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Dalle redazioni un appello comune a Napolitano

Il conto alla rovescia è partito tanto tempo fa, nel luglio del 2008, ma ormai il cronometro è arrivato davvero a pochi giorni dalla fine.

L’azzeramento del fondo editoria da parte del governo, senza che contemporaneamente non sia stata fatta nessuna vera riforma del settore porterà sicuramente alla chiusura decine di testate non profit, in cooperativa e di partito.

«Se la Fieg vuole contribuire a cancellare il contributo pubblico deve sapere che si sta assumendo la responsabilità di ridurre il pluralismo», avverte Franco Siddi della Fnsi aprendo un’affollatissima conferenza stampa in senato con parlamentari di Pd, Idv e Udc, Mediacoop e Confcooperative, Fisc, File, Articolo21, sindacati e rappresentanti di tutti i soggetti coinvolti in Italia e all’estero.

Secondo il segretario del sindacato dei giornalisti, di una riforma dell’editoria «è stata accantonata perfino l’idea» e sui contributi pubblici «si cerca di circoscrivere il perimetro dei beneficiari» senza riequilibrare nulla né offrire certezze.

Il metodo è sempre lo stesso. Siddi ricorda gli ultimi tagli alle convenzioni con le agenzie di stampa: «Se 9 sono la politica deve agevolare una riorganizzazione industriale, non può permettersi di scegliere in modo autonomo quali e quante finanziare secondo il proprio presunto fabbisogno. Vuol dire solo che chi disturba e se disturbi avrai di meno».

La richiesta, unanime, è di rifinanziare il fondo (il fabbisogno reale è di circa 100 milioni, ce ne sono sì e no 30) continuando a fare pulizia tra i beneficiari dei contributi nell’ottica esclusiva di garantire il pluralismo dell’informazione fuori dai condizionamenti del governo pro-tempore.

«Minoranze linguistiche, giornali italiani all’estero, testate che fanno informazione, politica e cultura fuori dai monopoli devono essere sostenuti», spiega Siddi.

Le proposte per trovare le risorse all’interno del sistema e non nelle tasche dei cittadini sono note da tempo:

  1. l’Iva piena sui prodotti non editoriali
  2. una minialiquota dell’1% sulle pubblicità tv
  3. un tetto ai finanziamenti pubblici legato ai dipendenti veri e stabili al 2010
  4. una presenza minima in edicola
  5. privilegiare la carta stampata rispetto alla tv almeno per la pubblicità istituzionale.

Punto dolente, questo. Nel mercato de noantri, il Dipartimento editoria di Palazzo Chigi ha affidato gli spot istituzionali solo alle tv o ai grandi giornali.

«Di sicuro non possiamo accettare la logica dei tagli lineari fini a se stessi e tantomeno un taglio del 70% come quello ipotizzato», tuona Siddi.

Perché sul fondo editoria sono caricate altre voci, come i 45 milioni della Rai o i 50 milioni di debiti verso Poste che non con il pluralismo non c’entrano nulla.

«In effetti c’è un salto di qualità nell’iniziativa del governo – spiega Lelio Grassucci di Mediacoop – se prima riduceva stavolta ha deciso di eliminare il sostegno pubblico all’editoria». Secondo sindacati e associazioni il taglio non c’entra nulla con la crisi: dopo la chiusura tra ammortizzatori sociali, entrate mancate e crollo dell’indotto «i costi per lo stato saranno di molto superiori all’importo del contributo», dice Grassucci.

Secondo le stime di Mediacoop scomparirà un fatturato di 500 milioni di euro e 2mila giornalisti andranno a spasso, mettendo in seria difficoltà i bilanci dell’Inpgi. Per dirla con Vincenzo Vita (Pd): «Non possiamo tollerare un Fahrenheit 451 dei giornali. E’ chiaro che il fondo editoria costa ma è altrettanto chiaro che abolirlo costa di più».

Il taglio è mortale anche perché è retroattivo: quei soldi sono già stati spesi e tra un anno saranno rimborsati, se va bene, al 20%. «Non capisco perché la Fieg – si chiede Grassucci – cavalchi l’idea che finiti i contributi diretti i pochi soldi che restano vadano a tutto il mondo della comunicazione, da Rcs ai giornali parrocchiani, come se fossero la stessa cosa. Un’associazione che si rispetti cerca di fare esattamente il contrario di quanto si sta proponendo».

Sindacati e giornali sono pronti a una manifestazione nazionale. E domenica sulle testate coinvolte comparirà una lettera al presidente della Repubblica firmata dai direttori di tutti i giornali, dal manifesto ad Avvenire. La partita sulla finanziaria, in senato, è appena iniziata.

dal manifesto del 28 ottobre 2011