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Deficit zero, la Costituzione mutilata con il pareggio di bilancio

Lo stato, gli enti locali e tutte le amministrazioni pubbliche non possono più indebitarsi. La quarta e ultima lettura a Palazzo Madama supera i due terzi dei voti. Dice no solo l’Idv, Lega astenuta. La sovranità non appartiene più al popolo.

 Con 235 voti favorevoli, 11 contrari (Idv) e 34 astensioni (Lega e vari) Palazzo Madama ha approvato definitivamente il pareggio di bilancio nella Costituzione.

Anche nella quarta e ultima lettura, alla presenza di Monti accorso apposta per l’occasione, il quorum dei due terzi dei voti d’aula è stato raggiunto e dunque la modifica più rilevante alla nostra Carta dopo la «devolution» di Calderoli non sarà sottoposta a referendum confermativo dei cittadini. Come in Grecia, le decisioni europee non si discutono, si approvano e basta.

Per la prima volta una sola ideologia, il liberismo, entra nella nostra Costituzione (che per sua natura è o era un compromesso tra forze molto differenti tra loro).

In meno di un anno (l’iter era iniziato nell’agosto 2011 con il governo Berlusconi), il parlamento ha modificato quattro articoli della Costituzione: 81, 97, 117 e 119, «imbrigliando» a cascata i bilanci non solo dello stato ma di tutti gli enti locali e le amministrazioni pubbliche (università, etc.).

La «regola aurea» del deficit zero è in vigore nelle grandi economie dell’eurozona solo in Germania e Spagna.

Il nuovo articolo 81 afferma che dal 2014 «lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico». «Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta, al verificarsi di eventi eccezionali». La riforma demanda poi a una legge ordinaria di attuazione il compito di definire quali sono gli «eventi eccezionali» che permettono lo sforamento di bilancio, tra cui sono annoverate «gravi recessioni economiche, crisi finanziarie, gravi calamità naturali». In caso di sforamento ci dovrà però essere anche un «piano di rientro» contestuale.

E’ una riforma imposta dalla Bundesbank a tutta l’Europa – con «disposizioni nazionali vincolanti, preferibilmente di natura costituzionale» – su cui il dibattito tra economisti e giuristi in Italia e all’estero «è stato molto più acceso di quello che si è verificato nel nostro Parlamento», come ha riconosciuto onestamente ieri in aula Pancho Pardi annunciando il voto contrario dell’Idv.

Non a caso ben cinque premi Nobel (Arrow, Diamond, Sharpe, Maskin, Solow e altri economisti, keynesiani e non) recentemente hanno firmato un appello ad Obama contro questo principio, da loro ritenuto «una camicia di forza foriera di effetti molto perversi per l’economia».

Dopo i decreti legge d’emergenza arriva la riforma costituzionale d’emergenza. Una norma votata con zero dibattito parlamentare e meno di zero dibattito pubblico. Aumentare il debito per fare investimenti o servizi è da sempre il terreno principe della politica economica di qualsiasi governo. D’ora in poi non sarà più a disposizione della maggioranza relativa di turno, perché servirà quella «assoluta», in una sorta di «grande coalizione permanente».

Più che aurea sembra una regola ferrea. Proprio per questo, forse, il nostro parlamento ha recepito le raccomandazioni europee un po’ all’italiana. Per esempio: il termine «pareggio di bilancio» è nel titolo della riforma ma nel disegno di legge non compare affatto (si parla sempre di «equilibrio di bilancio»).

Poi, forse soprattutto, la norma che blocca la spesa pubblica e obbliga qualsiasi governo ad aumentare le tasse all’occorrenza è una legge in due tempi, un missile a due stadi che richiede complesse norme di attuazione e l’avvio di una «super-commissione Bilancio» indipendente sia dal governo che dal parlamento. Si devono fare entro febbraio 2013, cioè entro la fine della legislatura. Da come saranno scritti questi futuri “sacri” testi, la decisione di ieri potrebbe rivelarsi una tigre di carta o una rivoluzione totale della finanza pubblica.

In ogni caso da oggi, in linea di principio e in modo irreversibile, il governo non ha più né la sovranità monetaria (ceduta alla Bce) né quella di spesa (affidata all’Europa e a maggioranze nazionali ampie) né il parlamento quella di controllo (col fiscal compact vigilare sul budget spetterà direttamente alla Corte di Giustizia europea).

dal manifesto del 18 aprile 2012