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Nuvoletta rossa

Dal cassetto di Bruno Bozzetto: l’intervista integrale

Scena: un salottino nello studio Milanese di via Melchiorre Gioia 55 dove sono nati lungometraggi di culto come West and Soda, Allegro non troppo o Vip – Mio fratello superuomo e dove dal 2007, con la sigla “Studio Bozzetto & Co.”, Andrea Bozzetto e Pietro Pinetti sfornano animazioni per cinema, Tv e pubblicità. L’appuntamento è con quello che tutti definiscono come il padre nobile dell’animazione italiana. Ad accoglierti, invece, è un signore snello nel fisico e nei modi, alla mano, consapevole dei propri meriti ma tutt’altro che appagato.

Cominciamo dall’appellativo che negli ultimi mesi ti segue ovunque e che a quanto so ti fa venire l’orticaria: «Maestro»…

È un termine che ho sempre trovato ridicolo e al quale ho tentato di ribellarmi finché non hanno cominciato a usarlo tutti. A quel punto mi sono arreso… Ma se c’è un termine che odio è proprio «Maestro». Che mi chiamino autore, creativo, artista. Ma «Maestro» proprio no. Non faccio mica il professore!

Vecchio vizio italiano, celebrare le arti a parole, invece che con i fatti.

Vero. È proprio per questo che dal 1987 in sala non arriva più nulla di mio. Finché potevo permettermi di produrre in proprio, nessun problema. Ma nel momento in cui ho dovuto aprire ad altri apporti in termini di budget, controllo creativo e distribuzione la festa è finita. In questi anni ho elaborato diverse idee di lungometraggi, una anche piuttosto recente. Però sono ancora lì chiuse in un cassetto, perché eccetto me non ha voluto crederci nessuno. I miei film «classici» avevano tutti una cosa in comune: l’entusiasmo con cui li abbiamo realizzati. Nel momento in cui ti tuffi in un progetto perché ci credi, l’entusiasmo ti porta a fare passi da gigante. Ma se ti ritrovi invischiato in un meccanismo produttivo che prevede mesi e mesi di attese, riunioni, indecisioni e false partenze, addio.

Poi scattano le ricorrenze e tutti ti chiedono su cosa stai lavorando.

Già. E se per caso mi lascio scappare qualcosa, giù complimenti per film che sono solo concetti di poche righe e che tutti trattano come fossi all’ultimo ciak. A forza di belle parole, stiamo cancellando i confini fra sogno e realtà. Ed essere concreti è sempre più difficile.

Bruno Bozzetto al lavoro su uno sketch durante l'intervista

Bruno Bozzetto al lavoro su uno sketch durante l’intervista

Per fortuna, non hai ancora perso la voglia di lavorare sui tuoi cortometraggi.

Ma quelli sono progetti realizzati da me solo. Mi alzo la mattina, ho un’idea che mi stuzzica e mi metto a realizzarla senza dipendere da nessuno. Nel mio campo, dipendere da altri è come essere in autostrada e all’improvviso ritrovarsi di fronte a uno svincolo con dieci destinazioni diverse da imboccare tutte insieme. A chi mi chiede cosa stia facendo, rispondo: niente. Sono troppo occupato a incastrare i contrattempi che la macchina del cinema mi mette di fronte con gli imprevisti che viviamo tutti. La cosa buffa è che continuo a lavorare come un matto.

Tornando ai tuoi film «classici», oggi sono considerati appunto Classici animati. Ma fra gli Anni 60 e 70, come ci si sentiva a sfidare un colosso come la Disney?

Come un mattone di fronte alla Grande muraglia cinese. Ti dirò: non è che nutrissi particolari velleità da cineasta. Facevo i miei esperimenti per passione, ma studiando Legge. Fu mio padre Umberto, presidente di un Circolo milanese che noleggiava i film in 16 mm dello United States Information Service, a prendere l’abitudine di prestarmeli prima di restituirli perché potessi studiarmeli su una piccola moviola manuale. E su quei cartoni fatti con due tratti, però intelligentissimi, ho imparato l’animazione. Capendo che non c’era solo Disney e che per fare animazione essere un grande disegnatore non serviva. Di mio ci ho aggiunto il senso della prospettiva ereditato dal nonno pittore, il gusto del ritmo e del montaggio «rubato» al cinema che amavo, quello di Tati. E l’intuizione che con l’animazione si può parlare anche agli adulti, non solo ai bambini, perché in fondo per fare un buon film serve una buona storia. E avendo alle spalle un liceo classico, nel 1958 ho pensato di mettere a frutto la mia cultura umanistica con Tapum! La storia delle armi.

West and Soda: la locandina originale del 1965 - © Bruno Bozzetto

West and Soda: la locandina originale del 1965 – © Bruno Bozzetto

Come dire che nel cinema conta più il contenuto che lo stile.

Infatti, la mia urgenza non era quella di disegnare, semmai quella di raccontare. E in testa non avevo fiabe, ma trame adulte. In questo, forse, non mi sento un Maestro, ma un precursore sì. West and Soda, che oggi passa per un film per ragazzi, a ben guardare non lo è mai stato. All’epoca della sua uscita, nel 1976, gli spettatori più piccoli lo vedevano come un western animato. Ma per gli adulti era una parodia. È un po’ quello che fanno oggi alla Pixar: film che toccano corde diverse a seconda dell’età. Ma allora proposte del genere erano un bell’azzardo: finito West, cercando un distributore, mi ritrovai in Cineriz. Dove puntualmente mi chiesero perché avessi girato un western e non una bella fiaba tipo Biancaneve. Poi il film è uscito, la gente ha cominciato a riempire le sale di fronte al mio sguardo incredulo e la cassiera di un cinema mi ha raccontato che Celentano era tornato a vederlo tre volte. Ecco, lì ho capito di aver fatto qualcosa di buono.

Forse c’entra qualcosa anche il cosiddetto “Stile Bozzetto”, un po’ un unicum in un contesto di cartoni animati perfettini e politicamente corretti.

Anche in quel senso, si è trattato in egual misura di impegno e fortuna. Negli Anni 60, sull’onda del successo di Il signor Rossi, avevo cominciato a partecipare ai festival, e all’epoca ero l’unico italiano a farlo. Se sei l’unico italiano, che fai? Come nelle barzellette, vai a mangiare con l’inglese, l’americano, il francese, e lì ti confronti, ti metti in discussione, apprendi modi di disegnare e narrare che magari nella tua piccola realtà non sono ancora arrivati. E hai l’occasione di migliorarti.

A proposito del signor Rossi: dalla chiusura della tua collaborazione con il “Corriere”, è scomparso dai radar. Si gode la pensione o ci sono speranze di rivederlo in scena?

Ne parlavamo proprio nei giorni scorsi, come perfetto “uomo medio” Rossi è immortale e vederlo alle prese con un mondo invaso dalle tecnologie, dalle chat e dalla realtà virtuale potrebbe essere molto divertente. Ma per ora parlarne è prematuro: non vorrei dover riporre anche quest’idea nel cassetto dei sogni.

 Perché a parte Andrea e Fabio Bozzetto nessuno oggi segue più il tuo approccio?

Per prima cosa, io ho avuto un grande successo di critica, ma non ho mai fatto i miliardi. Quindi, come businessman non sono mai stato un grande esempio. Dopodiché, io e gli altri cineasti con cui condividevo le mie avventure, come Guido Manuli, che era il mio braccio destro e ha svolto un lavoro enorme, lavoravamo in totale libertà. E qui torno a quello che dicevo prima: oggi, fare animazione significa stare in una cucina con troppi cuochi. C’è chi vuole il film per bambini, chi esige il delineo facile facile, chi mette becco sul soggetto… ogni produzione è un’impresa. Noi, invece, eravamo dei selvaggi. Ti veniva una bella pensata? La realizzavi e chissenefrega. Lo facevamo per noi stessi, non per il pubblico. Se contamini il processo creativo con ubbie meramente commerciali, è finita. La libertà creativa è fondamentale. Ti espone a dei rischi, ma in termini di valore assoluto ti ripaga sempre.

Un fotogramma da «Il signor Rossi al mare» (1963) - © Bruno Bozzetto

Un fotogramma da «Il signor Rossi al mare» (1963) – © Bruno Bozzetto

Tu sei uno dei pochi grandi autori che siano passati direttamente dalla matita al computer senza fatica apparente.

Ribadisco: se un’idea funziona, funziona in qualunque modo. Dal vero, a matita, usando un software come Flash. Che, per giunta, si sobbarca tutti i disegni intermedi fra una posa chiave e l’altra risparmiandomi un sacco di tempo e lavoro. E, di nuovo, l’importanza del segno è relativa: pensa a Europa vs. Italia, tutto costruito con bandierine e rettangoli, ma nonostante questo narrativamente efficacissimo. Oggi, ai festival, i film più premiati sono caratterizzati da un realismo visivo stupefacente, ma da una certa aridità narrativa. Ecco, questo per me è un limite, perché mi ostino a pensare che il cinema sia innanzitutto comunicazione. Per questo continuo a preferire i film costruiti su trame robuste.

Qualche esempio recente che ti ha colpito favorevolmente…

Mi è piaciuto molto Inside Out, nel secondo tempo cala un po’ per esigenze di spettacolo ma l’ambientazione nella mente della giovane protagonista è geniale sia nel concept che nella realizzazione. Stupendo anche La canzone del mare, il film dell’irlandese Tomm Moore uscito di recente. Ma sono progetti che in Italia sarebbe molto difficile concretizzare, visti i problemi produttivi e gli interessi in gioco.

Cosa si potrebbe fare per migliorare le cose?

Come succede in Gran Bretagna o Francia, servirebbe un’intervento statale. Se alla base di un progetto ci fosse una Rete o un’istituzione pronta a farsi carico di metà del budget, i film coraggiosi avrebbero ben altre possibilità di andare in porto. Finché ad affrontare i rigori del mercato sono i soli cineasti, sarà tutto più difficile: per realizzare il suo Pinocchio ispirato a Mattotti, Enzo d’Alò ha dovuto sorbirsi dieci anni di trattative. Così non va. In Italia abbiamo ottimi animatori e ottimi registi. Ma ogni progetto valido, quando c’è, va supportato.