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Controllare i controllori

Ieri in uno dei blog che Il Post  ospita è stato pubblicato un articolo intitolato “I veri numeri del femminicidio” che comincia così: “In Italia le statistiche e i dati ufficiali mostrano che non esiste un’emergenza femminicidio. L’omicidio di donne da parte di partner o conoscenti non è diventata un’epidemia e in realtà non è nemmeno in aumento. In Italia si uccidono meno donne rispetto al resto d’Europa e agli altri paesi sviluppati”. Qualche giorno fa su un blog del Fatto Quotidiano ho letto quest’altro pezzo intitolato “Femminicidio, i numeri sono tutti sbagliati”.

donne

L’autore del primo post è Davide Maria De Luca e nel suo spazio si occupa di factchecking, cioè di valutare quanto siano corrette le dichiarazioni dei politici e dei commenti della stampa. L’autore del secondo è Fabrizio Tonello, docente di Scienza politica all’università di Padova. Per entrambi sembra essere principalmente una questione di numeri. Ma anche di parole, direi. Tutti e due commettono infatti il medesimo primo errore: utilizzare in modo scorretto la parola femminicidio confondendola con femmicidio (dilungandosi Tonello in una spiegazione a sostegno della sua personalissima versione: «Spesso si usa il termine “femminicidio” per chiamare le aggressioni contro le donne anche quando, fortunatamente, non hanno conseguenze mortali: per esempio uno sfregio con l’acido (…) Le donne uccise da ex partner non vengono uccise in quanto esseri umani di sesso femminile bensì esattamente per la ragione opposta: per essere quella donna che ha rifiutato quell’uomo»).

L’occasione che entrambi ci offrono è buona per chiarire alcune questioni, cosa necessaria per non dire davvero cose “sbagliate” e fare una buona e corretta informazione.

Parole

Il termine “femicide”, in italiano femmicidio è stato usato per la prima volta dalla criminologa statunitense Diana Russell che nel 1992 nel libro Femicide: The Politics of woman killing, decise di introdurre questa nuova categoria per avere un’ottica di genere nello studio dei crimini fino ad allora “neutri”, permettendo dunque di rendere visibile un fenomeno che esisteva e aveva una propria differenza. Diana Russel ha dunque rivelato una dimensione di genere e “nominato” gli omicidi nei confronti delle donne in quanto donne: “Il concetto di femmicidio si estende al di là della definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l’esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine”.

Il femminicidio ha a che fare con un problema strutturale che supera gli omicidi delle donne. L’antropologa messicana Marcela Lagarde considerata la teorica del femminicidio, sostiene che comprende tutte le forme di discriminazione e violenza di genere comprese quelle non soltanto fisiche di annullamento dell’identità e della libertà delle donne. Femminicidio è «la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale (…) che, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia». (Barbara Spinelli ci ha scritto un libro “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale”, Franco Angeli, 2009). Il femminicidio è dunque strettamente legato a una struttura patriarcale della società e perciò (senza alcun bisogno di dati che lo dimostrino) “endemico” per definizione.

Numeri

Nell’articolo di De Luca si citano una serie di “statistiche e ricerche quanto meno opinabili” che “hanno contribuito a creare una percezione del fenomeno molto diverso dalla realtà”. La realtà sarebbe quella che non c’è nessuna escalation del fenomeno. E ancora: “La tesi dell’emergenza femminicidio è stata appoggiata da diverse ricerche che gli hanno dato un alone di scientificità. Una delle principali è quella della Casa delle donne condotta prendendo in esame i casi di femminicidio riportati sulla stampa” (…) “ma basta una riflessione piuttosto breve per rendersi conto che non si tratta di dati significativi. Una ricerca condotta sulla base degli articoli pubblicati sulla stampa non ha nessuna serietà scientifica: non è altro che una ricerca su quanto la stampa si è occupata di quel fenomeno”. I dati affidabili cui fare riferimento sarebbero dunque quelli forniti dalle fonti ufficiali (ISTAT e Ministero dell’Interno). A sua volta, Tonello dice che “I migliori dati disponibili sono ovviamente quelli dell’Istat, che ha i mezzi e la cultura per dare un senso alle cifre”.

Non è vero. In Italia non esiste una raccolta ufficiale dei dati sugli omicidi che li cataloghi sulla base di un’ottica di genere. La più aggiornata indagine Istat sulla sicurezza in Italia analizza il fenomeno degli omicidi sulla base del sesso della vittima (quanti maschi, quante femmine) e nel caso delle donne riporta le percentuali per tipologia di autore (partner o ex partner, parente, amico, estraneo). Non risulta alcuna differenza di sesso per i tentati femmicidi, e l’indagine sulla violenza contro le donne (femminicidi) si ferma al 2006.

Gli stessi criteri vengono utilizzati anche dall’altro rapporto ufficiale, quello del Ministero dell’Interno sulla criminalità in Italia (ultimo anno analizzato il 2006): si specifica il sesso della vittima e si distinguono gli omicidi commessi nell’ambito della criminalità organizzata da quelli commessi nell’ambito della criminalità comune. Tra questi ultimi ci sono quelli: passionali e familiari; per rapina, estorsione, usura, interessi, debito e truffa; per lite, rissa, futili motivi, viabilità; per altre circostanze, tra le quali violenza sessuale, produzione e spaccio di stupefacenti, eutanasia, follia, omicidi seriali, prostituzione, ecc.

Insomma nessuna di queste due ricerche assume una prospettiva di genere, non dà conto del numero dei femminicidi, né di quello dei femmicidi. Si parla del sesso delle vittime, in alcuni casi, o ci si occupa di passione e famiglia. Quello che invece dovrebbe emergere da un’analisi corretta sui femminicidi è il dato delle uccisioni di donne per motivi riconducibili alla relazione tra i sessi. Questo comporta che siano presi in considerazione in un unico dato tanto i casi più comuni di uccisione per mano di familiari e conoscenti, quanto quelli delle lavoratrici del sesso, o delle donne uccise negli atti di violenza sessuale. Escludendo le uccisioni di donne effettuate per mano di altre donne, o per questioni non riconducibili ai rapporti tra i sessi, come per esempio quelle incorse nel contesto della criminalità organizzata o di quella comune. La raccolta di dati sul femmicidio appare a questo punto ancora più complesso (e inesistente).

Il lavoro sui femmicidi che le autrici e il gruppo di ricerca di Casa delle donne di Bologna conducono dal 2005 analizzando le pagine di cronaca locale e nazionale è esattamente questo, con un preciso intento: “non dimenticare nessuna di queste vittime, per dare loro identità e per provare a tracciare linee di lavoro utili a prevenire queste uccisioni è prezioso per tutti noi. Questo monitoraggio dei dati italiani, unito ad uno sguardo su altri paesi europei, ci permette di tenere ferma l’attenzione sul dramma del femicidio oltre al tempo naturale della singola e fugace notizia del giorno; così come ci consente di riconnotare i singoli eventi in una dimensione più ampia e complessiva. Le storie individuali perdono così piano piano l’immagine dell’evento imprevedibile o del tragico incidente per ricondursi, spesso con modi e forme analoghe, ad un fenomeno più strutturato, silenzioso e sommerso quale è la violenza di genere”.

Il loro lavoro dallo scorso anno ha un importante termine di raffronto che, utilizzando anch’esso come fonte dei dati la stampa (un archivio gestito dallo stesso Ente, oltre che l’archivio Dea dell’Ansa), ha la possibilità di comparare e integrare le informazioni con i dati delle Questure. Si tratta del lavoro effettuato dall’Eures, istituto di ricerca che si occupa di analizzare l’andamento degli omicidi volontari in Italia, che nel dicembre del 2012 ha pubblicato per la prima volta uno studio sui femicidi in Italia realizzatisi nell’arco temporale di un decennio, adottando, anche questo per la prima volta, una prospettiva di genere. I dati sono qui: e le donne uccise nel 2011 risultano essere 170.

Va sottolineato che in entrambe queste ultime due ricerche (come ovviamente dalle prime due) mancano i dati sul numero dei suicidi da parte di donne vittime di violenza domestica. La cosa dunque più corretta da dire è che in Italia non possiamo avere per ora dei dati sui femminicidi e possiamo avere quelli sui femmicidi grazie all’Eures e al lavoro delle volontarie della Casa delle donne E se sono “sbagliati” è perché sono sottostimati. A questi numeri ha fatto riferimento il Rapporto del 2012 sulla missione in Italia della Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne e quello che la piattaforma CEDAW ha presentato a New York nel marzo del 2012 presso le Nazioni Unite in occasione della 57esima sessione della Commissione sulla condizione delle donne (Commission on the Status of Women – CSW).

Infine

Una volta chiarito tutto questo, la conclusione dei nostri due (niente panico) è condivisibile, come ben argomenta (oltre le cifre) chi di violenza di genere si occupa con cura e attenzione da molti anni (Luisa Betti, nel suo blog Antiviolenza sul manifesto). Chiedo però: quale dovrebbe essere la soglia superata la quale scatta l’emergenza? E se, tenendo buona la loro analisi, il tasso di femmicidi in Italia non è aumentato ma è rimasto costante, perché cercare di ridimensionare la questione e non parlare di un problema che esiste da sempre, che è strutturale, interno alla società e radicatissimo? E sul quale l’Onu è intervenuto dando all’Italia delle indicazioni ben precise.

Infine. Entrambi (l’uno per sostenere, l’altro per negare la propria tesi) paragonano le donne a giovani e ebrei. Succede spesso: mettere la questione femminile accanto a quella di minoranze o altre categorie. Non è un’operazione teoreticamente corretta. La differenza sessuale non è una tra le tante, ma è ciò che di più elementare si mostra alla nostra vista quando nasce una nuova vita: è un fatto che segna originariamente gli umani i quali, sempre, vengono al mondo come un uomo o come una donna.

  • Maria Rosaria Annibale

    Se non ho letto male quanto sopra riportato manca, a mio avviso, un termine di paragone: il numero degli uomini uccisi dalle donne. Da questo dato dovrebbe scattare l’emergenza. Il “niente panico” è un superficiale invito alla rimozione del problema.

    Maria Rosaria Annibale

  • alex1

    Condivido l’affermazione dell’articolo “i veri numeri del femmicidio” e mi chiedo questa continua attenzione che le associazioni “femministe” chiedono dove vuole andare a parare. Ma anche la definizione del termine stesso e mi chiedo: se fra gli aggrediti di quel tipo che a Milano ha colpito dei passanti a caso con un piccone ci fosse stata una donna, sarebbe stato “femmicidio” o no?

  • Valerio Guagnelli Scanzani

    Mah, onestamente le obiezioni opposte da questo articolo mi sembrano deboli. Se fosse vero che non esistono dati con distinzioni tali da permettere conclusioni, allora non esistono neanche per parlare di femminicidio.

  • giuliasiviero

    Dati ufficiali non ce ne sono e non è una (mia) opinione, basta consultare i link a Istat e Ministero dell’Interno. Dei dati raccolti sul campo esistono eccome. Sono quelli della Casa di Bologna e quelli dell’Onu, che indicano un aumento dei casi di femminicidio in Italia. Le obiezioni non sono forti né deboli, bensì oggettive.

  • giuliasiviero

    Questa continua attenzione, è quella riservata finalmente anche da alcune donne entrate nelle istituzioni. Non bisogna necessariamente essere femministe per prendere atto di un problema. E il negazionismo non aiuta affatto, oltre ad essere un fatto davvero molto grave.

  • giuliasiviero

    Sono d’accordo che non ci sia un’emergenza, nel senso che la violenza contro le donne è radicatissima e strutturale della nostra società. Perciò è una questione che richiede un intervento altrettanto radicale e strutturale. Quello che poi non aiuta è il negazionismo di alcuni e il voler ridimensionare il problema di altri. I quali sostengono che i numeri sono sbagliati e che bisogna guardare alle fonti ufficiali. Che, come ho cercato di spiegare, sul femmicidio non ci sono: istat e ministero non parlano di femmicidio, ma di omicidi di donne (distinguendo solo tra maschi e femmine e precisando che la maggior parte di questi crimini avviene in famiglia). Il femmicidio include altre categorie di violenze che portano alla morte (prostitute uccise da clienti, suicidi a seguito di violenza domestica, o di violenza sessuale). I numeri ufficiali non li abbiamo. Abbiamo però quelli della Casa di Bologna e dell’Eures che mostrano un aumento degli episodi e non il contrario. Detto questo, credo che al di là della passione maschile per numeri e misure, la questione debba essere affrontata con competenza e serietà.

  • davide

    “Detto questo, credo che al di là della passione maschile per numeri e misure, la questione debba essere affrontata con competenza e serietà.”
    Io invece credo che questa frase definisca compiutamente la serietà e la serenità della scrivente, complimenti.

  • giuliasiviero

    La scrivente è ironica, e il commentatore dovrebbe capire che si tratta di una replica polemica a tutte le battute e gli stereotipi sessisti. Gratuita, certamente, ma tant’è.