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Rovesci d'Arte

Coreografa vs Abramovic. “La sua performance è troppo nazi”

Estrema lo è sempre stata. E in genere Marina Abramovic ha “torturato” il suo di corpo, in una serie di azioni ai limiti della sopportazione fisica che hanno reimpaginato la storia dell’arte dagli anni Settanta in poi, all’insegna del martirio volontario. Questa volta però l’artista serba ha suscitato l’ira della celebre coreografa Yvonne Rainer che ha preso carta e penna e ha scritto una furiosa missiva al direttore del Moca di Los Angeles, Jeffrey Deitch, per lamentarsi del trattamento “violento” subito da alcuni performer alle prove. Abramovic, infatti, guest star del gala del museo insieme a Blondie, ha preparato un evento in stile “Salò e le 120 giornate di Sodoma” di Pasolini coinvolgendo alcuni ballerini in due faticosi giorni di prove, pagandoli con un forfait di 150 dollari, costringendoli a stare sotto al tavolo dei vari mecenati (in ginocchio su una pedana rotante e cercando un contatto visivo) che, da parte loro, potevano giocare a padrone/schiavo. Altre reclute se ne dovevano stare distese,  nude ,con uno scheletro addosso in mezzo al banchetto (la performance fa parte del tipico

“repertorio” di Abramovic). I danzatori hanno detto di non essere potuti neanche andare in bagno. L’iniziativa non è piaciuta alla coreografa che l’ha bollata come uno spettacolo “grottesco” e un vero e proprio “sfruttamento” del lavoro e del corpo altrui. Quel test di resistenza è stato visto come qualcosa di umiliante e Rainer ha sottolineato che la sofferenza cui sono stati sottoposti gli artisti non aveva nulla a che fare con la potenza del messaggio antifascista di Pasolini nel suo film così indigesto. E ironicamente ha chiesto al direttore se per caso volesse ribattezzare il museo come MODFR (Museo del Fund Raising Degenerato). Marina Abramovic si è difesa dall’accusa pesante con grande aplomb. Ha affermato di aver voluto cambiare l’atmosfera della serata di gala, di usare l’energia in maniera diversa. La sua performance avrebbe dovuto interrompere la quotidianità della kermesse.