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Popocatépetl

Crimini di una guerra persa e perversa

Il 25 novembre prossimo verrà presentata alla Corte penale internazionale dell’Aja una denuncia contro il presidente messicano Felipe Calderón, alcuni membri del governo e i maggiori narcotrafficanti per crimini di guerra e lesa umanità. L’azione legale è stata annunciata martedì scorso a Città del Messico da un gruppo di intellettuali, avvocati e giornalisti che ha già raccolto 20mila firme di sostegno all’iniziativa.

L’avvocato Netzai Sandoval Ballesteros, che ha collaborato a formulare la denuncia, ha spiegato che questa si deve all’emergenza vissuta dal paese, che sta attraversando la crisi umanitaria più grave della sua storia con più di 50mila morti, 230mila rifugiati e circa 10mila desaparecidos, oltre 1300 bambini trucidati, vittime “collaterali” di scontri a fuoco.

L’avvocato Sandoval ha affermato che le violazioni dei diritti umani della popolazione sono una costante e che i gruppi più vulnerabili, come le donne, i giovani e i migranti, sono quelli che risentono maggiormente della violenza da parte delle autorità e della delinquenza organizzata. Ha anche ricordato che in Messico solo il 12% dei delitti viene denunciato e solo l’8% è oggetto di indagini.

Nel documento, presentato alla stampa e pubblicato recentemente in rete (www.petitiononline.com/CPI/petition.html, può essere firmato solo da cittadini messicani, i dati non comprendono il 2011), compaiono in qualità di  denunciati, oltre al presidente Calderón e al famoso narcotrafficante El Chapo Guzmán, anche i ministri della difesa, della marina e della pubblica sicurezza. “Nelle guerre esistono limiti”, afferma la denuncia, “e in questa sono stati superati in modo catastrofico.”

El Chapo Guzmán, capo dei capi

Il documento, che ha già provocato la reazione irritata della ministra degli esteri Patricia Espinosa, portavoce di un governo preoccupato solo della propria immagine, menziona le atrocità commesse dai narcos per il controllo del territorio in un paese ridotto a campo di battaglia, a immenso cimitero a cielo aperto: esecuzioni, sequestri, decapitazioni, messaggi scritti con sangue, uso di sicari adolescenti.

Ma non passa certo sotto silenzio le stragi di semplici cittadini, fra cui anche molti bambini, commesse dai soldati ai posti di blocco o durante operazioni di polizia. Si denunciano anche i sequestri, le torture e le desapariciones perpetrati dai militari ai danni di persone considerate sospette, le aggressioni sistematiche ai migranti centroamericani come politica di stato, l’impunità dei soldati che commettono delitti grazie alla protezione della giustizia miltare, la diffamazione postuma delle vittime civili anziché la riparazione del danno. La maggioranza di questi reati, effettivamente, è di competenza della Corte penale internazionale e i documenti che li comprovano verranno presentati il 25 novembre al fiscal della Corte Luis Moreno Ocampo.

La denuncia all’Aja rappresenta l’ultima iniziativa dei difensori dei diritti umani e dei settori democratici per tentare di fermare un processo, tuttora in crescendo, che  ha sempre più i caratteri del genocidio. Quest’anno, 2011 – e non è ancora finito – i morti provocati dalla tanto strombazzata guerra al narcotraffico hanno già superato i 10mila. Il giornalista e produttore Epigmenio Ibarra, che è uno dei fautori della denuncia, ha scritto una lettera di spiegazione che condensa l’indignata amarezza della società civile messicana, decisa ad impedire la definitiva discesa agli inferi del paese.     

vignetta interattiva di Hernández

LETTERA-ARTICOLO DI EPIGMENIO IBARRA

“Non c’è crimine più grave di quello commesso contro un intero paese da chi lo governa, si suppone che eletto dalla maggioranza. Non c’è crimine più grave di quello commesso da colui che, al riparo del potere ottenuto per la via ‘democratica’, conduce il suo paese alla rovina.

E più ancora va denunciato chi ha preso il potere come Felipe Calderón Hinojosa, dopo un’elezione piena di irregolarità e che, una volta in carica, mosso dai propri interessi politici e propagandistici, si prende la libertà di determinare un destino cruento per tutti.

Quello stesso che utilizzò come strumento elettorale la guerra sporca e seminò la discordia. Colui che, con calcolata irresponsabilità, trasformò l’elezione presidenziale in una crociata, prodromo dell’installarsi della morte violenta fra noi.  

Un’elezione come quella del 2006, che venne manomessa illegalmente – come dichiarò la massima autorità elettorale e tutti constatammo – dal presidente in carica Vicente Fox Quesada e dai poteri de facto.

Lasciammo passare quel crimine. Di fronte a quell’evidenza, tutti chiudemmo gli occhi: i media, le categorie, i cittadini, ci conformammo. La paura dello scontro sociale. Il conformismo. La convenienza. L’inerzia. I timori ideologici ci fecero accettare l’inaccettabile. Oggi ne paghiamo le conseguenze.

Martedì 11 ottobre, un gruppo di avvocati della Unam,la UniversidadNacionalAutónoma de México, ha annunciato che presenterà, a nome di più di 20mila cittadini messicani, una denuncia contro Felipe Calderón Hinojosa alla Corte Internazionale dell’Aja.

Io sono uno di quei 20mila, appoggio questa iniziativa. Lo faccio convinto che a Calderón, negli ultimi 400 giorni del suo agonizzante mandato, di fronte alla possibilità che la cifra di morti e la violenza crescano esponenzialmente, dobbiamo noi messicani, in qualche modo, legargli le mani.

Il danno che quest’uomo vanitoso, che si guarda tutti i giorni nello specchio della propaganda, ha causato al paese è enorme. La sua chiusura di fronte alle proteste e alle proposte anche. Il danno che può ancora causare, finché occupa la presidenza, è maggiore. Non possiamo semplicemente “lasciarlo fare”. I morti che verranno per la sua ostinazione, per i suoi errori, li avremo noi sulla coscienza se non agiamo.

La paura ancestrale della figura presidenziale, il “rispetto delle istituzioni”, la comodità o la rassegnazione non possono né devono servirci più da alibi.

Uno strumento fondamentale della democrazia è la revoca del mandato o quando questa non esiste, come nel nostro caso, la ricerca di vie legali per impedire che chi occupa il seggio presidenziale, anziché servirci, si serva di noi.

Noi cittadini, se non vogliamo perpetuare gli abusi di chi ci governa, abbiamo l’obbligo di porre loro un limite, in modo radicale e per la via democratica e legale. Se la legislazione nazionale o le risorse tradizionali alla nostra portata non sono sufficienti è necessario trovare altre strade.

Noi cittadini ci siamo già rivolti in diverse occasioni alla Corte Interamericana. E’ stato inutile. Sia i governi precedenti che l’attuale non ci fanno caso. Si burlano delle sentenze di questa corte. Faranno lo stesso con quella dell’Aja? Forse.

E’ nostro dovere, prima che il paese esploda, tentare tutte le strade di trasformazione pacifica, di contenzione istituzionale del potere. E’ in gioco il nostro futuro, la viabilità stessa della nazione. Niente di più importante e urgente che impedire che chi ci governa oggi apra impunemente ferite così profonde come quelle aperte dalle guerre e da decine di migliaia di morti. Ferite che generazioni intere non possono rimarginare.

Molti diranno che questa iniziativa di mettere Calderón sul banco degli imputati, quello stesso che ha visto sfilare Milosevic e altri genocidi, è eccessiva. Io non penso affatto. Io ho vissuto la guerra. So di quella dialettica irrefrenabile che installa la morte violenta. Conosco la forma brutale in cui riscuote le sue terribili cambiali alla gente e non posso continuare a stare con le braccia conserte.

Non mi muovono né l’odio né l’antipatia. L’odio, piuttosto, è proprio di Calderón e dei suoi, degli araldi del fascismo che prendono le sue difese nelle reti sociali con una predica violenta e intollerante.  

Mi muovono i dati duri, le stragi continue, l’insensibilità brutale di un governo che promuove la vendetta invece della giustizia, che utilizza la paura e l’insicurezza dei cittadini come strumento di controllo. Mi muove la certezza che la dottrina e la strategia di guerra, fallite di per sé, portano inevitabilmente alla formazione di squadroni della morte che, allo stesso modo dei criminali che uguagliano, fanno della “morte esemplare” la risorsa dissuasiva strategica. Mi muove la forte convinzione che un uomo va fermato, che bisogna legare le mani di Felipe Calderón Hinojosa, il quale, senza alcuna legittimità, ansioso di dare un senso e una rilevanza storica a una presidenza grigia sotto tutti gli aspetti, ci ricetta la guerra come unico destino.”

Messico senza nuvole
  • http://hotmail.com sergio

    ciao gianni e suerte da s.cris

  • Stitch

    Sottoscrivo la denuncia!
    anche se il documento non riflette la drammatica realtá che qui si vive.
    Una curiositá su Gianni… segui l’esilio in Italia o sei di nuovo in messico?