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Lo scienziato borderline

Cosa resta di Pinelli e Valpreda, oggi

Quarantacinque anni dalla morte di Giuseppe Pinelli. Ho già scritto due anni fa, di lui.

Come si  legge in quel mio articolo, quando uccisero Pinelli io ero un bambino, come erano bambine le sue due figlie Silvia e Claudia. Tutto il bruciore acre, quel sapore di ingiustizia che mi porta – ogni anno – a non riuscire a sorridere il 15 dicembre, è maturato negli anni successivi. E’ un ricordo ricostruito, come la sensazione di cupezza  che rende i giorni fra il 12 e 15 dicembre, per me, fra i peggiori dell’anno. Ogni anno. Da quando lessi “Morte accidentale di un anarchico” di Dario Fo, a cura di Franca Rame, un libro di Einaudi con il testo del lavoro teatrale uscito nel 1970.

Ma la memoria infantile è strana: non ricordo nulla di Giuseppe Pinelli, ma ho un ricordo di quando arrestarono Pietro Valpreda, pochi giorni dopo. L’anarchico Pietro Valpreda: non c’era nessuno che lo menzionasse senza premettere questo aggettivo, ed era sempre detto in un tono di giudizio, come a includere, nella qualifica inscindibile di anarchico, anche l’automatico verdetto di colpevolezza. I più benevoli, citando “l’anarchico Pietro Valpreda” aggiungevano: “di professione ballerino”. Ed anche qui lo scherno era evidente.

Io ero piccolo, nel dicembre 1969. Ma mi ricordo che chiesi a mio padre, paziente sopportatore delle mie infinite domande: “Ma è un ballerino! Perché mettono in prigione un ballerino? Un ballerino non può far male a nessuno“. Era una domanda innocente, fatta da un innocente, ma ancora oggi ho il ricordo vivido della mia voce bambina mentre fa quella domanda. Una delle prime, piccole, cose nella mia memoria.

Pietro Valpreda

Pietro Valpreda

Gli anni passano. Qualche volta non invano. Fanno del bene e fanno del male, si dice. Chiediamoci allora che cosa resta oggi, dopo 45 anni, di Pinelli e Valpreda?

Resta lo slogan che si trova sugli striscioni delle manifestazioni, che si tengono ogni anno per ricordare la strage di Piazza Fontana e la morte di Giuseppe Pinelli:

PIAZZA FONTANA: STRAGE DI STATO, MANO FASCISTA.

VALPREDA INNOCENTE, PINELLI ASSASSINATO.

Manifestazione a Milano, 13 dicembre 2014

Manifestazione a Milano, 13 dicembre 2014

Questo è quanto rimane, dopo 45 anni, di quella storia.

Non “la pista anarchica“, non “il bombarolo Valpreda“, non “L’alibi di Pinelli era crollato“, non “E’ la fine dell’anarchia!“.

Di queste e altre menzogne è stata nutrita, da subito e per anni, l’opinione pubblica. Sperando che questa divenisse la vulgata, la “versione dei fatti”  che la storia avrebbe tramandato a dispetto della verità. Ma qualcosa di diverso è successo: i giovani e anche i meno giovani la pensano diversamente. Pier Paolo Pasolini fu l’uomo che ebbe il coraggio di scriverla pubblicamente – la sua e la nostra verità – su un grande giornale nel 1974. In quel suo celebre articolo-denuncia: “Io so“, del quale riporto alcuni stralci: quando lessi, alcuni anni più tardi, questo articolo, capii a che cosa doveva servire un intellettuale.


Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione. Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). 
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.


La riflessione su che cosa resta oggi di quella vicenda, nella coscienza collettiva, si conclude con un’altra frase idiomatica: “malore attivo“. Ogni volta che sentiamo questa frase, oppure essa viene usata per parlare di casi di “morti sospette” di interrogati o detenuti, subito si coglie l’amara ironia dell’espressione, con la quale si pensò di giustificare l’ingiustificabile, di definire l’indefinibile.

Il tempo è passato, e quasi tutti i protagonisti di quei giorni sono scomparsi. Questo – al contrario di quanto si pensa – rende non più difficile, ma più facile l’emergere della verità. Cadono certi veli dovuti all’atmosfera di quegli anni, ed altri frutto del tentativo di coprire responsabilità dirette o indirette. Chi si ricorda chi era Presidente del Consiglio, in quel dicembre 1969? Era Mariano Rumor, a capo di un monocolore della Democrazia Cristiana. Ricordo un po’ più vivido, per me, quello del Presidente della Camera dei Deputati di allora, che era Sandro Pertini: dopo la strage andò a Milano, ma si rifiutò pubblicamente di stringere la mano al questore Marcello Guida, che durante il fascismo era stato direttore del carcere politico di Ventotene. Pietro Valpreda è stato in carcere 1101 giorni, prima di veder riconosciuta la sua innocenza: è mancato da ormai più di dieci anni. Antonino Allegra, responsabile dell’ufficio politico della questura, che nel 1969 partecipò alla conferenza stampa con Marcello Guidi e il commissario Luigi Calabresi, venne poi amnistiato dall’accusa di abuso di potere ed arresto illegale di Pinelli. Luigi Calabresi è morto assassinato nel 1972, lasciando anch’egli – come Pinelli – due figli in tenera età, oltre ad uno che nacque dopo la sua morte; un assassinio che Giuseppe Pinelli non avrebbe voluto né approvato: chi lo ha compiuto, o i suoi mandanti, non possono trincerarsi dietro la figura di Pinelli, e vanno da lui e dagli altri anarchici ben distinti, perché appartengono ad una storia del tutto diversa. Giuseppe Gozzini, il primo obiettore di coscienza cattolico, amico di Pinelli, parlò di lui come di un uomo scevro dal concetto di ideologia come violenza, un uomo paziente, candido, scoperto nel suo quotidiano impegno, lontano dagli estremismi.

Dal semplice punto di vista umano, è possibile, forse, giungere ad una gestione del dolore e della rabbia che certe ferite hanno provocato, in molte vite, a causa di quella vicenda e dei suoi strascichi.

Ma quanto successo fra quel dodici e quel quindici dicembre di 45 anni fa è anche diventato un simbolo: serve a quelli che sono rimasti, e a quelli che allora non erano nati, per riflettere ed imparare. Per pensare e capire, che cosa può succedere nelle pieghe più nascoste e ripugnanti di quello che dovrebbe – per Costituzione – essere uno Stato democratico ed antifascista.

Concludo questo articolo tentando un’operazione di recupero. Il passare degli anni rende meno fruibili, se non dimenticate, certe testimonianze. Che pure hanno valore soprattutto perché più vicine, nel tempo, al fatto. Riporto qui, per chi vuole riflettere, tre documenti, che non hanno certo la pretesa della pacatezza con la quale è facile, a distanza di anni, scrivere di queste cose, né hanno il pregio della verità assoluta. Ma possono servire, come fece lo scrivente a suo tempo, per capire.

  1. La dichiarazione/accusa che i compagni anarchici di Pinelli e Valpreda scrissero quando ancora Valpreda era in prigione, innocente. Lo scritto ha quindi più di quaranta anni.
  2. L’articolo di Saverio Ferrari, sull’Osservatorio Democratico, che ricostruisce alcuni aspetti della vicenda giudiziaria e del “malore attivo”.
  3. Un estratto – ed un riferimento al saggio completo – de “La finestra sulla strage” di Camilla Cederna, uscito nel 1971. Secondo me, una delle migliori prove giornalistiche di una delle migliori giornaliste italiane, che visse le ore ed i giorni dopo il 15 dicembre 1969 quale testimone diretta. Anche se è lungo, specialmente di questo saggio ritengo interessantissima la lettura.

Le parole degli anarchici.

«Noi accusiamo la polizia di essere responsabile della morte di Giuseppe Pinelli, arrestato violando per ben due volte gli stessi regolamenti del codice fascista. Accusiamo il questore e i dirigenti della polizia di Milano di aver dichiarato alla stampa che il suicidio di Pinelli era la prova della sua colpevolezza, e di aver volontariamente nascosto il suo alibi dichiarando che “era caduto”. Gli stessi inquisitori hanno dichiarato di non aver redatto alcun verbale edi interrogatorio di Pinelli, pertanto ogni eventuale verbale che venisse in seguito tirato fuori è da considerarsi falso. Accusiamo la polizia italiana di aver deliberatamente impedito che l’inchiesta si svolgesse sotto il controllo di un magistrato con la partecipazione degli avvocati della difesa. Accusiamo i magistrati e la polizia di aver ripetutamente violato il segreto istruttorio diffondendo voci e accuse tendenti a diffamare di fronte all’opinione pubblica un uomo assolutamente innocente, ma per loro colpevole di essere anarchico. Noi accusiamo lo Stato Italiano di cospirazione criminale nei confronti dell’anarchico Pietro Valpreda, da mesi sottoposto ad un feroce linciaggio morale e fisico, mentre le prove che gli inquirenti credono di avere contro di lui, si smantellano da sole una per una.»


Il “Malore Attivo” dell’anarchico Pinelli: quando la verità volò fuori dalla finestra. Una pagina nera della Storia giudiziaria italiana. (Saverio Ferrari, Redazione Osservatorio Democratico, 14.12.2004)

Complessa e scandalosa fu la vicenda giudiziaria riguardo la morte di Giuseppe Pinelli. Nel maggio 1970 su proposta del Pubblico Ministero Giovanni Caizzi il Giudice Istruttore Antonio Amati archiviò sbrigativamente come “morte accidentale” la precipitazione dell’anarchico dal quarto piano della questura. Si scoprì in seguito che pur di giungere a questo esito non si erano nemmeno svolti gli accertamenti di rito riguardo il punto e l’ora della caduta del corpo e che il collegio peritale non aveva pensato di recarsi sul posto dell’evento. Nel frattempo, il 15 aprile, Luigi Calabresi aveva querelato per ”diffamazione continuata e aggravata” Pio Baldelli, direttore responsabile del quotidiano Lotta Continua che aveva promosso una sistematica campagna di denuncia, con articoli e vignette, attribuendo al commissario responsabilità precise circa la morte dell’anarchico.

Il Procuratore Generale di Milano Enrico De Peppo, per sgomberare il terreno ed evitare problemi, prima di assegnare la causa ad un magistrato, ritardando i tempi, fece in modo che l’archiviazione di Caizzi giungesse a compimento. Si aprì così solo nell’ottobre del 1970 il processo per diffamazione che, per altro, portò nell’aprile del 1971 alla richiesta di riesumazione del cadavere di Pinelli per ulteriori accertamenti. Attraverso nuove perizie medico-legali si intendeva verificare se fosse ancora possibile rinvenire sulla salma tracce di un colpo di karatè sferrato durante gli interrogatori che con ogni probabilità aveva leso il bulbo spinale. Forse la vera causa di quel malore che avrebbe provocato la defenestrazione. L’avvocato di Calabresi, Michele Lerner, ricusò a questo punto il giudice Biotti per aver anticipato in un colloquio privato le proprie convinzioni sulla colpevolezza di Calabresi. Il 7 giugno 1971 la Corte d’appello rimosse il giudice dall’incarico ed il processo si arenò definitivamente. Solo il 4 ottobre del 1971 si riaprì il caso, quando su denuncia della vedova Licia Rognini, il Giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio emise sei avvisi per omicidio volontario contro il commissario Calabresi, i poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Piero Mucilli ed il tenente dei carabinieri Savino Lo Grano. L’istruttoria si concluse il 27 ottobre del 1975 con il proscioglimento di tutti gli indagati.

Una sentenza passata alla storia. Pinelli, sostenne D’Ambrosio, non si era suicidato ma nemmeno era stato assassinato. “Verosimilmente”, a causa di un “malore attivo” e dall’“improvvisa alterazione del centro di equilibrio” fu violentemente spinto fuori dalla finestra. Giuseppe Pinelli alto 1,67, sentendosi male, invece di accasciarsi sul pavimento come ogni altro essere mortale, con un balzò inconsulto e involontario si ritrovò invece a scavalcare una finestra di 97 centimetri, spalancando al contempo, quasi in volo, le imposte socchiuse della finestra. Una tesi senza precedenti nella storia del diritto e rimasta ancor oggi unica nel suo genere. Gli stessi periti d’ufficio esclusero la possibilità dell’evento in palese contrasto con le più elementari leggi della fisica e della medicina legale. Per altro, su Pinelli non furono rinvenute ferite sulle mani e sulle braccia a dimostrazione che il corpo fosse già inanimato al momento della caduta, così dicasi per l’assenza di perdita di sangue dal naso e dalla bocca. Non bastò. Il Giudice nonostante le smentite alla propria tesi, proveniente dagli stessi indagati, ciascuno dei quali si era lasciato andare a testimonianze tutte in contrasto fra loro, senza mai in alcun modo parlare del malore, la sostenne senza fornire alcuna prova o riscontro concreto. In questo frangente anche il caso clamoroso del brigadiere Vito Panessa che addirittura affermò che nel tentativo di afferrare l’anarchico gli rimase una scarpa in mano, quando Pinelli venne rinvenuto nel cortile della questura con ambedue le scarpe ai piedi. Si aggiunse come beffa finale il provvedimento di amnistia per Antonino Allegra, capo dell’Ufficio politico, circa i reati di abuso di potere e arresto illegale di Giuseppe Pinelli, ancor oggi vittima senza giustizia, l’ultima della strage di Piazza Fontana. Una pagina nera, certo non la sola, nella storia giudiziaria italiana. 


Camilla Cederna, Pinelli. Una finestra sulla strage, Il Saggiatore, 2004 (edizione originale 1971)

Mezzanotte è passata da poco, ma è difficile dormire bene dopo una giornata come quella del 15 dicembre 1969, dopo il funerale delle vittime della Banca dell’Agricoltura. Come se tutta quell’angoscia fosse entrata nelle ossa insieme a una nebbia mai vista che rendeva bassissimo il cielo e nero il mezzogiorno. E con ancora nelle orecchie l’eco dei singhiozzi delle famiglie mentre il coro delle voci bianche in Duomo pregava Dio di aprire le porte del cielo ai loro parenti straziati. Poi quel silenzio compatto, monumentale, che aveva salutato le bare sul sagrato, quei grappoli oscuri di gente ai balconi e alle finestre, quel tappeto di folla immobile e buia nel buio che copriva tutta la città paralizzata, una quantità di gente venuta da lontano a circondare il Duomo, visi chiusi, espressioni sgomente, un dolore unanime e una tensione quasi fisicamente percepibili.

Cinque ore in Duomo in piedi a un banco per meglio vedere e sentire, un’ora in giro dopo, a casa a scrivere uno degli articoli più difficili di una lunga carriera (dovevo cominciare dalle bombe del 12, da tutto quel sangue, i rottami, i carabinieri che svengono, il sindaco che esce dalla banca col viso color terra, i parenti che vengono portati via piegati in due con la faccia tra le mani, i racconti degli scampati, il volo dei corpi mutilati sotto la cupola del salone, ecco la guerra, i bombardamenti, il caos, il massacro, il macello, ecco l’odor di guerra, di sangue caldo e di polvere da sparo, di carne bruciata e di zolfo). E adesso a letto col sonno che non arriva.
Arriva invece una telefonata. “Sei già a letto? Non importa. Fra cinque minuti davanti al tuo cancello.” “Perché?” “Un uomo si é buttato da una finestra della questura, non farci aspettare, andiamo a dare un’occhiata.” Sono due amici coi quali ho sempre corso in questi giorni, Corrado Stajano e Giampaolo Pansa, hanno la faccia e i modi di questi giorni, gesti frettolosi, rabbia e dolore negli occhi.

Leggete tutto il saggio/reportage di Camilla Cederna  QUI.

Per questo il caso Pinelli è importantissimo. Importantissimo perché, se è necessario che gli scandali avvengano, è colpevole lasciarli smorzare in un clima di rassegnato torpore. Pinelli è stato la vittima innocente di un gioco più vasto e più crudele, anche sul quale va fatta luce al più presto, cioè il caso Valpreda. Ristabilire la verità sulla stia morte è un dovere politico e morale; è indispensabile per aiutare a far sì che la giustizia in Italia non sia soltanto quella statua melensa ritta nel cortile di un tribunale che ai è rivelato incapace di assolvere i suoi compiti. Ed è la premessa per evitare che vi sia una seconda vittima innocente: Pietro Valpreda.


Attraverso una foto della sua famiglia, che idealmente abbraccio, chiudo questo scritto, che probabilmente è servito più allo scrivente che ai lettori, sempre nell’ottica della gestione della rabbia. Me ne scuso, rendendomi ben conto – probabilmente – di aver ancora bisogno di tempo e di saggezza per avere, verso quanto di umano, oltre che di simbolico, rappresenta quella vicenda, uno sguardo meno di parte. Perché, non c’è dubbio, io sto da una parte. Sto con Giuseppe Pinelli.

Giuseppe Pinelli e la sua famiglia

Giuseppe Pinelli e la sua famiglia