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Popocatépetl

Da Aguas Blancas a Oaxaca

Sono passati 15 anni dalla mattanza di Aguas Blancas, nello stato di Guerrero, una strage di stato particolarmente efferata e inutile rimasta impunita. Per quei morti, 17 campesinos assassinati a sangue freddo, nessuno ha pagato finora, malgrado siano noti i mandanti e gli esecutori.
Oggi, in una cerimonia per ricordare le vittime sul posto della mattanza si è chiesto di fare finalmente giustizia per quel crimine di lesa umanità.

Genaro Vázquez

E’ il 28 giugno 1995. Manca poco alle 11 di mattina. Il camion celeste da tre tonnellate viaggia, come sempre, sovraccarico. Porta 60 campesinos, più le merci. Una trentina di loro sta andando a una manifestazione indetta dalla Ocss, l’Organización Campesina de la Sierra Sur, per reclamare i fertilizzanti promessi dal governo e protestare per la sparizione di un loro dirigente, avvenuta un mese prima per mano della polizia statale. L’altra metà dei passeggeri sta scendendo a vendere qualche sacco di mais al mercato di Coyuca de Benitez. Nessuno di loro è armato.
A una curva, nella gola di Aguas Blancas, un reparto di polizia motorizzata e uno di federales, appostati sui due lati della strada, fermano il camion e fanno fuoco a volontà sui suoi occupanti. La sparatoria dura più di un quarto d’ora. Molti feriti, caduti al suolo, vengono finiti con il tiro di grazia. Il saldo è di 17 morti.
L’allora governatore dello stato di Guerrero, Rubén Figueroa, il cui padre, quando era governatore, era stato sequestrato dal guerrigliero Lucio Cabañas, aveva detto il giorno prima che quella manifestazione di protesta dell’Ocss doveva essere impedita “a tutti i costi”.

Nessun dépliant turistico dirà mai che lo stato del Guerrero è povero quanto lo Zambia e più razzista della Rhodesia. Né che è lo stato più guerrigliero del Messico e uno dei più militarizzati dopo l’apparizione dell’Epr, l’Ejercito popular revolucionario, nel 1996. Nella montagna del Guerrero, dove la combattività delle organizzazioni indigene e contadine continua ad attirare la repressione da più di trent’anni, nomi come Genaro Vazquez e Lucio Cabañas – mitici leader guerriglieri negli anni ’60 e ’70 uccisi a tradimento dal potere, come Zapata e Villa – fanno ancora da bandiera.

Maribel Gutierrez, fondatrice del coraggioso giornale El Sur e corrispondente del quotidiano nazionale La Jornada, parla delle difficoltà di fare informazione in Guerrero, specie per una giornalista attenta ai diritti umani e critica nei confronti del governo. Il suo nome è stato incluso più volte nelle “liste nere” di giornalisti legati alle formazioni armate, compilate in base alle informazioni di guerriglieri catturati.
Le sue corrispondenze avevano rivelato che le “confessioni” sono ottenute dall’esercito legando i prigionieri per i piedi a un elicottero.

Ci vollero voluti otto mesi, una grande pressione dell’opinione pubblica, una campagna dei pochi mezzi d’informazione indipendenti e – probabilmente – un consiglio del governo degli Stati Uniti prima che il
presidente Zedillo si decidesse a sostituire il governatore Rubén Figueroa, facendolo dimettere. Ma, più di tutto, ha potuto un video, fatto girare cinicamente dal governo dello stato nel momento della strage e poi truccato per dimostrare che c’era stata un’aggressione iniziale da parte dei campesinos. Grazie alla rozzezza dell’operazione – e alla denuncia di un onesto giornalista televisivo, Ricardo Rocha – questo video si trasformò nella maggiore prova a carico contro il governo di Rubén Figueroa. La conservazione di un assetto di potere, in Guerrero, passa anche attraverso la strage di Stato.

Lucio Cabañas

Un anno dopo la mattanza di Aguas Blancas, fu ancora Maribel Gutierrez a testimoniare dal vivo un avvenimento storico. Il 28 giugno 1996, nella cerimonia di commemorazione delle vittime, fa la sua prima apparizione pubblica l’Epr, Ejercito Popular Revolucionario, e prende la parola. Pochi mesi dopo darà il via alle prime azioni militari contro la polizia dello stato.
Una storia di questa peculiare formazione guerrigliera è ancora tutta da scrivere, anche perché non è ancora conclusa. Si può dire, questo sì, che sembra più interessata alla propaganda e all’intervento politico che alla lotta armata, che ha conosciuto una precoce scissione con l’Erpi e che dopo alcune azioni spettacolari, come dinamitare oleodotti e attaccare caserme, ha smesso di far parlare di sé.
L’Epr è tornato alla ribalta tre anni fa, quando, il 25 maggio 2007, due suoi dirigenti, Edmundo Reyes Amaya e Gabriel Cruz, catturati a Oaxaca dalla polizia, sono spariti nel nulla. Da allora, la richiesta di presentare con vita i due leader desaparecidos, fatta alle autorità messicane da molte organizzazioni nazionali e internazionali, è caduta nel vuoto.

desaparecidos
  • gregorio serafino

    Caro Gianni,
    lo stato di Guerrero è caratterizzato da una peculiare vita politica che si snoda attorno a questioni centrali di tutta la repubblica federale messicana: in primo luogo il narcotrafico, la militarizzazione, la questione etnica, i conflitti agrario-territoriali. Tra le aspre montagne di Guerrero, nella regione della Montaña, vivono ancora oggi più di 300.000 indigeni in condizioni di estrema difficoltà, ricattati dalla povertà endemica e dall’insicurezza provocata dalla guerra ai narcos. I gruppi indigeni di nahuas, tlapanechi, mixtechi e amuzgos custodiscono da tempi ancestrali affascinanti e sconosciute pratiche rituali. Sono i veri padri spirituali dello stato di Guerrero ma purtroppo anche gli abitanti di una delle aree più povere ed emarginate dell’intera america latina, dove il pil si ferma ai valori dei paesi centroafricani. Gli stessi cittadini messicani ignorano, nella migliore delle ipotesi, l’esistenza di questa remota regione lontana dalle più popolari Chiapas e Oaxaca. Eppure nella ridente cittadina di Tlapa de Comonfort, quasi 30000 abitanti nel cuore della Montaña di Guerrero, esiste ormai da 10 anni una ammirevole ONG che si occupa esclusivamente dei diritti umani degli indigeni e affronta, insieme a loro, mille battaglie. Il Centro de Derechos Humanos Tlachinollan (www.tlachinollan.org) sta riuscendo, seppur tra enormi difficoltà e pesanti minacce, a riorganizzare la lotta politica indigena risollevando le comunità dal baratro in cui sono state condannate dai forti gruppi di potere politici ed economici. Il suo fondatore, l’antropologo Abel Barrera, è una persona amata e rispettata in tutta la regione ed ha il sogno di ristabilire quella pax sociale che caratterizzava la regione nell’epoca precolombiana.