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losangelista

Corea: il Festival e la Tigre

Busan Film Center

Losangelista e’ in temporanea trasferta presso  alcuni dirimpettai del Pacific Rim: la Corea e  piu’ precisamente al Busan international film festival. Quest’anno la kermesse che sta rapidamente diventando fra i piu’ importanti appunamenti di cinema in Asia giunge alla 17ma edizione e presenta piu’ di 300 film nello scintillante Busan Film center, un edificio rivestito in titanio in stile Frank Gehry in questa seconda citta’ del paese. Buona occasione per aggiornarsi un po’ sui film di un paese il cui cinema vive un momento di estrema vitalita’ (vedasi il Leone appena conquistato a Venezia) – eppoi dopo piu’ di 15 anni vissuti nella Koreatown di Los Angeles – il piu’ grande isediamento di ‘oriundi’ al di fuori della madrepatria –  e’ anche giusto visitare l’originale. Prime  impressioni: ancora sull’aereo. Si’,  effettivamente si direbbe che stia sorvolando una “tigre” asiatica, Busan si affaccia su una rada di straordianria bellezza all’angolo sudorientale della penisola. Due estuari disegnano una serie di vallate strette punteggiate di ripide colline, un paesaggio che si stempera in un piano alluvionale pieno di rivoli, campi, risaie e che si affaccia infine sul golfo di Corea in una costa frastagliata dove le spiagge si alternano a scogli e isolotti. La citta’ e’ stata costruita attorno alle alture e segue la costa sulla quale si affaccia anche il porto, uno dei piu’ trafficati dell’asia, il quinto per volume al mondo. Le navi che si sorvolano nella discesa verso l’aeroporto sembrano dozzine, forse un centianio di varia stazza con una prevalenza di megacargo  in partenza o in arrivo cariche di container – un colpo d’occhio che racconta il volume di affari e semplicemente quello della mercanzia che ogni giorno lascia questi lidi orientali per rifornire la filiera mondiale di beni di consumo. La realta’ e’ ben nota ma la visione, cosi’ tangibile e  didascalica, e’ comunque impressionante. Una volta a  terra e’ subito chiaro che siamo arrivati nel paese del Gangnam Style, Psy, l’autore del tormentone planetario  e’ ovunque in effige, su cartelloni, giornali, riviste, campeggia sulle insegne della societa’ di telefonia che lo ha ingaggiato come testimonial, la canzone  e’ in rotazione fissa in bar e taxi e lui in persona e’ stato acclamato da 80000 fan nello speciale concerto gratuito di Seoul. Questa deve sicuramente essere la prima nazione  ad adottare di fatto un nuovo inno nazionale a partire da un video virale di Youtube. Solo un ulteriore indizio  che ci troviamo sul continente del nuovo, dove comunque c’e ancora una palpabile sensazione di “progresso” inteso come “moto anteriore” – o sara’ che basta poco  venendo dall’occidente che sembra cosi’ irrimediabilmente inceppato. L’iperprogresso naturalmente ha i suoi costi e forse proprio nelle forti tensioni che suscita nella societa’, sull’identita’ nazionale e su e quella  individuale,  e’ da ricercare la fertilita’ delle idee, la vitalita’ dei film che si producono oggi qui. Il festival e’ sicuramente un tentativo di riconoscere  il ruolo che il cinema e le arti hanno nel metabolizzare gli immani stravolgimenti in atto in questa parte del mondo.

Psy l’ubiquo