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Quinto Stato

Come può l’arte portare ad un cambiamento rivoluzionario?

Macao, Non è mica la luna

Sul sito di openDemocracy – portale internazionale dedicato alla libera ricerca – a partire da questa settimana, si possono leggere una serie di interventi intorno alle questioni commons, beni comuni, nuove istituzioni, diritto alla città, lavoro culturale e artistico, coalizioni sociali in Europa. (pubblicato su La furia dei cervelli)


 

Arte e attivismo. Un connubio non abbandonato dai tempi delle avanguardie artistiche che oggi continua ad essere frequentato. Non solo come produzione di opere, o sperimentazione di nuove tecniche o linguaggio ad uso dell’arte e del discorso sull’arte, ma come atto performativo, pratica politica di occupazione, presa di parola su una vertenza, una mobilitazione, una speculazione. Attivismo politico come arte performativa, arte come politica performativa.

Una prospettiva sconcertante mentre cresce la passività tra i cittadini, la politica ha espropriato persino il senso della partecipazione al di là del gioco auto-referenziale delle polemiche parlamentari o delle maggioranze stabilite indipendentemente dall’esercizio del voto. In queste condizioni la partecipazione viene ridotta al pagamento dei debiti, all’amministrazione delle risorse scarse, alla coerenza di una vita rispetto allo standard stabilito dalle regole economiche: il patto di stabilità, il pareggio di bilancio, il taglio dei debiti, il risparmio e il sacrificio in nome di un’ideale penitenziale dell’esistenza. Non a caso si parla di cittadinanza indebitata (Maurizio Lazzarato, David Harvey, Rosi Braidotti e molti altri)

Ciò che l’arte realizza invece nella politica performativa è il governo dei corpi attraverso gli affetti. Esiste in Europa un discorso che evidenzia il ruolo dell’attivismo al di là delle professioni, o della divisione sociale del lavoro. Assistiamo infatti ad un’intuizione pratica: esiste un numero sempre maggiori di cittadini che non si limitano a praticare la democrazia della rete, ma escono di casa e partecipano ad esempio all’occupazione di luogo, alla condivisione di esperienze civiche in difesa dei beni comuni, dell’ecosistema o dei territori. Coltivano, in altre parole, un’attitudine verso la vita, e l’idea del governo, non riducibile ai canoni dominanti della cittadinanza in una democrazia rappresentativa. Cercano in altre parole di mobilitare gli affetti attraverso pratiche non riducibili all’esercizio passivo di un voto o di un commento su facebook. E trovano queste pratiche nei luoghi dove si sperimenta la relazione tra arte e attivismo.

Questo è il tratto comune emerso da tre anni in Italia a seguito delle occupazione del Nuovo cinema Palazzo, dell’Angelo Mai e del Teatro Valle a Roma, l’esperienza di Macao a Milano, l’occupazione del teatro Rossi a Pisa, nelle attività del Sale a Venezia. Spie di un discorso ormai ricorrente in Europa, che attrae artisti visivi, filosofi, e ritorna anche nelle professioni legate alla produzione grafica o nella ricerca teatrale. Il legame tra arte e attivismo è stato riconosciuto anche dalla European Cultural Foundation che ha conferito al Valle il premio da 50 mila euroPrincess Margriet “per aver costruito un fertile spazio di partecipazione attiva, dove la produzione e la condivisione della cultura diventano un diritto e una risorsa accessibile a tutti”.

In questa cornice si è svolto il workshop Lotte spaziali/Spatial Struggles nel settembre 2013 al Teatro Valle al quale hanno partecipato reti di artisti provenienti da tutta Europa, insieme a intellettuali come David Harvey, i ricercatori di Oecumene project e della Open University di Londra. 

Oggi alcuni dei materiali prodotti in questo incontro sono stati pubblicati dalla rivista online inglese Open Democracy

Segnaliamo i seguenti contributi, in inglese:

>Si comincia con un pezzo introduttivo di Andrea Mura e Dario Gentili The austerity of the commons: a struggle for the essential

>L’articolo del Teatro Valle Occupato+ video di Macao Spatial struggles: Teatro Valle Occupato and the right to the city 

>Il contributo di motus  Why empty space tent in occupied theatre during meeting on city and art

>Indebted citizenship: un’intervista video a David Harvey al Teatro Valle

>Engin Isin Acts, affects, calls

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> Giuseppe Allegri-Roberto Ciccarelli What is the Fifth Estate?

L’intuizione di un’attitudine pratica attraverso una politica che si fa performativa. L’emersione di un nuovo principio costituente che si riflette nella creazione di nuove istituzioni capaci di rendere praticabile e durevole tale attitudine, ci è parsa chiara sin dal nostro primo libro La furia dei cervelli, scritto a ridosso dell’occupazione del teatro valle a Roma il 14 giugno 2011. Oggi proviamo a configurare un discorso a partire da ciò che David Harvey in questa intervista definisce Il diritto alla città dove il quinto stato prende corpo e traccia le sue linee.