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L'urto del pensiero

Destra e sinistra. Attualità di una distinzione al di là dei nuovi “mostri” come Renzi e Fusaro

MARX MACCHIETTA

Ha ancora senso la distinzione fra destra e sinistra? Precisiamo subito che non è una questione di termini. Si può decidere di non chiamarle più così, di andare oltre questo tipo di convenzione, ma bisogna ricordare con Hobbes che l’uomo è un «essere simbolico» e che, quindi, la sua capacità di ragionare deriva dall’uso che egli fa del proprio linguaggio, cioè dal fatto che conferisce dei nomi di valore universale a realtà particolari perfettamente esistenti. Si può, quindi decidere di non chiamarle più destra o sinistra, ma comunque l’uomo dovrà fare i conti con «cose» reali come l’uguaglianza o la gerarchia, la visione individualistica o collettivistica della società e quindi dei valori che la dovrebbero regolare, o ancor più generalmente con quella «idea universale di uomo» insegnataci da Hegel e Marx in contrapposizione alla tradizione (liberale), che per molto tempo ha teorizzato la libertà e i diritti di un fantomatico «individuo», salvo prevedere clausole di esclusione su base razziale, censitaria e sessuale (etnie non bianche, non proprietari, donne). Al giorno d’oggi una questione dirimente è la seguente: è l’economia a dover stabilire i fini ultimi, e i conseguenti valori, del vivere e agire umano, oppure è la politica a doversi impegnare per creare una società dove almeno le opportunità siano ragionevolmente uguali per tutti, dove la giustizia sociale rimane un faro che illumina il cammino e l’essere umano (contrapposto alla logica fredda e numerica del mercato e dei vari spread) costituisce il centro e lo scopo di ogni agire pubblico?

Dirò di più, se il punto è veramente questo, allora non sono tanto e solo i termini destra e sinistra ad avere ancora un senso, ma soprattutto proprio quella distinzione che deve declinarsi in capacità effettiva di distinguere i fenomeni di un mondo «grande e complesso». Se essa viene a mancare, produce «mostri» e ibridi incapaci di distinguersi, del tutto funzionali all’ordine imposto dal pensiero unico neo-liberale. Ad esso consustanziali e rispetto ad esso fisiologici come il muschio nei sottoboschi.

Sarebbe fin troppo agevole tirare in ballo «mostri» (da intendersi alla latina) come Renzi o Berlusconi o come i finti centro-destra e centro-sinistra italiani, che ormai hanno palesato tutta la propria incapacità di distinguersi politicamente (quindi sia nella teoria che nella pratica) rispetto ai grandi temi che affollano il presente.

Andiamo invece più in profondità e prendiamo l’esempio del giovane Diego Fusaro, filosofo del San Raffaele di Milano. Questi, definendosi allievo indipendente di Hegel, Fichte e Marx (difficilmente potrebbe essere «dipendente», vista la loro dipartita, ma sorvoliamo su questa pur significativa nota semantica), scrive articoli e libri in cui, fra le varie, sostiene l’anacronismo della distinzione destra/sinistra, l’assurdità di una sinistra antifascista in assenza di fascismo, il superamento del sistema capitalistico e, naturalmente, l’uscita immediata dall’Euro come panacea indiscutibile.

Tipico caso di un «mostro» generato dalla società spettacolare odierna, dove l’indistinto fagocita le differenze e produce i suoi stessi oppositori, ovviamente spuntati e disinnescati.

Certo, Fusaro ha ragione quando, per sintetizzare, denuncia l’immobilismo e l’incapacità di riconfigurarsi, nelle idee come nella prassi, della sinistra italiana e non solo rispetto ai tempi mutati. Grottesco rimanere ancorati a valori, terminologie e programmi del passato quando c’è da fare i conti con il «qui e ora», rispetto al quale la parabola catartica che dal Pci ha condotto al Pd non ha saputo incidere minimamente. Già solo per questo varrebbe la pena che tutta la classe dirigente dell’ex Pci si facesse da parte, in un sovrano quanto inconsueto (in questo triste paese) gesto di assunzione delle responsabilità.

Ma quando poi si va ad analizzare nel concreto riferimenti e proposte di Fusaro, vengono immediatamente fuori tutti i limiti di un tipico «prodotto dell’indistinto».

Ai maestri suddetti, cui si vota in maniera però indipendente (sia chiaro!), il giovane studioso aggiunge anche Gramsci e, udite udite, Gentile. Quando uno studente di filosofia al primo anno saprebbe benissimo che, al di là delle preferenze, la «filosofia della praxis» gramsciana è stata pensata proprio in contrapposizione alla teoria dell’atto puro del filosofo di riferimento di Mussolini. Tanto l’azione è figlia di un pensiero tarato sulle contraddizioni oggettive e reali nel primo (e deciso a mutarle nella loro realtà molecolare), quanto la teoria dell’atto puro in Gentile presenta dei momenti destinati a risolversi all’interno del pensiero stesso, in maniera del tutto ininfluente rispetto alla realtà sociale concreta.

In questo senso, e con le dovute differenze (e proporzioni), tanto il Renzi «erede» del Pci quanto il Fusaro «erede» di Marx (entrambi indipendentissimi!) si presentano come due perfetti prodotti dell’indistinto.

Il primo totalmente privo di ogni riferimento culturale e programmatico degno di questo nome, al punto di non riuscire a mettere minimamente in discussione l’ordine costituito (in questo senso si è guadagnato il coerente appoggio del centrodestra e di Berlusconi, oltre che dei poteri forti della finanza internazionale).

Il secondo totalmente privo di risposte rispetto a delle «sparate» iperboliche che finora gli sono servite soltanto a guadagnarsi comparsate in tv. Sì, perché prescindendo dai meriti di studioso, che secondo me ci sono, se Fusaro vuole fare il «filosofo» dovrebbe sapere che ancor più di un politico egli ha il dovere di essere «responsabile». Per essere tale dovrebbe spiegare (e quindi «rispondere») con cosa intende sostituire il sistema capitalistico (perché Marx parlava di fine del capitalismo sulla base di contraddizioni oggettive descritte meticolosamente, ma si fece anche promotore della costituzione di un comunismo internazionale, organizzato e con tanto di punti programmatici). Dovrebbe, Fusaro, spiegare cosa dovremmo fare una volta che siamo usciti dall’Europa (patria proprio di quei Hegel, Marx, Fichte e compagnia bella da cui in questo modo ci renderemmo un po’ troppo «indipendenti»…), quale programma di sopravvivenza prevede per il nostro paese, troppo indebitato, con una classe dirigente mediamente corrotta e incapace e un popolo a dir poco dormiente, in un mondo globalizzato e dominato da colossi come Usa, Cina, India, Russia, Brasile. Il pensiero di Marx era frutto di analisi meticolose e proposte realistiche (molte delle quali realizzatesi, basta leggere il decalogo alla fine del Manifesto), che tenevano conto del contesto storico e dei rapporti di forza all’interno dello stesso.

Quello di Fusaro, con tutte le sproporzioni del caso, appare come un giochino plastificato e di bell’aspetto che produce effetti soltanto per lui (e non è una colpa), col benestare di un sistema mediatico concepito e pagato anche e soprattutto per assorbire ogni forma di conflitto e trasformarla in farsa.

Potrei tirare in ballo il Socrate descritto da Aristofane (l’intellettuale che ben al riparo dai conflitti del mondo lo giudica con boria sovrana), e invece mi limiterò a dire (e lo dico a tutta la classe intellettuale, me compreso) che è troppo facile giocare sulla pelle di milioni di persone quando si ha il culo nel burro, sparandola ogni volta più grossa pur di ottenere attenzione dal sistema mediatico in cerca di fenomeni da baraccone (o «mostri» da televisione). È sterile, per non dire grottesco, denunciare il «sistema spettacolare» come Fusaro fa, ovviamente con valide argomentazioni, senza chiedersi a sua volta se anche lui non rischia di essere un prodotto di quel sistema stesso, un finto oppositore del tutto spuntato e innocuo e, così, pienamente funzionale a quell’ordine neo-liberale cui sostiene di opporsi strenuamente. Quello che per eliminare i nemici pericolosi ed esterni, se li crea di innocui e interni, e con l’aiuto del sistema mediatico al suo servizio li circonfonde di una luce abbaiante che oscura tutto il resto. Mai la televisione ha sentito tanto il bisogno di ospitare filosofi. Il buon Fusaro dovrebbe quantomeno chiedersi il perché, visto che accetta di farsi presentare da «La Gabbia» ( trasmissione che lo ospita sovente su La 7) come il «filosofo playboy che conquista le donne con le citazioni». C’è da immaginare, già da questa descrizione, il realistico terrore panico che uno così può suscitare tra i centri di potere della finanza internazionale e del capitalismo mondiale…

E dire che, chi sostiene di rifarsi a Gramsci, dovrebbe sapere meglio di altri che proprio il filosofo sardo biasimava quel «dogmatismo» che non sa applicare in casa propria le categorie critiche che utilizza per criticare gli avversari.

Basta leggere il suo recente «Il futuro è nostro. Filosofia dell’azione» (Bompiani 2014) per rendersi conto che, al di là delle dotte citazioni, almeno una parola è di troppo: «azione». Non ce n’ è traccia, non risulta pervenuta. Non è.

L’urgenza di una distinzione fra destra e sinistra trova un senso proprio in questo snodo anche teorico. La destra non ci interessa, sono affari loro (ci interessa che finalmente ne compaia una decente anche in Italia, questo sì, emancipata dalla spirale dei «o picchiatori o ducetti salvatori della patria»).

Ma la sinistra, una sinistra finalmente degna di questo nome, dovrà smetterla di spararla sempre più grossa per sfamare il sistema mediatico, senza preoccuparsi della coerenza delle proprie analisi e della realizzabilità concreta di un programma preciso e realistico. Anche perché continuare a sfamare solo il sistema mediatico, nonché la pancia del popolo con propositi tanto «acchiappanti» quanto vacui e sterili (anche perché giocati su una disperazione sociale ben reale), comporta dei rischi di cui, forse, ancora in troppi non si rendono ben conto.

Il sonno della ragione provoca mostri. E la veglia iperattiva di questi mostri è la prova lampante di un disastro compiuto.