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Quinto Stato

Unicrack: il “golpe” sui concorsi esclude precari e ricercatori

furiacervelli

Che cosa accomuna l’ateneo di Trieste a quello di Bari? E perché il ministero dell’università guidato dal 16 novembre da Francesco Profumo ha messo sullo stesso piano quello di Foggia con la «Parthenope» di Napoli? E, ancora, il Politecnico di Bari con la «Carlo Bo» di Urbino? Insieme a Modena/Reggio Emilia, Molise, Reggio Calabria, Tor Vergata di Roma, Siena e Sassari, Udine e Perugia, questi atenei non avranno diritto ad usare i 13 milioni stanziati il 23 dicembre scorso da un decreto sulla chiamata dei professori associati idonei.


Leggiamo l’allegato del decreto del 23 dicembre. Terza colonna, voce: QUOTA PIANO STRAORDINARIO 2011, la casella di questi atenei è vuota. Questo significa che non riceveranno il fondo previsto per questi concorsi. Perché?

Tutti hanno sforato il tetto del 90% nel rapporto tra le spese fisse e il fondo ordinario di finanziamento (Ffo) calcolato al 31 dicembre 2010 e, insieme ad altri atenei che potrebbero aggiungersi alla lista, non potranno ricevere la seconda tranche di 78 milioni di euro prevista nel 2012 e i 173 stanziati per il 2013.

Per rendersi conto della gravità del problema, e in attesa di dati più aggiornati che sappiamo non tarderanno ad essere pubblicati, riprendiamo una vecchia previsione fatta dalla Flc-Cgil e pubblicata un paio di anni fa. Lo scenario è il seguente: dal 2012 saranno ben 37 gli atenei a trovarsi nella stessa situazione di quelli elencati qui sopra: niente concorsi, niente investimenti e, anzi, il Miur nominerà un commissario che farà le veci dei rettori e provvederà a razionalizzare, tagliare corsi di laurea, dipartimenti, il tutto per far rientrare i bilanci sotto la soglia del 90% del rapporto tra le spese fisse e il Fondo di Finanziamento Ordinario (Ffo) erogato annualmente dal governo.

Di tutto questo, nel tramortito mondo dell’università e della ricerca in Italia, non si parla. Basta rileggere l’esemplare intervista del neo-ministro Profumo al Sole 24 ore dell’altro ieri: tutta l’attenzione del governo, che considera la “ricerca” un asset importante della propria offerta politica, è sui fondi europei (Horizon 2020, 80 miliardi) che andranno a finanziare la ricerca applicata. Bisogna rendere il sistema universitario e della ricerca più competitivo.

Questo significa: non disperdere le risorse (com’è accaduto per il VII programma quadro), ancora una volta concentrare l’offerta in pochi e qualificati poli che a loro volta (come in tutti i sistemi di intermediazione) distribuiranno le ingenti risorse ai poli scientifici di “eccellenza” – cioè quelli che resteranno sotto la soglia del 90% e, con i bilanci in regola, potranno attrarre quote crescenti di finanziamenti. Questo è lo scenario in cui vivrà il sistema universitario e della ricerca tra il 2012 e il 2020. Gelmini lo aveva capito e aveva agito di conseguenza. Profumo lo sa, e lo ribadisce, in maniera certo più sobria e competente. La tendenza è la stessa.

A fine anno questo scenario continua ad agire sotto le spoglie di piccoli, ma significativi, provvedimenti: il fondo stanziato per i concorsi dei ricercatori. Nel 2010, al tempo delle battaglie anti-Gelmini, venne usato per calmare la protesta dei ricercatori indisponibili. La promessa era quella di assumere poco più di 2 mila associati. Oggi viene usato per anticipare la regola aurea della riforma universitaria: gli atenei che superano il tetto del 90% non riceveranno i fondi per i concorsi e, quando sarà ratificato il decreto attuativo sul commissariamento, dovranno approntare procedure simili a quelle delle aziende in fallimento.

D’ora in poi, a Torino gli idonei avranno diritto ad essere chiamati, mentre a Bari o a Urbino no. Le responsabilità degli amministratori ricadranno sulle spalle dei ricercatori che si trovano casualmente a lavorare negli atenei incriminati. Il decreto di fine anno distingue inoltre tra ricercatori in servizio che hanno ottenuto l’ideoneità con le vecchie regole e la maggioranza dei ricercatori non idonei che attendono l’approvazione del decreto attuativo previsto dalla riforma. E poi c’è un’ulteriore discriminazione: a questi concorsi riservati potranno partecipare docenti provenienti da università straniere, ma non i ricercatori «precari», quelli che avrebbero dovuto partecipare alla «tenure track», che è stata considerata la pietra miliare della riforma, anche se entrerà in vigore alla fine del 2012.

Nell’ultimo anno sono stati 202 i posti banditi per i ricercatori di «tipo B», quelli che avviano alla carriera secondo il dettato della nuova legge, mentre solo 3 hanno avuto la possibilità di accedere al biennio di «tipo A» che permetterà di diventare professori. L’irrisorietà di questi numeri, e la mancanza di fondi per il sistema – che Profumo sembra avere promesso a mezza bocca – lasciano intendere che per il quinquennio 2011-2016 non ci saranno altre risorse per il reclutamento, se non quelle per i ricercatori a tempo determinato.

Di «golpe di Capodanno» parla la Rete 29 aprile: «Il demerito “contabile” della comunità determina la condanna a morte del singolo ricercatore, la sede di appartenenza determina la possibilità di carriera. Questo è il plateale capovolgimento della logica del merito che si vuole istituire». «Il decreto – ha aggiunto la Flc-Cgil – umilia e deprime in modo irragionevole un numero rilevante di università e discrimina tra soggetti con pari dignità e diritti. Bisogna rivedere la disciplina del finanziamento e in particolare il tetto del 90%».

Queste sono solo alcune delle conseguenze prodotte dalla nuova governance universitaria che rischia di consolidare la divisione tra atenei virtuosi e viziosi sulla base di un criterio contabile, il tetto del 90%, che in realtà è un’astrazione. Questa proporzione non considera l’impatto che migliaia di precari hanno su atenei come quello, ad esempio, di Bologna, dove sono la metà dei dipendenti. E, soprattutto, ne ostacola l’assunzione, che farebbe deragliare i bilanci. Bisogna infine considerare che il superamento del tetto non implica che l’ateneo incriminato abbia un bilancio in rosso, come accade a Trieste. Nel 90% non viene infatti contabilizzata nemmeno le tasse degli studenti (pari almeno al 20% del fondo statale, anche se spesso ormai questa soglia viene superata, come si vede in questo video).