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losangelista

Corea: La Mala Dietro al Boom

Il festival di Busan si svolge principalmente nel distretto di Haendae uno scintillante quartiere nuovo di zecca nato per essere la riviera turistica e balneare della citta’. La coloni alberghiera e’ una clasica “New town” asian style cioe’ con 100 grattacieli spuntati come funghi in pochi anni su una pianura precedentemente occupata da un aeroporto provinciale e qualche modeta casupola  di pescatori. Un resort istantaneo di ombrelloni e motonautiche, tutto lucido e scintillante e pronto per i depliant della proloco il cui slogan e’ “dynamic Busan: citta’ del futuro”. I balzi in avanti pero’ si pagano; intanto con la colata di cemento impressionante su quella che era una baia di strepitosa bellezza naturale. Poi c’e l’anima di un luogo e  della gente di quel luogo, che i qualche modo per forza risente dal risettaggio radicale del paesaggio e del modo di vita. E’ la storia comune dei paesi asiatici protagonisti dell’incredibile sviluppo di questo presente ma non immuni al prezzo della nuova prosperita’. E e’ in qualche od  lo sfondo per Nameless Gangster, un “romanzo criminale” sulla mala nata e cresciuta attorno al boom di Busan degli anni 80. Il gangster senza nome e’ Min-Sik Choi (il carismatico protagonist di Old Boy) nei panni di un funzinario dell dogana portuale che passa dala piccola corruzione del porto alla malavita organizzata di cui un suo nipote e’ un boss. Un personaggio di padrino “per caso” che sale nei ranghi della mafia locale e poi decade quando il governo decide di debellare le gang che intralciano il boom coreano. Alla fine lui pero’, unico del clan, si salvera’ dopo aver collaborato con la giustizia e riuscito a far studiare il figlio da magistrato per piazzarlo nelle istituzioni della nuova Corea moderna. Una origin story  molto seventies in cui i “bravi ragazzi” sono parte integrante di un miracolo coreano che rivela luci e ombre. Incidentalmente la parabola malavitosa di Choi comincia con un primo affare di export di eroina in Giappone che definisce come un “dovere patriotico” in retribuzione dei 36 anni di brutale colonizzazione subita dalla Corea dal 1910-45. Non ci si mette molto a realizzare quanto la “questione giapponese” sia ancora centrale qui specialmente con la disputa sulle isole Dokdo/Takeshima improvvisamente tornata  all’ordine del giorno dopo la visita del primo ministro coreano a quel sasso in mezzo al mare in agosto (che ha provocato per rappresaglia l’interruzione di un accordo monetario fra i due paesi). La questione della sovranita’ sul minuscolo scoglio conteso in mezzo al golfo di Corea rimanda in realta’ a quella irrisolta della mancata riconciliazione per l’occupazione subita e i connesi soprusi, in particolare la schiavitu’ sessuale di centinaia di migliaiai di donne coreane. Proprio la settimana scorsa un miliardario coreano ha affittato un megaschermo a Times Square chiedendo ancora una volta le scuse ufficiali che dal Giappone non sono mai arrivate  e i giornali coreani pubblicano un giorno si e uno no editoriali che chiedono al governo giapponese una riconciliazione post-bellica in stile “eruopeo” (ieri il Korea Times pubblicava una foto di Willy Brandt in visita al milite ignoto polacco – ricordando che nessun gesto simile e’ mai venuto da un politico giapponese). Altro sale sulla ferita dei rapporti fra i due paesi proviene dalla questione dei koreani-giapponesi (Zainichi), una popolazione di 500000 persone in gran parte importati come lavoratori durante l’occupazione (furono piu’ di due milioni) che tuttora non godono di diritto di cittadinanza. Una casta discriminata dalla quale proviene  tra l’altro una sproporzionata percentuale di membri della Yakuza.

Corea: spaghetto clonato