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Popocatépetl

Cuando la vida no vale nada

                          

Quest’anno in Messico i morti non hanno aspettato il 2 novembre per farsi vivi: un’impressionante serie di stragi, quasi sempre di giovanissimi, perpetrate in varie città sta allarmando tutti, dalla cittadinanza martoriata da tanta violenza e insicurezza all’opinione pubblica internazionale, agli stati confinanti e perfino all’Onu.

   Tutti, tranne il governo di Felipe Calderón, il quale insiste nell’allucinazione di star vincendo una guerra civile che ha fatto 30mila morti in meno di quattro anni, ha provocato la più grave crisi di sicurezza e ordine pubblico dai tempi della Rivoluzione, ha ferito la psiche della nazione screditandone l’immagine all’estero, senza neanche scalfire il potere assoluto del narcotraffico, anzi aumentandone l’aggressività.

La Catrina di José Guadalupe Posada

                        Li chiamano “juvenicidios”  

   Venerdì 22 ottobre, Ciudad Juárez, ore 23:30. In una casa di Horizontes del Sur, un quartiere popolare, c’è una festa di compleanno. Da due camionette scende un gruppo di uomini che imbracciano armi da guerra. Dalla strada chiedono se nella casa c’è El Ratón. Poi aprono il fuoco da distanza ravvicinata sugli invitati adolescenti: 14 morti, 15 feriti. L’unica vittima trentenne è la padrona di casa, madre del festeggiato. Tutti gli altri avevano meno di venti anni. Le testimonianze dei vicini dicono che la polizia, chiamata immediatamente, ha tardato più di mezz’ora ad arrivare sul posto.

   In un quartiere vicino di Ciudad Juárez, nel gennaio scorso, in una mattanza quasi identica un commando armato aveva sterminato 15 giovani che festeggiavano il compleanno di un amico. Allora le prime dichiarazioni ufficiali cercarono di far passare la strage per una vendetta dei narcos contro una banda rivale ma l’indignazione dei familiari delle vittime sventò la manovra.

   Domenica 24, Tijuana, ore 21:00. Centro di recupero per tossicodipendenti El Camino. Quattro uomini armati irrompono nel cortile dell’istituto, allineano gli interni contro un muro, li fanno inginocchiare e li mitragliano: 13 morti. Il direttore della clinica, Melquíades Hernández, è inquisito per irregolarità nella gestione. Spesso questi centri di disintossicazione vengono utilizzati come “uffici di collocamento” dai cartelli della droga e i pazienti reclutati come spacciatori. Non è la prima strage perpetrata in un ricovero di questo tipo, sempre per “punire traditori”. C’è chi mette in relazione quest’ultima mattanza con il sequestro di 134 tonnellate di marijuana – pubblicizzata come la confisca più grande della storia – poi andate in fumo davanti alle telecamere.

   Mercoledì 27, Tepic (Nayarit), ore 09:57. L’Autolavado Gamboa in avenida Rey Nayar impiega una decina di tossicomani in recupero. Il lavoro fa parte della terapia di reinserimento. Il lava-auto sta a un centinaio di metri dalla sede della polizia federale. Un commando a bordo di tre Suv spara indiscriminatamente con mitra kalashnikov su tutti i presenti. Dei 15 morti, 12 sono impiegati del posto (dieci di loro provenienti dal centro di riabilitazione Alcance Victoria), due sono clienti e uno venditore ambulante. Nayarit, uno stato di un milione di abitanti sulla costa pacifica tradizionalmente tranquillo, non si salva dalla crescente violenza e la sua capitale, Tepic, ha cominciato a conoscere le sparatorie per strada: 280 esecuzioni dall’inizio dell’anno. Poche ore prima della strage dell’Autolavado Gamboa, sulla stessa avenida, un uomo era stato giustiziato di fronte al suo bambino di tre anni.

maschera di giada

   Mercoledì 27, Città del Messico, ore 24:00. Nel quartiere di Tepito, “el barrio bravo”, si compra di tutto, dal fumo al crack. All’incrocio fra l’avenida del Trabajo e la calle Granada un gruppetto di gente, quasi tutti spacciatori o clienti, sono occupati in transazioni di narcomenudeo, compravendita al dettaglio. Le raffiche che partono da due macchine senza targa, che si avvicinano a fari spenti, lasciano sette morti sulla strada. Neanche uno di quelli che hanno tentato la fuga è riuscito a salvarsi.

   Giovedì 28, ancora Ciudad Juárez, ore 01:00. Tre autobus di una  maquiladora, i capannoni di assemblaggio che dall’altra parte del fiume si chiamano sweatshops, riportano a casa le operaie che hanno finito il turno. All’entrata del sobborgo Caseta, un commando  apre il fuoco contro i pullmann: cinque operaie muoiono sul colpo, altre 14, ferite, vengono ricoverate in ospedale sotto la vigilanza dell’esercito. Gli autobus per riaccompagnare a casa le lavoratrici dopo il lavoro sono una concessione recente fatta da alcune fabbriche dopo le centinaia di ‘feminicidios avvenuti in città.

   Venerdì 29, sempre Ciudad Juárez, ore 19:00. Al termine di una manifestazione organizzata dal Frente Plural Ciudadano per chiedere la fine della violenza in una città ormai invivibile, un gruppo di universitari è aggredito da tre volanti della polizia federale, che sparano sugli studenti ferendone uno gravemente alle spalle. I suoi compagni impediscono ai poliziotti di trascinarlo via e riescono a portarlo d’urgenza in ospedale. La manifestazione si chiamava ‘Kaminata contra la muerte’ e si stava dirigendo al Foro internazionale contro la violenza e la militarizzazione, indetto a Ciudad Juárez questo fine settimana.   

Diego, Frida, la Catrina e J.G.Posada

                           Verso lo stato d’eccezione?

   L’analisi recente di una commissione del Senato afferma che circa un quinto dei 2.500 municipi del Messico è sotto il dominio dei narcos e che in circa la metà l’influenza dei cartelli della droga è pesante. Come può affermare il ministro degli interni Blake Mora che esiste governabilità nel paese quando gli stessi dati istituzionali lo smentiscono? O dichiarare che l’ultima ondata di stragi conferma che la linea del governo è quella giusta? Perché le autorità si irritano fortemente quando si parla – ormai sempre più spesso – di “narco-stato” o di “stato fallito”? Perché si cerca invariabilmente di far passare le vittime innocenti – molte cadute sotto il “fuoco amico” dell’esercito – per delinquenti uccisi in un regolamento di conti? Come è possibile che le dichiarazioni ufficiali finiscono sempre per sbriciolarsi di fronte all’evidenza?

   Sono alcuni degli interrogativi del momento, insieme al dubbio, ormai avanzato da vari osservatori, che questa pioggia di cadaveri possa avere una regia, un disegno complesso forse elaborato altrove e sperimentato qui. Una trama in cui si intrecciano sparatorie fra bande rivali e fra queste e la polizia o l’esercito, ‘desaparaciones’ collettive, come il caso dei venti turisti di Michoacán scomparsi nel nulla ad Acapulco (ma sembra che ci sia lo zampino della polizia locale), granate esplose contro caserme e commissariati ma anche in luoghi pubblici, omicidi mirati su commissione, spesso contro attivisti politici, difensori dei diritti umani e giornalisti.

   Se dovesse rivelarsi intenzionale e concertata, sarebbe una strategia del terrore messa in atto per giustificare una maggiore militarizzazione del paese e un’ulteriore sospensione delle garanzie fondamentali. Ma che potrebbe anche provocare reazioni impreviste nel corpo della società messicana, allo stremo di sopportazione e resistenza.

   Intanto Hillary Clinton ha usato in più di un’occasione la parola “terrorismo” nel riferirsi ai pesanti e sempre più frequenti episodi di stragi e attentati a sud del Rio Grande. Una parola che, come un campanello d’allarme o una sirena, suole preannunciare e giustificare un intervento militare statunitense.