closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
in the cloud

Dagli Usa venti di guerra su Angela

Anche i tedeschi devono pagare la crisi e aiutare il resto d’Europa. Sulla stampa mondiale è tutti contro tutti. Secondo il «Wall Street Journal» Merkel chiese a Napolitano le dimissioni di Berlusconi. Tra polemiche e smentite il giornale mette la Germania con le spalle al muro: è tanto onnipotente quanto inefficace nel salvataggio dell’euro.

Nel pomeriggio del 20 ottobre la cancelliera tedesca Angela Merkel ha telefonato al presidente della Repubblica per chiedergli molto gentilmente di «sostituire» un Silvio Berlusconi «troppo debole»: se l’Italia non riesce a cambiare, allora cambiate il primo ministro, bitte.

Lo scrive il Wall Street Journal in una lunga inchiesta pubblicata ieri. L’articolo di Marcus Walker, «basato su due dozzine di interviste a politici internazionali e documenti riservati», rivela come la Germania ha fronteggiato il «pericolo Italia» imponendo il suo potere su «un’Eurozona divisa». Deutschland über alles. E i due capigruppo del Pdl insorgono. Gasparri paragona in modo paradossale la Merkel a Hitler, Napolitano a Petain e Monti a Quisling. Mentre Cicchitto tira in ballo «la nota ostilità di potenti forze statunitensi contro l’euro».
Il Quirinale, ovvio, è costretto a smentire ufficialmente qualsiasi ingerenza estera nella politica interna italiana. E a ruota il portavoce della Merkel si trincera dietro la versione italiana: «La Germania non ha nulla da aggiungere a quanto dichiarato dal presidente Napolitano». Ma al di là delle comprensibili polemiche domestiche, il Cavaliere disarcionato non è il bersaglio del Journal.Oltreoceano l’ex premier è definitivamente out: «Al vertice di Cannes i leader europei hanno detto a Berlusconi che l’Italia era vicina all’espulsione dal mercato dei bond. Durante quelle lunghe discussioni, il premier italiano dormiva, finché non è stato scosso dai suoi assistenti».

Al di là dell’irritazione per una ricostruzione giornalistica, non si può smentire la sostanza dei fatti. Pochi giorni dopo quella telefonata, il 9 novembre, Monti è stato nominato senatore a vita mentre era in visita a Berlino e il 16 era già presidente del consiglio (lo ha ricordato lui stesso nella sua conferenza stampa di fine anno). Pochi giorni prima, Visco planava a Bankitalia e Draghi alla Bce.

Le smentite di rito non potranno mai cancellare il comunicato stampa senza precedenti diffuso dal Quirinale il 25 ottobre (subito dopo le risatine di scherno di Merkel e Sarkozy contro Berlusconi). Basta rileggerlo (è sul sito del Colle): Napolitano avvertiva fuori dai denti che Roma non si sarebbe mai piegata a Parigi e Berlino. Il capo dello stato citò addirittura l’articolo 11 della Costituzione per legittimare l’imminente cessione di sovranità italiana. Checché se ne pensi, fu agli organismi internazionali, a Bruxelles e Francoforte, non alle altre capitali europee.

L’articolo del Journal in ogni caso rafforza quanto annunciato da Monti nella sua conferenza stampa di fine anno: la soluzione della crisi europea passa ormai per Berlino. Angela Merkel è con le spalle al muro: deve convincere i tedeschi a spendere i propri soldi per salvare l’euro (sono loro, del resto, che ne hanno beneficiato più di tutti).

Per Merkel sembra proprio l’ultimo avvertimento. Tutte le principali capitali europee, oltre naturalmente a Washington, la City e Wall Street, criticano una gestione della crisi tanto onnipotente quanto rigida e inefficace. Prova del nove definitiva sarà il trattato sull’unione fiscale che sarà approvato entro marzo e aprirà la strada agli eurobond. Monti, su questo, ha già in agenda per tutto gennaio incontri con Obama e i leader di Gb, Francia e Germania.

Ormai in Europa è guerra aperta. Le armi del terzo “conflitto” mondiale sono fatte di valute, bond, titoli, derivati e swap. E’ scritto sui principali quotidiani del mondo. Anche leggerli rapidamente è impressionante.

Secondo Wolfgang Münchau sul Financial Times la crisi dell’Eurozona e lo strapotere di Berlino rischiano di innescare una nuova «guerra dei trent’anni». Mentre per il redivivo Giulio Tremonti, sul Corriere di ieri, «la finanza attacca gli stati senza pietà, mettendoli in competizione tra loro (…) si stenta ancora a capire che siamo in guerra: la guerra al debito pubblico». Per la verità l‘ex ministro dell’Economia raccomandava in tempi non sospetti, già quest’estate, una «pace di Westfalia» preventiva. Ma era un ministro berlusconiano e quindi, mal per lui, nessuno lo ha preso sul serio.

Parole molto simili a quelle di Tremonti le ha pronunciate l’anziano leader socialdemocratico tedesco Helmut Schmidt (citate da Repubblica): «Le agenzie di rating e alcune migliaia di broker inclini alle psicosi hanno preso in ostaggio i governi». Non fa eccezione al tono bellico la Stampa di ieri, dove l’economista Mario Deaglio (il marito della ministra Elsa Fornero) si spinge a dire che qualcuno potrebbe paragonare la manovra Monti «alle imposizioni di un trattato di pace dopo una guerra persa», dopo la quale l’Italia se non si dà una mossa rischia addirittura «tre secoli di arretramento economico e civile come accadde dopo il ‘500». Benvenuto, 2012.