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L'urto del pensiero

Colonia: lo stupro sulle donne (e non solo)…

STUPRO

di PAOLO ERCOLANI

Più di una donna su tre, nel mondo, ha subito violenza fisica e/o sessuale.

Che sia dal partner, da un esponente della sua cerchia ristretta oppure da un estraneo poco importa: il maschio tende a considerare la donna un corpo di cui voler e poter abusare liberamente.

UN FENOMENO ANTICO QUANTO IL MONDO

Né i nostri governi, ossia l’istituzione deputata anche alla sicurezza dei cittadini, sembrano voler o poter contrastare questo fenomeno, antico quanto il mondo, con una forza e convinzione minimamente paragonabili a quelle con cui impongono lo smantellamento delle politiche sociali.

Basterebbe citare il caso italiano, dove è toccato attendere il 1981 per veder abolito il «delitto d’onore» (l’uccisione della moglie adultera non era comparato all’omicidio), e addirittura il 1996 perché lo stupro venisse finalmente considerato un delitto contro la persona (e non contro la morale).

Ma ci si potrebbe riferire anche al caso degli Stati Uniti, dove, secondo un sondaggio del settembre scorso, una donna su quattro ha dichiarato di aver subito aggressioni sessuali all’interno di un ambiente ricercato e protetto quale è, o dovrebbe essere, il Campus universitario (R. Pérez-Neña, «1 in 4 Women Experience Sex Assault on Campus», The New York Times, 22 settembre 2015, p. A17).

Dato confermato anche in Europa, dove una donna su cinque risulta essere vittima di violenze fisiche, stando ai dati diffusi dall’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Unione europea (E. Peyret – BIG, En 2015 une femme sur cinq victime de violences physique en Europe, Libération, 24 novembre 2015).

Insomma, uno stillicidio quotidiano e costante, una vergogna che campeggia in brutta evidenza sulla parete insanguinata della vicenda umana.

Una vergogna che, però, il mainstream mediatico tende a portare alla luce, opportunamente trasfigurata e con metodo finalizzato a suscitare l’indignazione a comando, soltanto quando, come nel caso dei (comunque significativi) recenti fatti di Colonia, essa tende a essere annacquata da «significati» contingenti: per esempio l’immigrazione generatrice di violenza, la considerazione della donna presso la cultura islamica, o magari semplicemente l’oscenità di una violenza di massa perpetrata nel momento della festa più inutilmente celebrativa e consumistica della storia contemporanea. Il Capodanno!

Il tutto inopportunamente seguito dal solito teatrino del partito preso. Che in buona sostanza vede l’emergere di due posizioni.

Da Sinistra coloro che si indignano perché la violenza sulle donne farebbe notizia soltanto quando si possono incolpare gli immigrati; da Destra coloro che, in nome del mantra post-moderno: l’obiezione al politicamente corretto, si scagliano contro i danni prodotti da società (le nostre, quelle sedicenti liberali) che, volendosi aprire all’accoglienza e al multiculturalismo, consentono agli stranieri «brutti, sporchi e cattivi» di violentare le nostre civili e pacifiche democrazie.

GLI ASPETTI IGNORATI

Sennonché, così facendo si ignorano volutamente i due aspetti centrali del problema, dimostrando che di fatto, del problema stesso (la violenza secolare e reiterata sulle donne) poco importa a chi ci governa e dovrebbe darsi da fare seriamente per proteggere oltre il 50 per cento della popolazione mondiale.

Il primo aspetto ignorato: il persistere di una cultura maschile che si sente in diritto di disporre del corpo (e della persona) femminile a proprio piacimento. Ciò, a fronte di un’educazione sessuale (e di genere) che tarda ad essere inserita in maniera seria ed accurata all’interno di un sistema, quello scolastico (ma direi quello della società in generale), che peraltro risulta impoverito e depotenziato da politiche economiche insensibili a tutto ciò che profuma di benessere collettivo e sociale, cura della persona, cultura e sapere non immediatamente rivolti a un profitto tangibile.

Qui arriviamo al secondo aspetto ignorato. Esso riguarda una politica che ormai si lascia dettare l’agenda dagli organismi finanziari internazionali, secondo regole (o meglio: dogmi) che prevedono la riduzione dell’essere umano a mezzo e strumento per cifre impersonali.

Ad essere pressoché spariti, con il dominio della logica quantitativa (economica) su quella qualitativa (politica), sono il concetto di benessere collettivo e di giustizia sociale, e con essi l’idea per cui lo Stato (la res publica sostenuta con le tasse di tutti i cittadini) è deputato alla protezione delle fasce sociali e umane più svantaggiate e colpite dal meccanismo concorrenziale.

A tutto questo aggiungiamo pure l’operazione sciagurata di alcuni intellettuali (eccessivamente rilanciati da un mainstream mediatico interessato soltanto all’audience e quindi alle posizioni di sicuro effetto e scarso risultato), che in nome di un marxismo meccanicistico e vetusto ritengono di criticare l’estensione di quei diritti civili che a vario titolo concernono anche la libertà sessuale e, in generale, una sana e libera possibilità di organizzare la propria vita privata e sociale in coerenza con le proprie inclinazioni.

Quasi come se, occupandosi dei diritti della persona, si rischiasse di togliere spazi di diritto da altre parti.

Chiunque non si concentri esclusivamente contro il sistema capitalistico, stando alla posizione al tempo stesso ingenua e distorta di questi «maestri del pensiero tuttologico», fallirebbe l’obiettivo principe e, quindi, in generale fallirebbe.

Con una logica geniale pari a quella di chi, poniamo il caso, individuando l’obiettivo principale dell’essere umano nella conquista del Paradiso, ritenesse inutile o persino dannoso occuparsi della vita terrena, che rispetto all’Eden si rivela inutile e certamente dannosa.

L’UNIVERSALE LOTTA PER I DIRITTI

Sennonché, il diritto non è un gioco a somma zero. Non funziona in maniera per cui se ottieni diritti da una parte (diritti civili, sessuali, della sfera privata in generale etc.), allora automaticamente li togli da un’altra (diritti sociali).

Senza contare che, ad oggi, non essendo stata individuata un’alternativa credibile al capitalismo neppure dai suddetti intellettuali che pur lo maledicono un giorno sì e l’altro pure, ritenere insensata o dannosa ogni forma di lotta che non sia quella al capitalismo stesso, equivale a sostenere l’inutilità di ogni lotta, l’insensatezza di ogni nuovo diritto acquisito.

Ciò, ovviamente, ma alcuni intellettuali non se ne accorgono (vittime della colpevole astrattezza tipica della peggiore categoria), a discapito della qualità della vita (e della morte) di milioni di persone che ancora subiscono ingiustizie, violenza o discriminazioni in virtù del loro genere sessuale, del colore della pelle, delle proprie idee e inclinazioni rispetto alla condotta della propria esistenza.

La lotta per l’estensione dei diritti, per l’universalizzazione della libertà, o la si conduce in maniera unitaria e convinta, nella consapevolezza di un disegno complessivo sensato e lineare (che rimetta al centro l’«idea universale di essere umano», come la chiamavano Hegel e Marx), oppure produrrà divisioni, conflitti fra poveri, egoismi reciproci ad esclusivo beneficio dell’attuale sistema tecno-finanziario e di alcuni intellettuali che lavorano solo ed esclusivamente (ed irresponsabilmente, direi) per la propria ribalta.

Insomma, o costruiamo una cultura politica che, per esempio, oggi, a fronte dei fatti di Colonia permetta ad ognuno di noi di dire «Je sui femme!», ma domani di dire «io sono gay, immigrato, nero, ebreo, senza lavoro», oppure avremo già perso prima ancora di iniziare.

Ignorare questo, in buona sostanza, significa non avere nulla a che fare con quello che un tempo si sarebbe chiamata «emancipazione umana».

  • mario

    a me sembra che il genere umano ha visto solo un primo abbozzo di stato sociale dove si e’ cercato di far valere gli stessi diritti per tutti : con il giacobinismo. Pero’ e’ durato poco. E io penso che non ci torneremo tanto facilmente li…

  • Rita ungania

    Ho letto l’articolo e lo condivido in toto ma lo sento carente per una esaustiva analisi del fenomeno in oggetto. Molto brevemente manca l’ineludibile e incontrovertibile dato di fatto che proprio in occidente e’ avvenuta una rivoluzione culturale aspecifica , sotterranea, ma non silenziosa, pervasiva anche se non dominante, che si chiama movimento femminista degli aa 70. Questo fenomeno ha prodotto uno spartiacque fra il mondo maschile che l’ha subito ,rigettato ,combattuto, ma che non lo ha potuto negare, e quellaltro mondo maschile che non lo ha nemmeno conosciuto. Se vogliamo chiamare cio’ “scontro fra culture'” lo possiamo fare ma avendo presente che la sttoria non si nega, che non separa buoni da cattivi, ma distingue, unisce, analizza secondo ‘fatti scelti’. Il mondo occidentale si interroghi sui meccanismi difensivi, le resistenze e le astuzie messi in atto per non confrontarsi con ilnuovo soggetto donna scaturito da questo fenomeno, ma il mondo islamico deve operare una ben piu’ profonda riflessione: accettare di essere portatore di un diniego pericolosissimo di cio’ che e’ avvenuto nei paesi nei quali intende vivere oggi.