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losangelista

Datawars: La Guerra di Dati

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“In generale i rapporti (fra paesi) somo motivati dagli  interessi reciprochi piu’ che dalle personalita’, e alla lunga sono gli interessi ad avere il sopravvento”, il disinvolto pragmatismo di PJ Crowley, ex alto funzionario del dipartimento di stato, e’ singnificativo alla luce del putiferio scatenato dagli ultimi sviluppi datagate e da il senso di un mondo ormai forse troppo immune ad ogni scalpore. E’ vero, oggi (sabato) nelle strade di Washington sfila la protesta della coalizione Stop Watching Us  contro lo stato di sorveglianza globale sdoganato dall’era del conflitto permemente – ma non e’ sicuro  che anche gli ultimi scandali riescano a galvanizzare un mondo troppo occupato ad aggiornare gli status su Facebook e volontariamente pubblicare ogni privato dettaglio in rete. L’indignazione ufficiale  potrebbe invece segnare un giro di boa negli equilibri dell’intelligence globale:  il data mining dopotutto come ha detto alle nazioni unite Dilma Rousseff, presidente del Brasile e altra intercettata di lusso, costitusice ormai una arma di guerra o sicuramente perlomeno di egemonia geopolitica. Per quanto possano protestare le cancellerie indignate di mezza Europa, e’ chiaro che tutti gli stati si adoperano per spiare gli uni sugli altri e tutti, chi piu’ chi meno,  anche sui propri cittadini. Ma in fatto di tecnologia gli Usa sono ancora una superpotenza grazie in gran parte al sodalizio col settore privato.  Due terzi  delle ricerche mondiali passano dai motori Google, Facebook gestisce un traffico pari ad un terzo degli utenti planetari di internet, Microsoft produce ancora il 90% dei sistemi operativi  e il traffico “cloud” passa pur sempre per Silicon Valley dove e’ il settore di magior crescita. La giustificazione della sorveglianza totale come strumento necessario nella lotta al terrorismo e’ pretestuosa quanto la necessita’ di  controllare il  telefono personale  della Merkel la partita si goca sulla sorveglianza totale. llo stesso tempo  c’e’ chi giustamente segnala che l’immagazzinamento di 20 miliardi di comunicazioni al giorno, la capacita’ ammessa dalla stessa  NSA, genera una mole di informazioni tale da paralizzare qualunque gestione efficace dei dati. Di fatto  nessuno ha mai accusato la NSA di essere riuscita con tutte le sue intercettazioni  a prevedere o prevenire gli attentati di Boston o di Nairobi. Per sua stessa natura il “data mining” infatti e’ piu’ atto a rilevare tendenze di massa –  una impennata di tweet durante una manifestazione ad esempio,  l’occupazione di una piazza, o l’umore di un poplo,  che non la telefonata individuale di un terrorista freelance a Boston. Per quanto Obama la giustifichi, il fatto e’ questo tipo di sorveglinzsa di massa si presta molto piu’ ad evidenti scenari di controllo del dissenso e del consenso che non alla lotta la terrorismo. Ma la guerra globale dei dati e’ ormai un dato di fatto e gli Usa hanno ogni interesse a mantenere il loro monopolio. Ulteriori dettagli sul manifesto di oggi.