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Lo scienziato borderline

Con rinnovata stima, Gianni Morandi

Nel 1993 la mia maniacalità beatlesiana – iniziata nel 1968 – non accennava a diminuire, nonostante avessi passato i trenta. Seguivo data dopo data il tour europeo di Paul Mc Cartney, ed a Firenze, in quel settembre 93, scoprii che anche un altro ragazzo, che era vicino invece ai cinquanta, condivideva la stessa patologia: Gianni Morandi, di Monghidoro, professione cantante.

Ormai i roadies di Mc Cartney mi conoscevano, avendomi visto aggirarmi nei concerti di Paul una quindicina di volte: a Firenze mi agevolarono in zona VIP ad occupare un posto vuoto, anche solo per sapermi seduto e tranquillo. Il posto era ottimo, ma prima del concerto ero continuamente disturbato da un flusso ininterrotto di gente che mi transitava sui piedi e sugli stessi piedi ritransitava dopo qualche minuto. Infastidito mi voltai per capire cosa stesse succedendo: proprio dietro di me – cercando di seminascondersi il viso col programma del concerto – sedeva Gianni Morandi, che rassegnato e gentile firmava autografi ai fans.

Morandi con un sorriso iniziò a scusarsi per il disturbo che la sua presenza ci arrecava. Ma figurati. Iniziammo a chiaccherare prima e anche durante il concerto, una conversazione fitta sui Beatles, argomento sul quale confessava la sua cultura discreta, ma non certamente enciclopedica e maniacale come lo scrivente. Informazioni, domande: voleva capire, stava anche per includere nel suo repertorio live “Chiedi chi erano i Beatles” degli Stadio.

Io non ero un fan di Gianni Morandi, ma diventai, in quelle tre ore, suo estimatore. Ho conosciuto un discreto numero di persone famose in questi anni, compresi quelli che hanno come immagine pubblica quella della persona semplice, tranquilla, sensibile, vicina alla gente, disponibile a parlare con tutti: politici, ma anche idoli pop: i “bravi ragazzi”. Nel 90% dei casi, si tratta di una vernice: dietro, si rivelano nature umane di per sé comprensibili, ma assai diverse dall’immagine pubblica. Supponenza, insofferenza, superficialità, delirio di onnipotenza non appena hai fatto una canzone di successo o qualcuno ti applaude.

Bene, avevo vicino, a portata di esperimento relazionale, il campione dei bravi ragazzi, tra l’altro in un momento di ritorno al successo e di popolarità. Niente da fare: Gianni Morandi è esattamente come appare. Simpatico, un po’ timido, ti guarda negli occhi mentre ti parla e ha sempre cura di mettere non sé stesso ma gli altri al centro della conversazione. Il timore negli occhi iniziale, che l’interlocutore si trasformi in fan assediante che lo iconizza, si dissipa con evidente sollievo quando si accorge di essere trattato come spera: uno che fa un mestiere che lo ha fatto diventare molto famoso, ma che è una persona con la quale fare anche discorsi normali. Le sue mani parlano, sottolineano concetti.

Gianni è lì con il figlio, che però ci abbandona subito per correre sotto il palco ad acclamare l’idolo. Gianni vuol sapere non tanto di Beatles, ma su cosa i Beatles siano stati per una certa generazione, quella dopo di lui che li ha conosciuti già sciolti. C’è la promessa di rivederci, scambiandoci i telefoni e il libro di Peter Norman “Shout! La vera storia dei Beatles”, secondo me il migliore mai scritto, come narrazione.

Un piccolo cedimento da parte mia alla fine: gli chiedo di scriverlo sul biglietto del concerto, il numero, insieme all’autografo. “Ma non voglio mica rovinarti un cimelio…” si schermisce, ma poi quando gli dico che era per ricordare una bella conoscenza, lo fa subito. Scappa prima dei bis, ma lo rivedo passare all’uscita, mi pare guidando una Regata Weekend. “Vuoi un passaggio?”. No grazie, dormo qua a Firenze, due passi e sono arrivato.

Dissolvenza.

Gianni Morandi, live 2014, a Torino

Gianni Morandi, live 2014, a Torino

La settimana scorsa lo rivedo a Torino, in occasione di un pienone a un concerto. Sono passati, come niente, più di vent’anni. Il ragazzo è sempre lui, sempre maratoneta, snocciola una play list di 47 pezzi, che fan poi quasi tre ore di concerto filato. C’è il passato e c’è anche il nuovo, che in questo caso, altro caso particolare, non è imbarazzante o debole in confronto ai vecchi successi. Invidio molto la nonchalance con la quale indossa una giacca damascata scura da palcoscenico, e l’apoteosi di una giacca di lamè quando alterna un accenno di repertorio da crooner americano ai successi da ragazzino intorno al 1960.

Il pubblico tripudia. Io ne sono contento. Con rinnovata stima, Gianni Morandi.

Gianni Morandi a Torino

Gianni Morandi a Torino