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Antiviolenza

Da Tuccia a Parolisi: le sentenze “sui generis”

bilancia

Due giorni fa l’uomo che lasciò una ragazza in fin di vita sulla neve nel retro di una discoteca in Abruzzo l’anno scorso, è stato condannato a otto anni di reclusione con interdizione perpetua dai pubblici uffici e a quella legale per la durata della pena, risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio, il pagamento di una provvisionale di 50 mila euro in favore della parte civile (la ragazza) e 2 mila per il Centro Antiviolenza per le Donne dell’Aquila.

“Forse ci voleva una sentenza più severa”, hanno detto i genitori della studentessa, mentre il suo legale, l’avvocato Enrico Maria Gallinaro, ha detto di sparare “che la condanna sia confermata anche in Appello e poi in Cassazione”. Il pm aveva chiesto 14 anni e il tentato omicidio, perché la giovane fu lasciata sanguinante per le gravi lesioni subite. Ma in Italia 48 punti di sutura tra vagina e apparato digerente, che hanno ridotto la giovane di vent’anni in fin di vita, non sono prova sufficiente di un tentato omicidio, forse perché qui se una donna viene ferita mortalmente nella vagina con un oggetto che la sventra fino quasi a farla morire, il pensiero è che in realtà sia già sufficiente giudicarlo come stupro, certo un po’ sanguinolento ma in fondo non si perde sangue quando una donna viene “sverginata”? Un simbolico che non lascia dubbi sulla sua provenienza e grazie al quale a noi, come donne, non è concesso di ipotizzare un tentato omicidio se la parte del nostro corpo che viene ferita mortalmente è la nostra vagina.

A ricordare bene quella notte tra l’11 e il 12 febbraio dello scorso anno, oltre alla ragazza, sono stati i medici e soprattutto il ginecologo, Gabriele Iagnemma, che in una intervista disse: “In trent’anni di attività non avevo mai visto nulla del genere quando è stata portata all’ospedale dal 118 e scortata dai carabinieri, è arrivata ricoperta di sangue in condizioni di incoscienza e in un grave stato di shock emorragico dovuto alle gravi lacerazioni che aveva. Lacerazioni che interessavano oltre che l’apparato genitale anche altri organi. E’ stata portata immediatamente in sala operatoria, dove ho chiamato subito il collega chirurgo e insieme, l’abbiamo operata. Un intervento di oltre un’ora nel quale sono stati ricostruiti l’apparato digerente e l’apparato genitale”. Un caso che all’interno dell’aula si è consumato con ipotesi che andavano da sesso estremo a rapporto consenziente: l’avvocato di Francesco Tuccia, il militare autore del fatto, ha avuto il coraggio di sostenere che si trattasse di un “rapporto amoroso consensuale”, dicendo che l’uomo avrebbe provocato le ferite con “la mano”. Ma come si fa a sostenere questo per una donna che è stata trovata sulla neve, seminuda, coperta di sangue per l’emorragia? Perché ricordiamo che la studentessa fu massacrata e abbandonata dietro un cumulo di neve in una notte, e che a salvarla fu il proprietario della discoteca che per caso uscì nel retro del locale scorgendo il corpo della ragazza, mentre l’autore del massacro se ne stava andando di gran lena con visibili macchie di sangue sui vestiti.

Ma in Italia succede, come succede anche che un marito che ha ucciso la moglie venga condannato a ergastolo con una sentenza in cui le trentacinque coltellate inflitte a  sarebbero state la reazione impetuosa di un uomo “umiliato” da una donna “dominante” e frustato da un rapporto sessuale negato nel bosco dove l’uomo si era eccitato mentre la donna faceva la pipì. Una ricostruzione che avrebbe fatto coincidere alcuni elementi come il fatto che la donna avesse la saliva dell’uomo in bocca (quindi si ipotizzava un bacio), e che sia stata trovata con i pantaloni abbassati e la vescica vuota (quindi urinare dovrebbe essere stato l’ultimo atto). Nella sentenza si legge: “La donna, dovendo urinare, si è portata dietro al chiosco ove il marito, vedendola seminuda, verosimilmente si è eccitato, avvicinandola e baciandola per avere un rapporto sessuale. MELANIA, sia per il problema dell’ernia, sia per le condizioni (la bimba in auto che – forse – dormiva e la possibilità che qualcuno sopraggiungesse) ha rifiutato e, in tale contesto, deve aver rivolto anche rimproveri pesanti contro il coniuge che, a quel punto, ha reagito all’ennesima umiliazione, sferrando i primi colpi. La vittima ha tentato di allontanarsi (perdendo il cellulare che aveva verosimilmente nella tasca del giacchino) ma con la difficoltà dell’avere ancora i pantaloni abbassati”. Quindi praticamente, dopo tutto quello che è stato scoperto sul caso (tra cui il rapporto extraconiugale dell’uomo), la responsabilità è stata anche della morta che ha frustrato il marito negandogli sesso con un atto che avrebbe provocato una reazione sfogata in altro modo “trattandosi di un delitto d’impeto che nulla ha a che vedere con amanti o segreti di caserma, ma che è maturato nell’enorme frustrazione vissuta dal PAROLISI nell’ambito di un rapporto divenuto impari per la figura ormai dominante di MELANIA”, dice ancora la sentenza. Un po’ nella logica dello stupro di Pizzoli per cui l’impeto, il raptus, la passione, vengono confusi con la violenza e il crimine, in un quadro in cui la donna viene stigmatizzata o come lasciva e perversa (rapporto estremo consenziente anche a costo di morire) o come femmina dominatrice e quindi castrante, come nel caso di Melania. Un quadro poi non troppo lontano dagli stereotipi messi in fila a Natale da Don Corsi – nel suo volantino sul femminicidio ripreso dall’articolo di Bruno Volpe su “Pontifex” – sul fatto che in fondo la colpa è delle donne che sono complici della stessa violenza che subiscono. Stereotipi cari alla Chiesa cattolica e profondamente radicati nella cultura italiana, dominata da una fondo pregiudizialmente maschilista e machista, che spiega comportamenti da medioevo nei confronti delle donne.

Ora Salvatore Parolisi – che si dichiara ancora oggi innocente – si prepara a un altro processo perché entro i primi giorni di marzo i legali depositeranno il ricorso in Appello e già prima dell’estate ci sarà la prima udienza del processo di secondo grado a porte aperte e già il legale, in un’intervista, ha detto che adesso “Parolisi è un uomo molto preoccupato a cui non dà più sollievo nemmeno il fatto di sapersi innocente, perchè si trova davanti un’accusa in continua evoluzione, con una dinamica che cambia di giudice in giudice”.  Insomma poveri uomini. Anzi, poveri militari.