closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Quinto Stato

Contro la metafisica della precarietà

Esiste un’arte sottile della disinformazione fondata sulla precarietà. Precari giovani e vecchi, in attesa di stabilizzazione e quelli che un posto fisso non lo avranno mai. Il diplomato o laureato, precario, che prova ad entrare nel mercato del lavoro e il quarantenne, precario, che vive da sempre con contratti fantasma, o più semplicemente lavora al nero, e basta.

Oppure il cassaintegrato e il professionista che hanno la stessa età, svolgono lo stesso lavoro, ma uno è precario perché ha uno scivolo di sei mesi – e poi basta -, l’altro è precario perché viene licenziato dalla stessa azienda cinque volte al mese, cioè ogni volta che realizza una commessa, un progetto. Il quasi pensionato, classe 1952, è precario, come il pony express o il borsista abbandonat0 dal suo barone che ha perso una guerricciola accademica e non conta più nulla.Non serve nemmeno a trovargli 3 mesi di contratto.

Per risolvere la precarietà, si dice, bisogna abolire l’articolo 18. Falso, perché è noto che questo articolo dello Statuto dei Lavoratori riguarda una categoria di assunti nelle imprese con un personale superiore alle 15 unità. L’idea stessa che la libertà di licenziamento aumenti il tasso di occupazione è stata smentita diversi anni fa, come ricorda oggi anche Francesca Coin.

In realtà, la lotta fanatica che si svolge periodicamente attorno al moloch dell’articolo 18 esaurisce tutti i dibattiti possibili sul diritto del lavoro in Italia ed è fondata sulla “precarietà” dove sindacati e confindustria, l’attuale governo che assomiglia ad un consiglio di facoltà di giuslavoristi, come gli stessi “precari”, si ritrovano mescolati all’inverosimile, perdendo  il senso della loro condizione.

Precario può essere un governo, così come precaria è la stagione che viviamo. Precario è un deputato in carica per 5 anni, come anche uno stagista che lavora gratuitamente.

Insomma, tutti precari, nessuno è precario. Che cosa significa, oggi, precarietà?

Nella parola baule “precarietà” rientra una molteplicità di status o prestazioni lavorative e con essa si pretende alludere ad una condizione generale della società che si rispecchierebbe nella vita di ciascuno. In questo contenitore, ha detto l’Istat nel 2010, ci sono almeno 7 milioni di persone, tra cui 2 milioni ufficialmente “inoccupati”.

Che cosa significhi, oggi in Italia, “inoccupazione”, tutti lo sanno, tranne i governi, i partiti e i sindacati che fanno finta di non saperlo: attività lavorative non retribuite, al nero, volontarie, che in ogni caso vengono solo parzialmente riconosciute dallo stesso diritto del lavoro. Senza contare i restanti 5 milioni, che rientrerebbero nella dizione “precarietà” (o meglio di “atipici”). Si presume che buona parte di loro non siano “precari” in attesa di una stabilizzazione. E, se volessimo allargare il campo ai 5 milioni di migranti che lavorano regolarmente nel nostro paese (dati Istat 2010), scopriremmo situazioni molto simili.

Insomma, da quando, la “precarietà”, come essenza, e il “precariato”, come ente, sono diventati il passepartout linguistico di una nuova metafisica sociale, abbiamo assistito all’espropriazione degli strumenti dell’individuazione personale e collettiva. Chi è realmente precario, infatti, può trovarsi nello stesso calderone linguistico con un deputato, un manager, un dipendente o un pensionato.

Vediamo un esempio concreto. Questo servizio Precari uniti: l’articolo 18 non si tocca è stato pubblicato ieri sul fatto quotidiano e dà notizia di un incontro pubblico di una rete di associazioni e movimenti del lavoro autonomo, culturale e della conoscenza, tra cui Acta e Aiap, insieme al Teatro Valle Occupato, che si è svolto a Porta Futuro a Roma.

Il contenuto delle interviste, e non solo della “Furia dei cervelli” che ho scritto con Giuseppe Allegri, intende chiaramente distinguere dentro e contro la precarietà una condizione universale, quella della indipendenza. comune sia ai “lavoratori della conoscenza”, sia a tutti i viventi che rientrano nel Quinto Stato: dunque tutti coloro, italiani e stranieri, che non sono legati ad un datore di lavoro con un contratto subordinato a tempo indeterminato.

Lo scopo dell’incontro, che avrà un seguito il prossimo 11 gennaio al Teatro Valle Occupato, è affermare, oltre la forma del contratto di lavoro stabile (o della sua mancanza, la precarietà, appunto) che esiste una condizione generale che non può essere più rappresentata attraverso il lavoro, anche se non può fare a meno del lavoro, come delle sue tutele e delle sue garanzie.

Con tutta evidenza, il titolo “Precari Uniti: l’articolo 18 non si tocca” è un frame giustapposto ad un discorso completamente diverso, fatto da soggetti reali a partire dalla propria condizione, estraneo al contenuto della loro esistenza. L’uso scorretto della titolazione allude ad una rappresentazione che considera, ormai, la precarietà un dato antropologico di chi non ha – o non vuole – un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

Di solito a questa obiezione si risponde che i “freelancers”, o i “lavoratori della conoscenza” sono soggetti privilegiati, che possono permettersi di “essere precari”. Una risposta convenzionale che non calcola minimamente lo stato di questa tipologia di lavoratori (soprattutto giovani), oggi, spesso ridotti a working poors. Ma non è questo il punto.

Nella trasmissione Tutta la città ne Parla, Radio Tre, è intervenuta stamattina Susanna Botta, traduttrice di Assointerpreti, che in una mail alla redazione aveva scritto:

Si continua a parlare di lavoro dei giovani e di giovani senza lavoro. E si pensa sempre ad un lavoro stabile, a tempo indeterminato, come unica soluzione per una vita dignitosa, con diritti e tutele riconosciute e garantiti. In questo, sono concordi governi e sindacati, partiti e amministratori pubblici. Ma si dimentica, o si fa finta di dimenticare, che nel mondo di oggi la maggior parte dei giovani non ha e probabilmente non avrà un lavoro di questo tipo, perchè il mercato del lavoro, lo sviluppo tecnologico, la storia e la tendena alla globalizzazione dei mercati hanno inciso profondamente, e in maniera irreversibile, sul nostro modo di vivere e lavorare. Ecco quindi che già oggi il 30% della forza lavoro, nelle città come Roma, composto da giovani ma non solo da quelli, già oggi lavoro in modo autonomo, ma non nel senso tradizionale del termine, ovvero come commercianti, artigiani e imprenditori, ma come lavoratori indipendenti, sostanzialmente con partita IVA. Non è sempre un ripiego, una costrizione, una scappatoia del datore di lavoro in cerca di risparmi, è moltissime volte frutto di una scelta consapevole o forse obbligata perché intrinseca nella natura del lavoro che si svolge.

La traduttrice svela così il mistero del lavoro contemporaneo. Sempre più, e non solo per colpa delle aziende o per cecità dei sindacati, le assunzioni sono “precarie”: quasi l’80% nel 2010. Davanti a questa realtà, che certo si può in parte sanare perché molti di questi assunti hanno diritto ad essere stabilizzati, oggi si chiudono gli occhi proponendo, da un lato, la libertà di licenziamento (queste persone sono già licenziabili e per la stragrande maggioranza lo rimarranno con o senza articolo 18) e, dall’altro lato, la loro assunzione definitiva.

Contro questa situazione si possono certamente cambiare le regole, evitando abusi e ingiustizie.

Ma non sarà, forse, che questo dato sconvolgente risponda anche ad una più generale trasformazione dell’attività lavorativa? E come interpretarla?

Nella trasmissione la traduttrice sostiene che per capire questa realtà bisogna parlare di “indipendenza”, un’immagine quanto mai lontana dalla precarietà, e certamente non meno aliena da contraddizioni. Piuttosto che vedere nel lavoro uno spazio vuoto, passivo e privo di volontà, l'”indipendenza” rivela l’esistenza di una cittadinanza basata sull’attività e sull’autonomia.

Su radio tre, stamattina, abbiamo ascoltato un primo tentativo di rovesciamento della metafisica della precarietà. Questo non significa negarne l’esistenza, e nemmeno negare la certezza del diritto del lavoro. In questo scambio breve, e nel messaggio che l’ha preceduto, emerge il desiderio di un rilancio della civiltà:

perchè non cercare di rendere sostenibile questo tipo di lavoro, una volta definito in maniera riduttiva e vagamente denigrativa ATIPICO, e renderlo garantito, ufficiale, riconosciuto, fonte di reddito ma anche di serenità, di soddisfazione, di creatività e, davvero, di flessibilità, ben più dell’articolo 18?”.

Questa strada porterebbe molto lontani dalle opposte ortodossie che oggi si sfidano nell’arena del precariato. Ma per quello che siamo in grado di capire, non c’è dubbio che queste parole restituiscano il “precariato” al suo essere una rappresentazione sociale e giuridica, un “frame” per uniformare una pluralità di condizioni (anche lavorative) ad uno standard usato a sproposito, come se si trattasse del vecchio Dio nelle dispute teologiche della Seconda Scolastica.