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Conto alla rovescia alla fine del Cavaliere

Berlusconi vuole resistere fino alla fine. Ma Cazzola (Pdl): «Se va avanti così la resa senza condizioni è vicina». Al Tesoro una nuova manovra da 10 miliardi mentre Confindustria sfiducia il premier: «Stallo intollerabile, bisogna cambiare governo». Tremonti prova a vendersi i quadri e gli autobus. Maroniani pronti a staccare la spina giovedì nel voto su Milanese

«La resa senza condizioni è vicina». Giuliano Cazzola, deputato eretico del Pdl, fa professione di realismo sull’Occidentale, giornale on line vicino al Pdl. Perché l’assedio al premier ormai fa impallidire quello di Von Paulus a Stalingrado.

«Berlusconi ha deciso di non mollare – scrive Cazzola – ma in politica non basta avere ragione; occorre anche riuscire a farsela dare. Le battaglie si vincono e si perdono. (…) Da una disfatta, al pari di quella che si profila, non ci si riprende più. Rimane soltanto la resa senza condizioni. Ed è vicina».

Accerchiato dalle procure, ghettizzato a livello internazionale, il Cavaliere è sfiduciato apertamente perfino dalla “sua” Confindustria. Gli imprenditori – tuona Emma Marcegaglia – non tollerano più «una situazione di stallo, dove non si fanno le riforme necessarie e si aspetta per non andare incontro a crisi di governo o al cambiamento di equilibri politici. Le soluzioni non sta a noi dirle, ma il tempo è scaduto, il paese ha bisogno di discontinuità e di una forte strategia per la crescita, altrimenti i problemi sono seri».

Non si è mai sentito un presidente della Confindustria invitare così palesemente il parlamento a sfiduciare il governo. Mai.

Diversamente dagli imprenditori, la chiesa cattolica non ha ancora sferrato la scomunica finale. Certo, ieri il segretario di stato Bertone ha rinnovato l’invito ai «laici credenti» a una certa «coerenza» tra «princìpi e comportamenti». Ma l’imbarazzo delle alte gerarchie è ormai quasi incontenibile. Per non contare la frattura con il “basso clero”, quello che nelle parrocchie tocca con mano la povertà e l’emarginazione causate dalla crisi e dai danni del governo.

Nonostante le incertezze sull’esito, il cronometro della crisi è partito. Berlusconi può resistere quanto vuole, ma prima o poi in parlamento dovrà tornare, la finanziaria andrà approvata, le scelte andranno fatte.

Parafrasando Giuliano Ferrara, c’è tanta voglia di un 8 settembre ma non si vede ancora il 25 luglio. Perché la vera complicazione di questa crisi politica lunga due anni è che stavolta non si può far cadere Berlusconi senza colpire anche Bossi e Tremonti. Un filotto troppo grande per non provocare un terremoto dagli esiti imprevedibili. E’ questo, stringi stringi, lo «stallo» evocato da Marcegaglia.

Il ministro dell’Economia attende il voto di giovedì in aula alla camera sull’arresto del suo braccio destro e compagno di casa Marco Milanese. Intanto prova a far di conto e non sa come fare. Ha rinviato l’aggiornamento del Def previsto per oggi in attesa delle stime macroeconomiche del Fondo monetario. Senza numeri e una cornice condivisa, nessuno può dire se i famosi «saldi» avranno o no salvato la patria.

Nel frattempo al Tesoro continuano le riunioni a porte chiuse con le banche e le associazioni imprenditoriali su un secondo «decreto sviluppo» dopo quello di maggio che dovrebbe accompagnare la finanziaria. Tremonti, Sacconi, Matteoli e Calderoli hanno messo sul tavolo della «crescita» una misura da 8-10 miliardi che accompagni a metà ottobre il cammino della finanziaria. Però va fatta a costo zero e quindi dovrebbe limitarsi a trasferire risorse da un capitolo a un altro.

Confindustria, che segue il dossier da vicino, insiste per un taglio alle pensioni e una patrimoniale «light», da accompagnare a una riforma fiscale che aumenti le aliquote Iva marginali e diminuisca le imposte dirette su lavoro e impresa. Una manovra quasi impossibile con un governo in queste condizioni e il no della Lega. Da qui la sfiducia preventiva declamata ai quattro venti da Marcegaglia. Alla riunione di oggi, novità delle ultime ore, parteciperà anche Bankitalia.

Tremonti dal canto suo va avanti come un carrarmato sulla vendita dei servizi pubblici locali. Il Tesoro ha organizzato per il 29 settembre un «seminario-road show» per presentare a investitori nazionali e internazionali il patrimonio pubblico che potrebbe fare parte di un pacchetto di dismissioni. Non la vendita di quote Eni, Enel e Finmeccanica ma di municipalizzate e immobili di stato (inclusi, dicono voci ben informate, perfino opere d’arte e beni architettonici).

Alla lettera: si vogliono vendere anche i quadri di famiglia, l’ultimo furto legalizzato prima del crollo del “regime”.

E’ sullo sfondo del fallimento dell’euro e dell’Italia che la maggioranza passa il tempo a fare quadrato attorno al premier. Anzi, i pasdaran alla Santanchè reclamano nuove leggi e pugno di ferro contro i pm.

Un travaglio che troverà un primo punto di caduta giovedì sul voto per Milanese. Un appuntamento su cui nel Carroccio è piena bagarre. Per Calderoli Berlusconi mangerà «sia il panettone che la colomba». Ma tra i deputati i numeri sono tutti dalla parte di Maroni. «Berlusconi ormai è indifendibile sotto ogni punto di vista – ammettono i maroniani – solo sganciandoci dal premier usciremo dall’angolo, poi si vedrà come giocarsi la partita». E’ un desiderio, più che una strategia compiuta. Toccare Milanese innescherebbe un effetto domino prima su Tremonti e poi sul resto del governo. Che sia quella la strada per toccare anche Berlusconi è tutto da dimostrare.

dal manifesto del 20 settembre 2011