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Quinto Stato

Come ti costruisco l’emergenza “fuga dei cervelli”

Dicembre è il mese dei consuntivi. E delle off

ensive del partito della fuga dei cervelli. La sua è una retorica pervasiva, improntata allo sport preferito nazionale – l’autocompatimento e il vittimismo – è riuscita ad imporre nell’ultimo decennio l’idea che in Italia esista un’emergenza “fuga dei cervelli”.

Quando la nave affonda, i migliori fuggono

Non c’è ombra di dubbio: da questo paese che affonda, stanno fuggendo tutti, soprattutto i suoi  figli migliori: laureati, che hanno studiato, sul loro “capitale umano” lo Stato ha investito risorse. Non trovano occupazione, e quindi vanno all’estero. E’ un mercato globale che premia chi parla l’inglese. Chi ne hale capacità, e i meriti, lascia la barca, e legittimamente trova un posto di lavoro – in un’università, in un’impresa – dove il suo talento verrà adeguatamente ricompensato.

 Questo, più o meno, quello che sappiamo della fuga dei cervelli.

Ma per dimostrare se esiste una “fuga dei cervelli” bisogna conoscere le statistiche. E saperle leggerle

Uno sguardo, reale, ai numeri

Ufficialmente sappiamo che nel 2011 50 mila laureati sono fuggiti all’estero. Il dato è stato comunicato dall’Istat in un bollettino pubblicato il 27 gennaio 2012. Ed è stato confermato il 28 dicembre, nel report 2011 sulle migrazioni interne ed esterne della popolazione residente nel 2011. La notizia va su tutti i telegiornali, i siti, i quotidiani è stata: aumentano i laureati che fuggono all’estero. Cinquanta mila in un anno è una bella cifra. In dieci anni, i laureati in fuga sono aumentati dell’15,7%, passando dall’11,9% del 2002 al 27,6% del 2011. A causa della crisi, dicono. La meta preferita dei laureati è la Germania dove sembra che nel 2011 siano emigrate 5 mila persone.

 

Non è la “fuga”, ma il movimento delle persone

Ora, se si legge il report dell’Istat emergono alcuni particolari. Il più importante è che nel 2011 sono rientrati in patria 31 mila laureati. L’età media di chi parte è di 34 anni, gli uomini sono il 53%. Quella di chi torna è di poco superiore: 36 anni.

Il primo assunto della fuga dei cervelli viene così abbattuto: il saldo complessivo del movimento tra interno ed esterno del paese (e non della fuga) nel 2011 è di 19 mila persone. Crescono certamente gli espatri, ma crescono ugualmente i ritorni in patria della stessa categoria di età.

Tutta l’attenzione, giustamente, si è concentrata, sui 24enni (39 mila) che sono fuoriusciti.

Attenzione: questi ragazzi NON sono tutti laureati (che hanno un’età media più alta, come abbiamo visto), tra di loro ci sono anche i diplomati.  Tra il 2002 e il 2012 la tendenza all’emigrazione è cambiata. Ed è significativo che oggi emigrino più i laureati che i diplomati. Ma appunto in quale proporzione?

La quota di laureati passa dall’11,9% del 2002 al 27,6% del 2011, mentre la quota di emigrati con titolo fino alla licenza media passa dal 51% al 37,9%. Cosa significa? I diplomati restano la maggioranza (37,9%), anche se aumentano i laureati (27,6%), tra questi 39 mila.

Questo è ciò che l’Istat dice, ripresa dall’Ismu, Eurostat, Almalaurea e Almadiploma e da molti centri di ricerca che si occupano dell’argomento. Se “fuga” esiste riguarda una ridottissima porzione di “laureati”, di certo riguarda i “giovani”, ma anche in questo caso si tratta di numeri ridotti. Ridotti rispetto a cosa?

Rispetto a chi resta in Italia.

Nel 2011, le università italiane hanno laureato 215.525 ragazzi (121.065 con laurea di primo livello, 62.482 con laurea specialistica/magistrale e 19.367 con laurea a ciclo unico).

Perché l’attenzione si concentra sui laureati che rappresentano il 27,6% dei 50 mila italiani che nel 2011 sono emigrati e non sulle condizioni di vita, e di lavoro di 215 mila persone che si sono laureate nello stesso anno? E perchè non ci occupa dei diplomati che vanno all’estero, visto che sono di più delle 10 mila persone con la laurea? E i laureati che lavoro svolgono all’estero? sono tutti ricercatori di grido? oppure svolgono lavori precari, magari con la garanzia del reddito minimo che in Italia non troveranno mai? Non lo sappiamo. Anche qui mancano le statistiche.

Forse perché la laurea è il simbolo di uno status(intellettuale, sociale o professionale) che viene riconosciuto solo quando all’incirca 10 mila persone vanno all’estero ma non quando 215 mila restano in Italia. Tutto questo solo nel 2011.

 

Retoriche (economiche) della “fuga dei cervelli”

Nel 2007, Lorenzo Beltrame, un ricercatore dell’università di Trento, ha avvertito il rischio di sovrastimare la nuova emigrazione italiana, confondendola con quella dei laureati o con i ricercatori che trovano ospitalità nelle università del Nord Europa o in quelle Nord americane.

In un saggio sul «brain drain», la «fuga dei cervelli», Beltrame ha dimostrato che il problema italiano non è la «fuga dei cervelli», bensì l’attrazione di personale qualificato dall’estero. E, aggiungiamo noi, la tutela dei diritti dei “laureati” (e non solo di loro, evidentemente), la garanzia del valore legale e reale del titolo di studio in un mercato che mira alla precarizzazione, dequalificazione e demansionamento di tutta la forza-lavoro.

Beltrame ha passato in rassegna tutte le statistiche allora a disposizione, alcune sono simili a quelle dell’Istat 2012. Tra il 1996 e il 1999, il numero dei laureati con la residenza all’estero non ha mai superato le 4 mila unità. Nel 2006 le cifre del «brain drain» italiano si sono attestate su un livello medio basso. Diversamente da quanto si crede, l’Italia è molto lontana da paesi dove si registrano livelli di «drenaggio» superiori al 50%, con punte dell’80% in Giamaica o Haiti.

Secondo i dati Ocse la percentuale di laureati italiani emigrati tra il 2000 e il 2010 è del 12,4%, 316.572 persone «under 40», una media pari a poco più di 30 mila all’anno. Confimprese Italia sostiene però che solo un espatriato su due si iscrive all’anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire). Quest’ultima cifra dovrebbe essere moltiplicata per due, arrivando a 60 mila nuovi emigranti all’anno, quindi più alto del dato indicato dall’Istat, ma molto al di sotto della media generale Ocse del 23,2%.

In Germania, ad esempio, i laureati che vanno all’estero sono più del 20%, molto di più dei 10 mila italiani. Nessuno grida allo scandalo anche perchè la quota del rientro o dell’attrazione dei “cervelli” stranieri è senz’altro superiore a quella italiana. In tutti i paesi Ocse esiste un’intensa mobilità transfrontaliera, l’abitudine alla permanenza prolungata per lavoro, per studio, per bisogno economico, ben più massiccia dell’emigrazione dei cervelli italiani. Questo dicono idati.

 

E’ solo una questione di Pil?

Perché con una percentuale modesta di emigrazione “intellettuale” in Italia si grida allo scandalo? Il partito della fuga dei cervelli risponde che questi laureati rappresentano i migliori cervelli italiani. E’ vero?

E’ difficile dimostrarlo. Per una ragione: l’Aire, l’anagrafe degli italiani all’estero non censisce il numero dei residenti in base al titolo di studio e, cosa ancora più importante, in base alla professione. I numeri che l’Istat propone vengono presi dalle anagrafi nazionali. Spesso chi risiede all’estero non cancella la propria cittadinanza italiana. Se gli va bene, acquisisce quella del paese di residenza.

Risultato: non sappiamo con certezza quanti “cervelli” italiani (vale a dire scienziati che producono brevetti o fanno i medici in equipe potenti) risiedono all’estero. Per queste ragioni non possiamo sapere con certezza la quantità di Pil che le loro scoperte sottrarrebbero alla ricchezza nazionale. Ne avvertiamo la presenza dalle università, o dalle industrie, dove lavorano queste persone, ma non nelle nostre. In altre parole, non conosciamo esattamente il valore che la “fuga” sottrae al Pil nazionale. Non conosciamo se i laureati emigrati lavorino all’estero, per quanto tempo. E non sappiamo con precisione se ritornano e dopo quanto tempo. Lo possiamo immaginare, ma non ci sono i dati.

I dati esistenti spingono gli studiosi a considerare normale il livello di espatrio tra i lavoratori qualificati (con laurea o dottorato) rispetto al tasso di migrazione generale che è molto più alto. Nonostante tutto in Italia la cifra modesta dell’espatrio dei laureati viene considerata un’eccezione. E non può che essere così perché la produttività dei «cervelli» è un tassello del discorso sulla competitività che permea il discorso neo-liberista sulla globalizzazione.

 Il movimento è un desiderio

In questa tempesta di cifre sono stati omessi due fattori: il primo è la vita di chi non emigra dall’Italia e svolge il lavoro dei cervelli in fuga in patria. Il secondo, ancora più significativo, è la realtà dell’immigrazione in Italia.

Il movimento migratorio appassiona solo quando coinvolge i connazionali, non gli stranieri. Salvo poi stupirsi dei dati dell’Ismu che nel 2011 ha censito solo 27 mila presenze straniere in più rispetto all’anno precedente quando il saldo si era fermato a 69 mila.

La “fuga dei cervelli” è un dispositivo sicuritario che nasconde la complessità dei movimenti migratori e li descrive solo all’interno delle dinamiche del “capitale scientifico” globale. Nella realtà esistono milioni di persone, laureate e non, precarie e intermittenti, italiane e straniere che rientrano nelle statistiche, ma nessuno ha voglia di vederle.

E’ singolare che nella retorica compassionevole sulla “fuga dei cervelli” nessuno abbia riflettuto su un altro dato: i “laureati” che vanno all’estero hanno un’età media superiore ai trent’anni. E chi, laureato, torna in patria ha un’età media sicuramente superiore, ma che si aggira sempre attorno ai 35 anni.

Chi sono queste persone? Perché vanno e vengono dal paese? Non lo sappiamo, ma possiamo immaginarlo, per contiguità amicale, sociale, simpatetica.Per quanto riguarda il lavoro della conoscenza – che è una percentuale esigua, ma mediaticamente significativa nell’elaborazione del discorso sulla “fuga dei cervelli” -ci sono ragazze e ragazzi, laureati o con dottorati di ricerca, incarichi di insegnamento all’estero che non trovano posto nell’università italiana, nè nelle imprese nostrane. Dalla metà degli anni 90 esiste un intenso movimento di queste figure con la Germania, gli Stati uniti, la Francia e molti altri paesi Ocse.

Un movimento, a ben vedere, simile a quello che si svolge all’interno del paese, tra città e cittàE tra le professioni, oltre che nel passaggio dal lavoro al non lavoro. 

La “fuga”, e il “ritorno” non sono misurabili solo con i criteri del “capitale scientifico”, nè con quelli della “ricchezza nazionale”.

3) L’analisi critica sulla furia dei cervelli in uno spot prodotto dalla banca intesa san paolo (quella diretta da Corrado Passera dove l’ex ministro del Welfare Elsa Fornero ha ricoperto incarichi di responsabilità):

http://furiacervelli.blogspot.it/2011/11/fuga-dei-cervelli-la-versione-del.html

4) Per lex ministro della Salute Ferruccio Fazio la fuga dei cervelli non esiste, ma non lo diceva per cancellare la condizione dei laureati e dei lavoratori della conoscenza in Italia:

http://furiacervelli.blogspot.it/2011/11/la-fuga-dei-cervelli-non-cancella-il.html