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Crisi dell’euro e spread, il capitalismo divora i suoi figli

Accelerazione massima per la manovra. Napolitano in cabina di regia: da Pd e Udc poche modifiche in cambio del sì

I mercati fanno sul serio. «Se prima il coinvolgimento dell’Italia nella crisi finanziaria era una paura, adesso è praticamente una certezza, qua nessuno compra più nulla», dicono i trader gongolando sul massacro dei listini. Speculazione ma non solo.

L’Italia sconta una doppia debolezza, politica e strutturale. Il senato inizia l’esame della manovra triennale sotto una tempesta che non si vedeva da decenni. E con un governo che non brilla certo per compattezza e affidabilità. Ancora una volta, vince la «shock economy»: non c’è alternativa al decreto Tremonti.

La parola d’ordine è una sola: correre, correre, chiudere la manovra in settimana per «dare un segnale forte e inequivocabile ai mercati». Lo chiede il presidente del senato Renato Schifani. Lo vuole Giorgio Napolitano, che impone a tutti i partiti uno «straordinario impegno di coesione nazionale per far fronte alle difficili prove che si profilano per il paese». Si salva l’Italia o si muore?

Nel Pd non tutti seguono alla lettera il richiamo del Colle. «Napolitano fa il suo mestiere, noi il nostro», spiegano i democratici a Palazzo Madama. Per il Pd il sentiero è sempre più stretto: «Per noi la manovra è sbagliata perché non produce crescita, perciò dobbiamo tenerci a distanza anche se non dobbiamo dare alibi al governo». Tradotto: Pd e Udc (l’Idv si accoda volentieri) concorderanno 4 o 5 emendamenti importanti da sottoporre alla maggioranza. In cambio niente ostruzionismo e tempi certi, ultrarapidi, per il provvedimento. Il termine per gli emendamenti scade stasera alle 18. Oggi Enrico Letta, il responsabile economico Stefano Fassina e i capigruppo Finocchiaro e Franceschini illustreranno le proposte. Una linea che alle 15 sarà sottoposta al gruppo del senato.

Disponibilità e aperture che all’inizio però Pdl e Lega raccolgono solo in parte. Assente Tremonti e silente Berlusconi, con Milanese fuori dai giochi (era lui il raccordo tra via XX settembre e parlamento), manca una regia chiara tra camere e governo.

Oggi pomeriggio in senato il ministro dell’Economia incontrerà il relatore (l’ex forzista Gilberto Pichetto Fratin) e la maggioranza appena rientrerà dall’Ecofin di Bruxelles.

Sulla sua manovra pesano molte incognite, il servizio studi del senato rileva (inascoltato) che il famigerato pareggio di bilancio entro il 2014 si raggiunge solo se si contano i quasi 17 miliardi previsti dalla delega fiscale (2,2 nel 2013 e 14,7 nel 2014). Una delega che però nessuno in parlamento ufficialmente ha ancora visto.

Berlusconi è chiuso nel silenzio. Preferisce pensare al suo Milan, con cui oggi festeggerà l’inizio del ritiro. Tremonti non cede di un millimetro: secondo lui la manovra va approvata subito così com’è. Anticipare i tagli previsti nel 2013 e 2014 (come vorrebbe Confindustria) significherebbe «il suicidio»: «Così ammazziamo il paese», dice papale papale a Repubblica. E accadrà lo stesso, fa capire, se non gli si dà retta: «Dimissionatemi pure e vedrete cosa succede ai titoli di stato», è l’avviso recapitato innanzitutto al suo partito e al suo governo.

Il ministro non è sfiorato dal dubbio che sia vero esattamente il contrario. Cioè che sia proprio la concomitante debolezza sua e di Berlusconi, gemelli siamesi sul viale del tramonto, a piombare le ali al paese. Tremonti è consapevole che solo l’emergenza lo tiene a galla. Sulla manovra, del resto, pende il possibile voto di fiducia.

Su queste basi, il dialogo pare difficile. Tanto che in serata un nuovo comunicato del Quirinale interviene in tempo reale correggendo in diretta la discussione politica. Il presidente della Repubblica prende nota «con viva soddisfazione degli annunci venuti dall’opposizione» su «pochi qualificati emendamenti» e «una rapidissima approvazione» della «necessaria manovra finanziaria». «Ci si attende – conclude il Quirinale – che a ciò corrisponda l’immediata disponibilità di governo e maggioranza a condurre le consultazioni indispensabili e a ricercare le convergenze opportune». Detto fatto. Pochi istanti dopo Schifani convoca per oggi a pranzo i capigruppo in modo da accelerare al massimo l’iter della manovra. Anche dal Pdl capitolano: ci saranno solo «pochi e qualificati» emendamenti.

A questo punto, il sì al decreto è questione di ore. Ma potrebbe non bastare. Perché la debolezza politica italiana rispecchia quella di tutti gli stati europei e della stessa Unione, priva di leadership capaci, con governi disprezzati sia dai cittadini che dai mercati.

Zapatero, Merkel, Sarkozy, Berlusconi, perfino il neoeletto Cameron: sono tutti premier in caduta libera, prossimi alle elezioni o di corte vedute nazionali. Non è (solo) l’Italia che non ha fatto i «compiti». E’ l’Europa che sta morendo.

Un’agonia che va di pari passo con quella di Stati uniti e Giappone. Il capitalismo sta divorando i suoi figli.

dal manifesto del 12 luglio 2011