://umanesimoscientifico.blogspot.it/ Francesco Pelillo

    Come sempre analisi lucida e perfetta, caro Paolo.
    Ho solo il rammarico per il fatto di esserti occupato di una nullità
    intellettuale come Fusaro… Il potere ha i suoi giullari, ma non diamogli corda…

  • dialettica

    Carissimo, ho letto la risposta di Fusaro, fa ridere, se non facesse piangere. Non foss’altro per il fatto che è il vuoto pneumatico di un “atteggiamento” gentiliano, che Gramsci chiamava di “gladiatorismo gaglioffo”, che solo “interpreta” (niente Tesi su Feuerbach, niente praxis) e quindi inevitabilmente lo fa in modo “astratto-speculativo”, come la fase del capitalismo che pretende di individuare come attuale! Dove sono i rapporti storico-sociali fra gli uomini? Dove stanno la storia e le sue conflittualità umane e reali di bisogni e interessi? Dove stanno le classi? Evaporate naturalmente, come rappresentare la borghesia, che auspica a gran voce la “fine delle ideologie” salvo poi ripescare qua e là robetta trita e ritrita, auspica la fine della “dicotomia destra-sinistra”, etc. E Fusaro esegue. Bompiani ringrazia. Il grande capitale finanziario lo promuove in accademia. Con buona pace di Gramsci e della filosofia della praxis che, evidentemente, non ha mai studiato. Ma si capisce, lui è un filosofo (!) indipendente….!

  • Giulia Penzo

    Il fatto che io condivida tutto di quest’analisi, mi fa restare perplessa, perché se è lampante ai filosofi come Paolo Ercolani e alle persone comuni (come me), la paura di questi mostri e la ricerca di un “fare” mosso da un principio alto, come quello del bene comune, dovrebbe smuovere tutti, e svelare (come la verità) quei finti proclama che sentiamo attraverso i media. Abbiamo bisogno di filosofia, senz’altro, e di una filosofia pratica capace di agire e dare indicazioni di azione anche alla massa, spesso acritica. Adulatori del potere, sia poeti sia filosofi sia politici, ce ne sono sempre stati in ogni epoca. Anche la filosofia, come la politica quindi, dovrebbe usare lo stesso rigore filosofico (e politico) per cercare di smascherarli.

  • Comes Carolus

    All’antitesi destra sinistra…che nemmeno esisteva più nella seconda costituzione della rivoluzione francese (democratica ed egualitaria), ma era stata inventata geoparlamentarmente dalla prima monarchico costituzionale, ho sempre preferito l’antitesi socialismo o barbarie, vera ieri, nella contrapposizione di un progetto di emancipazione su base economica ed umanistica, alle guerre e all’imperialismo delle crisi generate dal capitalismo. Vera ancor di più oggi, quando il turbocapitalismo, fattosi Moloch, con la pretesa di non avere altro universo all’infuori di sé, non produce più solo barbarie, ma in particolare, autodistruzione su scala globale: umana, culturale ed ambientale. Quando ci renderemo conto che non può esistere come scrive anche Fusaro “il perseguimento universalistico di un’umanità fine a se stessa”, perché l’umanità non può più procedere nel suo cammino a prescindere dalle risorse naturali e dalla biodiversità che sta annientando. Quando, di conseguenza, finalmente capiremo che la scelta: ecosocialismo o autodistruzione riguarda tutti e qui ed ora, la pianteremo di bamboleggiarci sul nulla riesumato dal nulla. Dai filosofi ci si aspetta un minimo di percezione in più delle terribili sfide del contingente e delle tragiche incombenze del futuro.

  • Comes Carolus

    Se poi non si capisce che l’alternativa al turbocapitalismo attuale che, in quanto oligopolistico e monopolistico divora anche se stesso, oltre che la natura, l’umanità e i beni comuni (persino arte e cultura) ridotti a merce per fini di profitto, rendendo vano persino il libero mercato, ebbene se non ci si rende conto che tale aut aut, consiste nello scegliere un modello di società e di economia basato sul “vivere bene” e non sul “guadagnarci a tutti i costi”…beh..allora, vuol dire che si sta facendo la fine del povero airone che, impantanato nel petrolio, sbatte disperatamente le ali, prima di affogare nel nero della sua tragica agonia.

  • Vito Avallone

    complimenti per la tua educazione

  • Paolo Ercolani

    Proprio così, come hanno messo in evidenza alcuni di voi. Un profluvio di citazioni da Marx, troppo spesso decontestualizzate e utilizzate in maniera impropria, a fronte di un totale oblio del metodo che egli ci ha lasciato, e che rappresenta quasi sempre il lascito più importante di un autore classico: questo metodo insegnava a tenere conto dei rapporti di forza oggettivi, delle circostanze concrete, del sistema di produzione dominante. Tutte cose sulla base delle quali immaginare, in maniera razionale e credibile, un progetto di superamento dei conflitti e di emancipazione umana. Che altro dire, se non che dopo la tragedia ci tocca fare i conti con tante farse…

  • sergio gioia

    mi scusi ma in questo suo scritto, caro ercolani, non ho trovato una sola argomentazione appena decente per smontare l’operato di diego fusaro. saluti

  • sergio gioia
  • Paolo Ercolani

    Ho detto a Fusaro che ha messo insieme due filosofi inconciliabili come Gramsci e Gentile, sostanzialmente per proporre una filosofia dell’azione in cui manca l’azione. Non v’è, infatti, nelle sue teorie, una sola proposta concreta su cosa fare dopo aver abbandonato il capitalismo, essere usciti dall’euro, aver superato la dicotomia destra/sinistra. A queste cose Fusaro non è riuscito a rispondere. Se questo per lei non è aver smontato l’inconsistenza di un pensatore che è il orodotto tipico dell’indistinto, beh, allora non so che direle. Rispetto la sua opinione, ma ciò non mi impedisce di considerarla assai inconsistente. Un saluto!

  • Fabio D’Amico

    Buonasera,

    potrebbe mai rispondere lei così sinteticamente? Cosa fare dopo aver abbandonato il capitalismo! Non mi dirà che lei ha le idee chiare in merito… se così fosse credo che almeno una parte della sinistra italiana ancora esisterebbe.

    Il paradosso Gramsci-Gentile utilizzato da Fusaro, che poi non fa che riflettere allo stato attuale sulla presunta attualità di una dicotomia sinistra-destra, parte dal dato di fatto dell’evoluzione del sistema capitalistico; così come a tutto il mondo tocca subirlo. E’ veramente un’astrusità dire che, rispetto sinistra-destra, il capitalismo attuale è altrove? Questo senza nulla togliere alla memoria storica che ci ricorda che (fino ad ora) la destra ha sempre fatto da manganello al sistema, ma semplicemente obiettando che nello scenario attuale forse così non è.

    Le argomentazioni di Fusaro sono le stesse di Costanzo Preve (ecco qui certamente il primo allievo del secondo) e Costanzo Preve nell’idea di comunismo ci ha passato la vita. Siamo ancora nell’indistinto? Se (e ripeto se) lei ancora ritiene di si, non è che forse questa sua posizione dipenda da una mancata (ma ormai ineluttabile) elaborazione del lutto dovuto al tradimento della sinistra storica?

    Per ultimo: Fusaro (come Bagnai [marxista], come quasi del tutto Brancaccio [marxista], come Latouche [come definirlo? Ilichiano?], come Stigler [economista liberale], come Galbraith figlio [economista liberale] etc.. parlano di uscita dall’Euro non dall’Europa. Quindi? Dovrei essere a disagio (meditando io stesso la cosa) poiché queste comunanze sono eterogenee? Grazie per la risposta.

    (una riga per presentarsi a volte ci vuole: un insegnante 60enne che deve provare spiegare ai suoi studenti che la sinistra è diversa)

  • Lorenzo Furlani

    Le categorie storiche di destra e sinistra sono del tutto
    inadeguate a interpretare le sfide che il nostro tempo propone e a
    governare il conflitto in atto su scala locale e globale. A questa dicotomia va
    certamente cambiato nome ma soprattutto vanno cambiati i contenuti.
    La categorizzazione
    mutuata dalla Rivoluzione francese e radicatasi nell’Ottocento si riferisce a
    una frattura tra capitale e lavoro che non esiste più nella dimensione sociale comunitaria
    e nazionale. La crisi economica mondiale provocata dai subprime statunitensi nella
    rovina di milioni di aziende locali e nazionali ha dimostrato, al di là di ogni
    dubbio, che nella stagione della globalizzazione imprenditori e operai si trovano
    dalla stessa parte e condividono gli stessi interessi schiacciati da meccanismi
    di regolazione economica internazionali, che favoriscono la rendita e la speculazione
    finanziaria.
    Peraltro, un’opzione praticabile alternativa al sistema politico economico
    liberaldemocratico non esiste, né sul piano storico né sul piano scientifico.
    Il modello teorico elaborato da Marx, nell’analisi delle contraddizioni delle
    forze produttive del sistema capitalistico che avrebbero portato necessariamente
    la forza lavoro a rivoluzionare i metodi produttivi prendendo coscienza della
    propria funzione storica nell’emancipazione umana, si è rivelato sbagliato. Non
    c’è stato nessun fenomeno del genere nelle società industrialmente avanzate; per
    correggere questa aporia il leninismo ha teorizzato il contributo di una
    frangia sensibile di intellettuali che avrebbe guidato la classe operaia nella rivoluzione
    e che storicamente ha tradotto la teoria marxista, attraverso un’imposizione di
    schemi e metodi in un ambiente economicamente arretrato con la negazione
    sistematica della libertà, in una delle più sciagurate esperienze umane.
    Le
    categorie di destra e sinistra si sono caricate in Occidente di valori politici
    e culturali – patria, famiglia, religione, ordine da una parte contro eguaglianza,
    diritti, giustizia sociale, sicurezza dall’altra – del tutto inconferenti rispetto
    ai pericoli che l’assetto economico globale arreca attualmente al governo di
    una società nazionale che sia tendenzialmente impostato sui criteri di giustizia e
    opportunità.
    Destra e sinistra continuano a orientare variamente il voto degli
    elettori nei Paesi liberaldemocratici mentre nel sistema capitalistico globale
    l’1 per cento della popolazione prevarica gli interessi del restante 99 per
    cento, facendo leva strumentalmente nelle dinamiche elettorali proprio sulle
    emozioni e gli affetti che queste categorie politiche storiche suscitano negli
    atteggiamenti delle persone, a discapito di una conoscenza razionale dei
    problemi.
    La diade destra e sinistra dovrebbe essere sostituita da altre diadi che
    rivelino e interpretino adeguatamente la realtà del conflitto in atto, destrutturando
    gli atteggiamenti politici prevalenti e consentendo alle varie formazioni umane
    di riconoscere la vera frattura consumatasi nelle relazioni sociali ed economiche,
    concorrendo in tal modo a elaborare un modello di governance fondato sui valori
    comuni di libertà e pari opportunità nell’interesse della stragrande
    maggioranza – per non dire della totalità – della popolazione.
    Quindi l’interesse
    generale contro gli interessi particolari, il bene comune contro il bene di
    pochi, lo sviluppo ecologicamente ed eticamente sostenibile contro lo sviluppo
    parassitario dell’ambiente umano e naturale.
    Dicotomie che non si possono
    ricomprendere nella polarizzazione destra e sinistra, né sul piano euristico né
    sul piano del radicamento popolare di queste categorie, e che, a ben vedere, fotografano
    la vera natura dei principali conflitti in atto non solo sul piano globale ma
    anche su quello nazionale.

  • Alex Leardini

    “..ven­gono imme­dia­ta­mente fuori tutti i limiti di un tipico «pro­dotto dell’indistinto”. Un intellettuale da salotto non sta bene a scrivere di filosofia dell’azione. Articolo molto bello Ercolani!!

  • andrea pitto

    09/10/2014

    POLARITA’ SINISTRA/DESTRA,
    ANTIFASCISMO/ANTICOMUNISMO

    La polarità sinistra/destra, com’è noto, ha
    una derivazione essenzialmente parlamentare. Risale alla Rivoluzione francese e
    si è consolidata nell’Ottocento arrivando ai nostri giorni. Semplificando,
    dovrebbe significare, opporsi (sinistra)
    o meno (destra) alla volontà del
    capitalismo (capitalisti, poteri forti, ecc.)
    di perpetrare i suoi autoreferenziali, infami, sporchi, ecc.,
    interessi… scusandomi, per la terminologia non propriamente politologica.

    La speranza mai sopita è che si diffonda la consapevolezza che il cosiddetto lìberismo
    imprenditoriale sia in realtà valutato per quel che realmente è: la libertà dei soli imprenditori (aziende,
    trust, holding, ecc.) di agire nel mercato, sulle spalle di chi ne sopporta le dannose conseguenze.

    Il regista Silvano Agosto parla, non senza ironica efficacia, di imprenditori come di “prenditori”.

    Diciamo, per inciso, che ogni imprenditorialità
    va (andrebbe, il solito contrasto
    sein/sollen) collocata in un
    sistema di equa suddivisione del lavoro
    unitamente ad una corretta ripartizione dei guadagni… ma è una questione – semplice e logica se non si vuole suffragare, anche teoricamente, regimi
    fondati sulla diseguaglianza come quelli capitalistico-finanziari – da dibattere meglio in altro contesto.

    Sostanzialmente, appoggiare il
    versante di sinistra della suddetta dicotomia, significa, in prima e generalissima istanza, criticare
    (l’arma della critica è fondamentale, seppur deve poi dare adito a conseguenze
    pratiche), opporsi, combattere,boicottare, l’apparato, come diceva Althusser o
    l’apparato tecnico come dice Galimberti, il capitalismo (di cui parla Marx), la
    società dello spettacolo (evocata da Debord)… fermandomi qui per evitare
    l’eccesso dei riferimenti.

    Sostenere il polo di destra significa, invece, usufruire pedissequamente e anzi promuovere lo status quo (in fondo
    capetti e capoccia, padroncini e padreterni ci sono sempre stati), o meglio,
    perfezionarlo nel senso del mantenimento dei
    privilegi che spesso vengono tramandati “ereditariamente” e subiscono
    una alternanza in base ai rapporti di forza dei contendenti (i capitalisti, le
    banche, i trust, le Nazioni, ecc.)

    E’ necessario, o sarebbe necessario, impegnandosi a sinistra, identificare gli attori (soggetti umani, sociali e politici) che conseguono (e
    ne sono consustanziali) da un sistema sociale fondato su potere e capitale come unici
    elementi socialmente rilevanti.

    Nel contempo è indispensabile riflettere sui
    meccanismi sociali e psicologici che permettono l’assuefazione e quindi
    l’accettazione di realtà altrimenti illogiche, paradossali, maligne. Ma
    investigare la “struttura caratteriale” (W.Reich)
    e il “fattore soggettivo” della storia, entrando così nell’ambito psicologico, sarebbe un discorso troppo lungo.

    Per il momento cercherò di porre l’accento soltanto su alcune questioni
    generiche, prevalentemente di natura socio-politica e quindi di importanza cruciale, al fine di illustrare
    la dicotomia destra/sinistra, senza poter in alcun modo essere esaustivi
    .

    Un esempio tra tutti e nemmeno
    quello che comunemente salta più all’occhio indagatore: il principio
    d’eredità, che in quanto facente parte del diritto è contiguo solidamente al sistema economico-finanziario ad esso sotteso (struttura-sovrastruttura marxiana e
    vedere anche dibattito Marx-Bakunin
    nella prima Internazionale).

    Questo principio, in soldoni,
    sancisce che il “debosciato” (vedere dopo) di turno, spesso nullafacente e ai gradi minimi di un immaginario elenco
    meritocratico, ottiene potere sotto forma di straboccanti conti bancari e
    altisonanti mansioni manageriali o altro del genere. Da ricordare che “altro del genere” può
    significare successioni monarchiche e subentri finanziari ai piu’ alti livelli.

    Ecco, accettare più o meno supinamente (acriticamente) tutto questo
    significa essere di destra. Affannarsi ,facendo tabula rasa attorno a sé,
    significa essere di… ultradestra.

    Non accettare tutto questo comporta
    la tendenza a essere di sinistra. E già
    in questo possiamo notare come molti cosiddetti di sinistra trasaliscono a tal
    proposito. Evito di mettere il virgolettato ai termini destra e sinistra anche
    se spesso sarebbe necessario.

    Tuttavia prima di prendere una
    decisione (essere di destra o di sinistra nel caso specifico e poi in generale),
    bisogna valutare le implicazioni che questa polarità comporta. Vale a dire ciò che
    implica anche nella semplice occasionalità quotidiana
    (interessi quotidiani o di lunga durata) o nella personale situazione che il
    “decidente” vive, retaggio, nell’esempio appena costituito, della sua stessa
    catena ereditaria.

    In sostanza il mio discorso è
    semplice e, nell’esempio appena fatto, implica questo: non è lecito usufruire dei
    capitali e del potere che la famiglia ha acquisito.

    Ognuno “deve” trovarsi allo stesso punto di partenza quando ha la
    fortuna/sfortuna di essere “gettato nel
    mondo” e aprirsi alla realtà. E poi vada avanti secondo le sue capacità e senza
    basarsi sul lavoro altrui per raggiungere gli
    onorevoli scopi cui le sue
    attività tendono.

    Le tesi con un autentico contenuto di sinistra, che tempo fa Moretti esortava venissero espresse, sono dunque queste, anzi, almeno queste… e
    ricordate che sono tesi non regole:

    1) Delegittimazione (almeno logica, etica, se non politica) diritto di eredità
    e di proprietà (mezzi di produzione ecc.) oltre sacrosanto tetto sulla testa e
    poco altro. Che scandalo questo asserto! E quanto utopistico appare, essendo,
    tra l’altro, il diritto, il sistema
    legislativo, un’emanazione del sistema
    di produzione capitalistico atto a consolidarlo
    tutelandone il proseguimento.

    2) Delegittimazione accumulo capitale e utilizzo lavoro altrui per eseguire
    il cosiddetto lavoro in proprio (che altro scandalo questa affermazione! Vade
    retro satana!). Da cui deriva che non è possibile arricchirsi (accumulare
    capitale)se non utilizzando (sfruttamento) il lavoro di altri (plusvalore).

    L’imprenditore è un prenditore,
    ritornando ad Agosti.

    Lavori in collettività comportano
    suddivisione collettiva dei benefici. Il lavoratore non può essere immesso in
    un rapporto di sudditanza, né tantomeno essere fonte di sostentamento per
    l’imprenditore (padrone, suggestivi i vecchi termini!). Se non è possibile o accettabile questo tipo di
    rapporto lavorativo, ciò significa soltanto una cosa: l’arricchimento, il
    guadagno imprenditoriale, sono possibili soltanto con lo sfruttamento del
    lavoro altrui il che significa che il lavoro, nell’accezione più vasta del
    termine, sarebbe realizzabile soltanto
    laddove sia attuata una qualche iniquità economica.

    Il lavoro sarebbe, in altri termini,
    inficiato all’origine, di proprietà parassitarie e non sarebbe pensabile, al
    contrario, un lavoro, un’attività lavorativa, al contrario fondata su
    presupposti egualitari che prescindano
    da sfruttamento e speculazione. Il lavoro è attività prettamente umana come
    l’autocoscienza, il pollice opponente e
    poche altre caratteristiche e dunque è possibile soltanto in un regime
    capitalistico, cioè di sfruttamento iniquo? Sono certo di no.

    E non si dica che sono gli imprenditori-capitalisti ad offrire lavoro (come buoni samaritani) ai
    lavoratori ,appunto. Al contrario, sono questi ultimi che permettono a quelli
    di arricchirsi e ove non vi sia vero e proprio arricchimento, di assumere ruoli
    dirigenziali che comunque rappresentano
    sempre e soltanto quei privilegi che i “sottoposti” nemmeno sognano di poter
    ottenere.

    Impostazioni teoriche, lo so, ma questa è un’analisi teorico-critica, non
    dimentichiamolo. Se poi essa si possa transustanziare in progetti e attività reali sarà il tempo e la storia a
    deciderlo, magari anche con l’ausilio della volontà di qualcuno (delle “genti” mi pare un
    tantino improbabile, ma non si sa mai!).

    3) Seguendo il ragionamento di Platone e attualizzandolo: non legittimo che
    la ricchezza di alcuni sia superiore di 7/10 volte (mi pare dicesse così il filosofo nella
    Repubblica, ma non è determinante, è valido il principio) quella del piu’
    povero. Sulle proporzioni ovviamente sarebbe necessario dire qualcosa in più,
    anche perchè in Grecia il calcolo, seppur ipotetico, di Platone riguardava soltanto le classi al potere, non
    l’intera popolazione. Tuttavia mi pare una chimerica (consideriamo soltanto i
    guru della ricchezza) ma sacrosanta e
    benefica tendenza sociale. Valida anche soltanto come argomento del proprio
    pensare.

    Ricordo, in aggiunta, che la
    celebrità, il riconoscimento, il rispetto, derivante da una capacità (canto,
    arte, ricerca scientifica, magari straordinaria bellezza, ecc.) di per sé sono
    privilegi brucianti anche in assenza di vantaggi economici spropositati: accontentarsi di
    quello che la sorte ha dato ai piu’ fortunati! Non volersi accaparrare tutto,
    proprio tutto! Suvvia, un po’ di dignità!

    Meno guadagni e soprattutto pensare a coloro che rendono possiblile ogni
    attività (artistica, scientifica, ecc.) con il lavoro pratico “materiale” (produrre dvd, fare film, produrre strumenti
    musicali, materiali per le varie arti, per i laboratori e macchinari scientifici,
    ecc.) Tutto lavoro che deve essere valutato e senza il quale nessun
    straordinario musicista, ad esempio,
    potrebbe suonare la benchè minima nota. Da straordinario musicista strapagato
    diverrebbe un desiderante e
    fantasmatico operatore musicale in potenza.

    Naturalmente la delegittimazione, cioè un mutamento di leggi non ha nessuna
    possibilità di ottenere l’effetto che si prefiggono i tre punti in questione.

    Il mio discorso rimane (pur non volendolo) prevalentemente un
    discorso teorico-critico (da una sorta di torre d’avorio francofortese), anche
    perchè le leggi, ripeto, vengono pilotate proprio da chi ha il potere di farlo,
    cioè da chi possiede maggiori risorse finanziarie e può ottenere lauree nelle
    migliori università, avere validi appoggi politici pregressi, usare il denaro
    come strumento che convince, che manipola
    e via di questo passo (zampettando nella melma più olezzante). Sarebbe
    bene, ma il contesto non lo permette, dire qualcosa in più sui rapporti, su
    citati, tra “struttura” e sovrastruttura”, ma evito di addentrarmi in questo
    comunque supervisitato argomento.

    Inoltre le classi ricche (i padroni), è bene ricordarlo, trovano sempre il modo di spalmare chissà dove
    i loro beni superprotetti : il sistema è fatto da loro, compresi corpi,
    anticorpi e siti introvabili.

    Insomma, è verosimile formulare pensieri di sinistra.

    Sia chiaro, al di fuori dei tre punti che ho appena menzinato (ma forse
    altri dirimenti in tal senso si possono
    menzionare)non v’è possibilità alcuna nel merito considerato. Nessuno che li
    condividesse può suffragare il capitalismo o un sistema totalitario gerarchico
    e oppressivo.

    Chiunque li approva può essere considerato, a ragion veduta, di sinistra e
    poi, di volta in volta, comunista,
    libertario e quant’altro.

    Chiunque li ostacoli può essere
    considerato, a ragion veduta, di destra e poi, di volta in volta, fascista, nazista e quant’altro.

    In altre parole, all’esterno di quei
    propositi si presenta il normale, consueto, maleodorante, sanguinario,
    altezzoso, violento, autoritario, opprimente, devastante pensiero di destra, con
    molteplici declinazioni possibili.

    Non ho messo, come punto identificativo
    dell’atteggiamento di sinistra, l’anticapitalismo per due motivi: A) è ovvio
    che il capitalismo sia un sistema sociale ed economico da contrastare. B)
    Alcune formazioni o partiti dichiaratamente fascisti sono, almeno a parole e spesso senza conoscerne le
    implicazioni reali o soltanto logiche, anticapitalisti e quindi…

    Inoltre non ho inserito
    l’antiamericanismo perchè è di nuovo ovvio ma anche perchè, ragionando in questi
    termini, dovrei costituire tanti “anti” quanti sono gli stati del mondo, seppur
    facendo magari una tabella che quantifichi
    le caratteristiche che
    maggiormente pongano i rispettivi
    sistemi statali ( e sociali) in una
    ideale linea, che da libertà ed equità
    giunga a schiavitù e iniquità eclatanti. Nella piramide dei “poteri forti” non
    c’è dubbio che, ancora allo stato attuale, gli USA siano assestati al
    vertice(seppur in leggero sgretolamento).

    A questo punto eliminiamo la
    polarità destra-sinistra? Direi di no, perchè rimane, a mio parere, ancora utile, seppur impreciso, strumento concettuale per mettere a punto un’idea, sia pur grossolana, di qual genere
    di interlocutori (singoli, gruppi, istituzioni, ecc.) ci troviamo a
    fronteggiare, anche se dobbiamo
    convenire non sia dirimente per comprendere a fondo le reali prospettive,
    valori, credenze, tendenze, autentico senso di giustizia, presenti in loro (essi).

    D’altra parte, quasi certamente, in
    occidente, le forze di destra o di
    “destra” si collocano, ripeto, in
    antitesi rispetto ai tre punti di cui sopra. Tuttavia anche quelle che si
    dichiarano di sinistra – anche loro
    spesso inconsapevoli delle valenze che comporta contrapporsi oppure no allo
    sfruttamento del lavoro, al capitalismo, ecc.-
    sovente non sono da meno nel
    contrapporsi alle questioni sollevate dai medesimi tre punti.

    In definitiva: destrorsi-fascisti, “destrorsi”, sinistrorsi e
    “sinistrorsi” uniti nella lotta, con poche eccezioni, purtroppo.

    Ciò accade ancor più nell’attività
    parlamentare e ancor meno in quei rari ambiti dove vigono , fortunatamente, canoni di
    pensiero e comportamento disgiunti da interessi di potere o di sfruttamento.

    Ripeto: dirimente è la posizione
    rispetto ai tre argomenti anzi posti.

    Al di fuori c’è soltanto il
    chiacchiericcio altisonante degli arrivisti, dei già arrivati, degli ipocriti e
    dei debosciati (da vocabolario: ridotti
    a fiacchezza morale e fisica a causa dei vizi e sregolatezza dei loro costumi; figura
    socio-psicologica che non comporta, ovviamente, soltanto un giudizio morale).

    Non vi sono difformità essenziali tra e nei
    popoli (etnie,nazionalità,
    credenze, generi, ecc), ma queste sono davvero sostanziali, come il termine
    evoca, quando il sistema differenziale si basa sulla ricchezza (e il potere).

    Il “ricco” è davvero altro dal “povero”.

    L’imprenditore-capitalista-finanziere è davvero altro rispetto al
    lavoratore-sfruttato-indigente-senza lavoro.

    Peccato: si ritorna sempre all’importanza
    dirimente dell’economia e del potere nonostante l’anima (mente) umana abbia la
    potenzialità di esprimere eterei e fantastici
    costrutti concettuali, magnifici prodotti artistici, benevoli e
    lungimiranti progetti futuri, desideri che travalicano quelli meramente personalistici…
    (suvvia, accettiamo un po’ di “ etica poetico-psicologica”).

    Tutto quanto affermato non ha
    velleità (o vuole dare indicazioni) votazionistiche (il parlamento è solo la
    punta di quell’iceberg che è il sistema-apparato) ma pretende di rimanere sul piano
    dell’analisi critica, un piacere, a
    volte privilegio, di chi cerca di
    decodificare gli elementi della realtà facendone emergere l’intrinseca natura,
    che, detto francamente, è piuttosto difficile da modificare, estirpare o
    debellare e tuttavia è necessario (fa stare meglio psicologicamente) fare “come
    se” (Vaihinger) in qualche arcana e inusuale maniera
    una possibilità diversa e migliore venga sviluppata.

    E qui potrei citare l’importanza
    della “praxis”, dell’azione, sulla scia
    di Aristotele, di Fichte senza convincimento,
    di Gentile – pur credendo meglio non citarlo (come punizione), visto il suo fascismo proclamato e opportunisticamente
    utilizzato per fini personali – , di Gramsci con rispetto e di tutti coloro che hanno dato la vita, nella
    pratica appunto, per mutare in meglio le
    condizioni sociali e quindi la storia.

    Definisco, dunque, pensiero di sinistra quello che attesta positivamente i tre punti sopra
    elencati.

    Al contrario, definisco
    “pensiero” di destra quello che si contrappone a quelle stesse istanze.

    Perchè le virgolette alla parola pensiero?

    Perchè in questo caso non è un vero
    e proprio pensiero, dato che è mosso da interessi e paure di perderli.

    O meglio è un pensiero limitato, non
    libero (sottoposto alla dittatura del proprio interesse, non oggettivo, il
    liberalismo-neoliberismo è una farsa deleteria, oltrechè essere ipocrita),
    incapace di relazionarsi con altre costruzioni cognitive, impossibilitato a
    creare cose ed eventi originali. Insomma è un simulacro di pensiero
    che, nell’economia culturale generale, produce rallentamenti, distorsioni,
    zoppicature e quant’altro, oltrechè, naturalmente, ogni genere di turpi
    disparità tra le moltitudini umane.

    Un appunto alla questione
    suscitata nuovamente da Diego Fusaro circa l’inutilità dell’antifascismo (e
    dell’anticomunismo).

    Quest’ultimo “anti” è davvero inutile giacchè
    nessun governo o stato, ha mai messo in
    opera qualcosa che possa definirsi “comunismo” in base alla teoria sorta storicamente o soltanto lasciandoci
    guidare dalla sua semantica che, mi pare,
    sia chiara.

    L’anticomunismo è, tuttavia, uno strumento concettuale che viene inalberato
    pretendendo di confermare la propria voglia di libertà, contrastando ad esempio
    i regimi dittatoriali e invece – è evidente a tutti coloro che pensano non ideologicamente – maschera la tendenza a giustificare e rendere
    libera ogni azione che promuova le
    proprie iniziative, specie in ambito lavorativo-imprenditoriale ma anche in
    altri ambiti dell’”esserci” (senza per questo promuovere il filosofo della
    Foresta Nera, anzi).

    In altre parole, come scrivevo
    poc’anzi: fare i propri comodi anche a detrimento dei propri simili,
    soprattutto usando il lavoro e l’impegno del prossimo (altrimenti è
    impossibile), onde, semplificando, poter
    accrescere il conto bancario personale.

    Altra questione è
    l’antifascismo.

    Innanzi tutto il fascismo può essere
    declinato in vari modi e sappiamo quanto gli storici siano discordi sul cosiddetto minimo comun denominatore che
    sottenda a tutte le esperienze storiche a cui
    si è, legittimamente oppure no, applicato l’attributo fascista (infatti
    il termine “totalitarismo” viene incontro a queste indecisioni). A volte ho la
    tentazione di dare giudizi intuitivi senza cioè argomentare, anche se non reputo
    questa operazione legittima, specie quando si compone un testo teorico e
    tuttavia mi vien da dire che è “intuitivo” reputare una certa esperienza
    storica come fascista oppure dire di un certo comportamento che è fascista. Ma
    lasciamo perdere queste divagazioni
    “emotive””.

    In seconda istanza, qualsiasi
    concetto storico non esaurisce i significati del fascismo. Se non altro
    declinare questo termine-concetto-tipo sotto il profilo psicologico e
    comportamentale mi sembra assolutamente degno di nota. A riguardo citare Wilhelm Reich è sacrosanto e
    quindi riserviamo ad altre occasioni di addentrarci
    sulla struttura caratteriale del fascismo (dei fascisti autoconsapevoli oppure
    no). Dirò soltanto che alcuni regimi meglio di altri operano una selezione attitudinale
    funesta al fine di far emergere (e
    aumentare numericamente) gli individui
    più violenti, sadomasochisti, arrivisti, egocentrici, implacabili, ecc.,
    consegnando loro l’organizzazione del
    regime stesso. Ebbene questo non soltanto è accaduto in passato ma accade anche nel presente e
    quel che forse è più importante può
    accadere anche nel futuro.

    Il fascismo è l’extrema ratio (?) di
    uno stato (o altro) per imporre il potere sulle folle. In quanto strumento, può
    essere riposto in un cassetto (storico), magari anche dimenticato (posto nel
    “preconscio”, direbbe Freud) ma quando
    si prospettassero avvenimenti o condizioni adeguate i “poteri forti” non
    mancherebbero di aprire quel cassetto e adoperare quanto, silente e non
    visibile anche da tempo, vi è stato riposto.

    Dunque l’ antifascismo deve con
    certezza essere mantenuto: il suo spirito non si riferisce soltanto a qualcosa
    che è avvenuto ma esprime qualcosa che può ancora avvenire e inoltre l’antifascismo,
    teorico o pratico, è molto vicino al concetto di critica.

    La critica, in generale, sottopone a indagine gli eventi sociali e
    politici (e non soltanto) così come l’antifascismo (critica+ vigile
    antifascismo) utilizza questo strumento
    concettuale per determinare le analogie (in atto o in potenza) presenti in
    progetti, sistemi, governi attuali, rispetto a quelli famigerati delle dittature totalitarie del passato.

    Naturalmente non si può né si deve comporre la dicotomia
    antifascismo/anticapitalismo.

    In altri termini, la questione è questa: né fascismo, né capitalismo oppure
    antifascismo e anticapitalismo.

    Mi sembra semplice ragionare in tali termini senza dare adito ad
    elucubrazioni anti che spesso fanno perdere la consapevolezza di quale sia la
    realtà: il fascismo è consustanziale al capitalismo e quando questo ne ha
    bisogno viene tirato fuori questa volta dal cappello magico (non c’era e adesso
    c’è!).

    Per concludere una nota di puro rammarico.

    E’ sempre più facile la pars
    construens di quella destruens, specie quando si esaminano le tematiche affrontare in questo testo e
    quindi mi pare inutile “accusare” chichessia di fare soltanto analisi sui dati
    di fatto (sia pur in evoluzione) senza
    poi esprimere le modalità con cui sia possibile mutarli sostanzialmente.

    Riguardo al futuro e alla sua costruzione, siamo tutti nelle medesime condizioni, in alto
    mare, cioè.

    L’importante è porsi nella
    prospettiva che il futuro è emendabile, trasformabile e che la
    nippoamericana fine della storia è
    un’idea tra le tante e neppure, speriamo, la più probabile.

    P.S. Mi scuso per l’editing approssimativo ma il tempo è tiranno.
    P.S. Non so perchè il testo compare in questo modo