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Debito, il Pdl ruba la «ricetta Profumo»

Stop al debito pubblico. Entro ottobre via alla svendita da 400 miliardi e pensione a 68 anni. Tra un mese il Tesoro ridefinirà il Def e la legge di stabilità. Tremonti organizza un seminario sulle privatizzazioni forzate

Silvio Berlusconi in versione «turista della democrazia» (così si rivolse all’Europarlamento ormai molti anni fa) svolazza tra Strasburgo e Bruxelles insultando l’opposizione e rassicurando i partner dell’Unione europea sui conti pubblici italiani. Una gita in cui il nostro premier strappa 10 minuti di monologo a uso interno rigorosamente in lingua originale: «Non serve tradurre, tanto devono capire solo i giornalisti italiani», dice a un Van Rompuy ridotto a fondale.

Il viaggio lampo del Cavaliere nelle capitali europee incassa l’apprezzamento delle istituzioni espresse dai governi (Commissione e Consiglio, del resto come poteva essere altrimenti dopo la lettera «segreta» della Bce?) e illumina lo sconcerto per un premier pluri-indagato in un europarlamento che invece deve rispondere ai cittadini. Sia Barroso che Van Rompuy elogiano gli sforzi italiani.

La sostanza però non cambia: l’Italia è troppo grande per fallire, ed è troppo grande per essere salvata. Dovremo per forza «fare da soli». E così a Bruxelles alternano come possono bastone e carota. Il commissario agli affari economici Olli Rehn smentisce la lettura allarmistica data dai giornali italiani di ieri sull’ultimo rapporto europeo sulle finanze pubbliche: «Non abbiamo chiesto manovre aggiuntive a Spagna e Italia».

In effetti, bastava leggere le 100 e passa pagine dello studio completo per capire che era stato compilato il 12 luglio, quindi tre settimane prima del decreto estivo che oggi la camera ratificherà in via definitiva.

Come in un gioco di specchi, dove ogni posizione pubblica si accompagna a una trattativa privata, questo non vuol dire che l’Italia non farà un’altra manovra entro la fine dell’anno. Anzi. Entro il 20 settembre Tremonti consegnerà il «Def» aggiornato, cioè le stime macroeconomiche che dimostreranno che la situazione precipita e che bisogna intervenire. Subito dopo, entro il 15 ottobre, dovrà presentare in parlamento la legge di stabilità, cioè la vecchia finanziaria.

L’obiettivo del governo e dei suoi «potestà» forestieri, una volta promesso il controllo del deficit con il pareggio di bilancio entro il 2013, è ora abbattere il debito con una cura da cavallo: un intervento da oltre 400 miliardi che porti il disavanzo dal 120% al 90% del Pil. E’ la stessa cifra monstre sponsorizzata il 4 settembre a Cernobbio dall’ex ad di Unicredit Profumo sul Sole 24 Ore e rispolverata ieri dal braccio destro di La Russa alla camera Massimo Corsaro.

Il menù proposto dal Pdl ex An è presto detto: pensioni a 65-68 anni (cioè abolire quelle di anzianità), privatizzazioni massicce e a tappe forzate di immobili e municipalizzate, ennesimo condono fiscale in nome della futura «semplificazione» delle aliquote. Come contorno da inserire nelle trattativa, si può immaginare anche la «patrimonialina» disegnata dalla Lega.

L’unica vera differenza con la trama disegnata da Profumo riguarda il protagonista. Confindustria e banchieri suggerivano un governo tecnico. Berlusconi invece, pur di rimanere in carica, impugna personalmente la bandiera del risanamento e si impegna a fare in tre anni quello che non ha fatto in venti. Tanto l’obiettivo finale – la presunta salvezza della patria – è condiviso da (quasi) tutti, anche nel «terzo polo» e purtroppo perfino nel Pd, defraudato ahilui dell’unico possibile vanto della sua scadente politica: l’affidabilità europea.

E’ solo su come e su chi si intesterà gli eventuali dividendi della manovra record che si concentrano le divergenze dentro e attorno al governo e tra il Pdl e la Lega.

Berlusconi e Tremonti marciano divisi per colpire uniti. Per convincere Bossi, il premier ripete quanto detto ad Atreju e implora l’Unione a fargli da parafulmine: «Tutti i governi sarebbero felici di aumentare l’età pensionabile se obbligati dall’Europa». Il senatur sa che quell’ordine è già stato spedito da Francoforte e ruggisce per ottenere contropartite vere sulla revisione in senso nordista del patto di stabilità interno per i comuni.

Tremonti invece pare ridimensionato a ministro semplice e prepara la rivincita dedicandosi alle privatizzazioni. Già la prossima settimana al Tesoro si incontreranno rappresentanti degli enti locali e delle banche per un «seminario» riservato dedicato a velocizzare la vendita dei servizi pubblici locali (trasporti, rifiuti, energia, etc.) e della maggior parte possibile del patrimonio immobiliare. Peccato che gran parte dei beni pubblici – dai grandi laghi alle caserme – il governo se li sia già «venduti» con il federalismo demaniale. Ministeri e fontana di Trevi a parte, cosa sia rimasto in capo a Roma a questo punto non lo sa davvero più nessuno.

dal manifesto del 14 settembre 2011