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La rete nel cappio

Con gli insorti contro la guerra

La Rete può essere messa tra parentesi per oggi. Questa volta c’è una realtà che si impone nell’infosfera, come è oramai

sempre più definito il flusso di informazioni, analisi e riflessioni che pervade il cyberspazio. Almeno dal punto di vista di chi scrive. Il riferimento è alla guerra in Libia.

Piccolo riassunto. Una rivolta contro un tiranno che assume le caratteristiche dell’insurrezione armata e dunque della guerra civile. La Francia del gendarme Sarkozy decide di intervenire e mobilita le cancellerie per un’operazione militare contro Gheddafi. E’ storia nota. Bombardamenti aerei, morti e una lacerazione tra chi è accanto agli insorti ma a favore dei bombardamenti e chi è, sempre accanto agli insorti, sfavorevole a quelle bombe umanitarie. Non ho mai creduto che la guerra sia espressione di un sentimento malvagio di chi la decide e la organizza. Una guerra è sempre costituente di un nuovo ordine. Il nodo è se il nuovo ordine è sinonimo di maggiore libertà, eguaglianza. In questo caso, come in tanti altri, è una guerra che punta a costruire un ordine imperiale che veda come protagonisti alcuni stati-nazione. C’è di mezzo, ovviamente, il petrolio. Francia e Inghilterra vogliono dire la loro su come sarà spartito. Gli altri ordini imperiali, messi ai margini o ridimensionati, sono recalcitranti. Ne sanno qualcosa la Germania, l’Italia e gli Stati Uniti, che hanno dovuto ingoiare con forza le ostilità militari volute da Parigi e Londra.

Vanno segnalate, a questo proposito, le prese di posizione di Cina, Brasile, Iran, India. I cosiddetti paesi emergenti non ci stanno con la guerra e chiedono di passare alla via diplomatica. Sono anime belle? Non scherziamo. Semmai sono la rappresentazione di qualcosa di profondamente mutato nei rapporti geopolitici. Realtà nazionali considerate sempre in via di sviluppo che vogliono avere un peso maggiore nella mulilevel governance dell’ordine mondiale. Da questo punto di vista, la contrarietà alla guerra variamente espressa va appoggiata, incoraggiata.

Ma c’è un altro punto di vista che occorrerebbe analizzare meglio e approfondire. L’intervento militare contro la Libia ha un effetto collaterale: le rivolte del mondo arabo. Chi sgancia bombe all’uranio impoverito vorrà pure salvare i civile dal tiranno di Tripoli, ma così mette a dura prova e in difficoltà anche chi ha voluto e cacciato altri tiranni, a Tunisi, come a Il Cairo. A Tunisi la situazione è ancora fluida, in Egitto invece i militari stanno imponendo il loro ordine, con il consenso dei fondamentalisti islamici. C’è da sperare che chi invece si rivolta in Siria dia nuovo slancio all’Onda del Maghreb. La speranza è che dopo Damasco, anche a Teheran riprenda il cammino di chi voleva mandare a casa guardiani di una ordine teocratico e illiberale. La contrarietà alla guerra è dunque a favore di chi vuol cambiare l’ordine delle cose in tutto il mondo arabo. E anche per solidarizzare con gli insorti di Bengasi.

Dunque: contro la guerra e a favore degli insorti. Sembra un controsenso. Invece non lo è. Posizione contraddittoria, con poco consenso, ma tuttavia realista e capace di uscire dalla sindrome da stadio che accompagna la discussione. Per questo, la proposta di una carovana che da Tunisi attraversi tutto il Maghreb presentata da un insieme di gruppi di studenti e precari di molti paesi europei e alcuni del Maghreb durante un meeting parigino di qualche settimana fa incontra da parte di chi scrive un consenso senza se e senza ma (www.edu-factory.org). E se poi anche altri gruppi di base si sono accadotai o vogliono organizzarne altre di carovane, tanto meglio, perché vanno tessute trame e reti contro l’oppressione. Dei tiranni locali e dell’ordine imperiale che questa guerra vuol rafforzare, dopo la grande crisi che ha messo in ginocchio le economie capitalistiche, non se ne sente proprio nessun bisogno.