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Quinto Stato

Coworking in Sicilia

Il futuro si tocca in via Re Federico 23, nel popolare quartiere della Zisa a Palermo, dove la pratica del lavorare insieme in spazi condivisi, il co-working, è diventato un modo per costruire nuove comunità che sfuggono al cupo orizzonte di una regione in una crisi profonda.

«Negli anni Settanta – racconta Cristiana Alga che, insieme a Filippo Pistoia dell’associazione Clac, ha dato vita all’omonimo co-work Re Federico – viveva una comune di musicisti. Il destino di questo luogo è quello della condivisione: ieri i concerti, oggi il lavoro in comune».

Al terzo piano di questo palazzo liberty sta nascendo una comunità di freelance, lavoratori autonomi e precari che, a partire da settembre, inizierà a usare quindici postazioni di lavoro, la cucina e le stanze polivalenti dedicate alle attività artigianali e quelle allo yoga o ai massaggi, i gruppi di acquisto di prodotti biologici, con la possibilità di scambiarsi offerte di lavoro, bandi o progetti, usufruendo dei posti letto nell’appartamento preso in affitto sullo stesso pianerottolo. Nel 2013 l’area messa a disposizione per questa comunità operosa in formazione sarà superiore a 500 metri quadri.

Nuovo mutualismo
Il co-work è un fenomeno che si sta estendendo da Milano al resto della Penisola. Sono ormai decine gli spazi che espongono i marchi «Co Wo» o «The Hub». E altre esperienze di segno diverso continuano a nascere.

«Ci sono due modelli di coworking – sostiene Cristina – il primo è quello in franchising che mira soprattutto a creare una rete internazionale con altri spazi della stessa tipologia. E’ un’idea imprenditoriale. La nostra associazione vuole invece creare una comunità che non ha come scopo il profitto. Mettere insieme scrivanie in uno spazio, non significa fare co-working. Il nostro scopo è creare comunità che cooperano a partire dall’esigenza di mettere in comune un appartamento, un figlio medico e in futuro una piccola pensione da condividere, insomma una forma di mutualismo per affrontare la crisi».

Da settimane, i promotori del co-work in via Re Federico continuano a organizzare incontri di «co-creazione», utili a far incontrare e conoscere i futuri coworkers, e a definire insieme a loro i servizi che ritengono essenziali. Cristina racconta il primo incontro. C’era Giulia, ad esempio, che si occupa di traduzione e lavora in una stanza affittata in uno studio dentistico. Marina è un critico d’arte che lavora in una bottega di Libera. «Oggi c’è un abisso tra il lavoro che si fa e il luogo dove lo si svolge – commenta Cristina – il nostro progetto è fare rete con queste persone migliorando le nostre condizioni di vita in uno spazio in comune». Unirsi e cooperare per sfuggire a un futuro da working poors, ma anche per valorizzare la propria autonomia. Un messaggio che si è diffuso rapidamente al punto da trasformare – in poco più di tre anni – l’intero palazzo in un magnete.

Oggi le sue stanze ospitano associazioni che si occupano di cooperazione internazionale e potranno essere il punto di riferimento per i freelance che arrivano da tutta Europa. Al secondo piano si è installata una comunità internazionale di artisti che fanno riferimento a Simona e Simone Mannino, che hanno dato vita all’«Atelier Nostra signora» (in omaggio a Carmelo Bene). Al piano terra c’è l’appartamento dove Giovanni D’Angelo, video-maker e montatore cinematografico, gestisce uno studio di postproduzione audio e video. Nel cortile, sotto una grande magnolia che protegge dal sole cresce una comunità ispirata ad un’idea di buona vita che non si esaurisce nello scambio via chat su Internet ed è invece fondata sull’auto-organizzazione.

Contro-esodo Milano-Palermo
Michelangelo Pavia, architetto milanese di 33 anni, ha l’aria distesa. Insieme a Giuseppe Castellucci ha fondato il co-work Neu [Nòi] a palazzo Castrofilippo in via Alloro. Per lui la scelta del no-profit è decisiva.

«Il co-working è un modo per condividere le spese e lavorare insieme su progetti – spiega Michelangelo – abbiamo istituito un’associazione no profit, condividiamo le spese vive e, nel caso di entrate in più, le usiamo per attività di sviluppo d’impresa o attività culturali. Questa mi sembra sia la differenza con il franchising che ti fa pagare un servizio. Lo trovo un controsenso».

Quella del giovane architetto è una migrazione al contrario rispetto al padre siciliano che 50 anni prese la via del Nord. Milano la ricorda come una città «carissima» dove le «sofferenze contrattuali» (così le definisce) influiscono sullo stile di vita.

«Ho lavorato su progetti importanti, pagato sempre molto poco – racconta – Io sono sempre stato tranquillo nel fare il libero professionista, ma a Milano la libera professione è un travestimento del lavoro dipendente».

Meglio ricominciare con un’attività autonoma, altrove. Palermo è così diventata l’approdo dove sperimentare la condivisione di uno spazio di lavoro con architetti, programmatori web, ingegneri informatici, giornalisti che si occupano di sport o di sicurezza stradale. Pagando un affitto di 800 euro per uno spazio di 100 metri quadri (cucina soppalcata, open space e ambienti lounge progettati da Michelangelo), queste persone lavorano insieme su progetti di riqualificazione del centro storico. Un modo per unire i contatti e «presentarsi davanti ad un cliente con un team di professionisti garantisce la qualità del servizio – aggiunge ancora Michelangelo – Il co-work non è un’attività lavorativa in sè, ma permette a ciascuno di noi di creare nuovi contatti».

L’arte dell’«hosting»
A poche ore di macchina, dall’altra parte dell’isola, arriviamo all’Hub Siracusa, inaugurato ad aprile nei bassi dell’ex convento del Ritiro in via Mirabella. Il cowork è nato dall’iniziativa di Rosario Sapienza, Stena Paternò e Viviana Cannizzo, siciliani che dopo un periodo fuori dall’isola hanno deciso di tornare.

«Avevo provato a farlo già una volta, ma ancora non avevo un progetto definito – ricorda Viviana che si occupa di organizzazione di eventi culturali – poi ho conosciuto Rosario e Stena, a sua volta amica di vecchia data di Alberto Masetti, fondatore di The Hub Milano e abbiamo iniziato questa avventura in Sicilia».

In una regione dove sono stati spesi solo il 15 per cento degli 11 miliardi stanziati dall’Unione Europea, insieme sono riusciti in un’impresa. Attraverso un partenariato tra il comune di Siracusa, la facoltà di architettura ed altri enti hanno vinto un bando europeo di circa 800 mila euro per la creazione di uno spazio di coworking Hub al centro del Mediterraneo. «Nonostante le difficoltà con la burocrazia che rende complessa la gestione delle risorse comunitarie, stiamo riuscendo comunque a portare avanti il progetto».

Il co-working, a Siracusa, conosce una nuova declinazione, quella dell’«innovazione sociale» e del supporto all’impresa sociale.

«Svolgiamo anche attività di supporto ai liberi professionisti che fanno parte della nostra comunità – spiega Viviana – e li sosteniamo nello sviluppo dei loro progetti di impresa: dal mercato delle auto elettriche, alle energie rinnovabili, l’agricoltura bio o l’eco-design».

In prospettiva c’è il progetto di creare una piattaforma di scambi e relazioni con gli hub di Barcellona, Tunisi fino a Istanbul. Si chiamerà «HubMed».

«Lo spazio “hub” è diverso dai classici spazi di coworking che affittano postazioni di lavoro come negli Internet Café – continua Viviana – perché crea connessioni tra le persone e favorisce lo scambio di esperienze lavorative».

Si sostiene economicamente con le quote di iscrizione versate dai membri che partecipano alle attività della comunità. Esiste una definizione per questo tipo di attività? «Io la definirei come arte dell’“hosting”, cioè l’attività di mediazione e facilitazione di saperi e buone pratiche tra professionisti disposti a lavorare per lo sviluppo sostenibile”.