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Ceci n'est pas un blog

Colonia invernale

[A seguire è il tentativo di un ragionamento partendo non da quello che è accaduto che non vogliamo sminuire né ridurre ma sulle reazioni di media e politica. Lo faccio insieme a Valentina, femminista e attivista – attualmente – bolognese]

Nonostante sia passata una settimana dalla notte di Capodanno a Colonia e nonostante le ricostruzioni degli inquirenti siano tutt’ora parziali se non confuse, i media italiani (e non solo) hanno già dato il loro verdetto parlando di “stupri islamici”. Il punto più alto dell’opinionismo giornalistico è stato raggiunto da Magdi Allam che pubblicando un delirio islamofobo (non suo) ha allegato una foto di un gruppo di compagne tedesche che reggevano lo striscione “fight sexism” creando quel cortocircuito che vede nei razzisti, negli islamofobi, negli xenofobi di casa nostra dei neo-femministi pronti a scendere in piazza per “difendere le loro donne”. Assenti dal dibattito tutte coloro e tutti coloro che proprio al contrasto alle violenze di genere dedicano il proprio lavoro o la propria vita. Assente anche, ma non è una novità, il buonsenso e qualsiasi ragionamento. Ad aprire le danze è stato in data 5 gennaio il giornalista (oh di sinistra eh) Beppe Severgnini che linkando un articolo della BBC indicò subito nelle “bande di immigrati” i responsabili delle violenze nonostante che nell’articolo da lui pubblicato non ce ne fosse cenno. Da quel momento in poi, diversi giornalisti maschi italiani hanno riempito colonne e colonne con sfumature diverse, ma tutte pregne di indignazione e di voglia di difendere le donne. Donne a cui nessuno ovviamente ha chiesto un parere, un’opinione. Del resto anche la 27esima ora, inserto del Corriere della Sera che dovrebbe avere proprio “le donne e le questioni di genere” come sue referenti pubblicava un altro delirante articolo, questa volta del sommo Pigi Battista, che dava una connotazione etnico-religiosa agli stupri e alle molestie. Del resto indicare gli altri come i cattivi, è salvifico e assolutorio. Scavalca le nostre cronache piene di violenze sulle donna, con le sue decine di femminicidi, molestie e stupri che si consumano nel nostro paese, soprattutto nell’ambiente familiare.

Non voglio tirarmi indietro rispetto alle tue sollecitazioni sul cortocircuito tra i fatti accaduti e il loro racconto virato tutto in chiave razzista.
In siciliano si dice “nni vonnu ‘a scusa”, agli appassionati di aggettivi roboanti basta un pretesto per iniziare a sbraitare con la bava alla bocca. Ci vuole poco a piegare il racconto di una notizia nelle direzioni che assecondano una descrizione ben precisa della realtà, benché fuorviante.
Non mi voglio sottrarre alle tue sollecitazioni, ma io quel cortocircuito non lo capisco, non nel senso che non lo sappia spiegare – so da dove viene – ma nel senso che mi sembra del tutto privo di logica, motivo per cui reputo in malafade chi lo alimenta. Cito una vicenda personale, che però è paradigmatica e spiega perfettamente cosa intendo. Anni fa sono stata molestata e aggredita fisicamente per strada, a un’ora di punta in una via molto trafficata di Bologna, il mio aggressore era nordafricano, l’unica persona che si è fermata a prestarmi aiuto – in mezzo a una folla di persone che hanno assistito nella più totale indifferenza – era nordafricana.
Non dico altro, è ridondante cercare di aggiungere maggiore chiarezza all’evidenza.
“In generale quando ci sono gruppi di soli uomini fatti o ubriachi, non conta da quale Paese arrivino – scrive Elena Tebano sul Corriere di oggi riportando la testimonianza di un volontario di Colonia – facilmente ne fanno le spese le donne. Di solito qui succede a Carnevale, che attira sempre una grossa folla. La polizia lo sa e arriva con gli autobus per arrestarli. A Capodanno però nessuno se lo aspettava”.
L’unica cosa certa della prima copertura italiana dei fatti di Colonia è che tutti si sono sentiti autorizzati a parlare a nome delle donne tedesche.
Se è frutto di una cultura machista -violenta e prevaricatrice – il sentirsi autorizzati a molestare una donna per strada come fosse un diritto acquisito per consuetudine, allo stesso modo è frutto di una cultura machista e paternalista darsi l’investitura di difensori di pulzelle indifese – ignorando le “pulzelle” stesse – come fosse un diritto di proprietà acquisito.
E, per precisione ed evitare fraintendimenti, non ne faccio una questione di peni e vagine.
La sensazione, però, è che delle donne molestate – del fatto, è questo il punto, che il 2016 inizi sancendo ancora una volta che il corpo delle donne è un campo d battaglia – interessi ben poco a molti. L’analisi si è spostata, vociante, su altro.

Da destra (e da sinistra) si chiede l’intervento delle femministe, come se le violenze di genere siano qualcosa che riguardi soltanto l’universo femminle e femminista. Se ne sollecita l’intervento, si chiede una presa di posizione e non è tollerato il fatto che ci si possa smarcare da un discorso etno-religioso sulla matrice delle violenze.
Innanzitutto, senza tema di smentita, le femministe non hanno mai smesso di intervenire su questi temi. Semplificando, il “musulmano” di oggi è il “romeno” di dieci anni fa, il cattivo è lo “straniero” (parola malamente risignificata e abusata), è una strumentalizzazione che abbiamo già vissuto e che non abbiamo mai avallato, oggi riproposta con toni ancora più preoccupanti. Ma questo può essere bellamente ignorato, dato che non è funzionale al discorso che si vuole fare.
Non mi metterò a difendere nessuna religione, le religioni monoteiste sono intrinsecamente sessiste e coercitive, “la religione sembra abbia paura che tu sia libero” ha detto pochi giorni fa Pippo Delbono in un’intervista apparsa su Repubblica. E non mi metterò a difendere nessuna categoria di persone con l’iniziale maiuscola.
Il tentativo di questi racconti in bianco e nero è proprio quello di metterci all’angolo con il falso sillogismo “se non sei coi buoni allora vuol dire che sei con i cattivi”, dove la lista dei buoni e dei cattivi la fanno gli autoproclamatisi giusti.
Come hai notato, gli appelli al femminismo sono generalmente a base di domande retoriche (“Voi che fate?” “Voi che dite?” “Voi perché non vi ribellate come vi diciamo di ribellarvi?”) , un presupposto che è la negazione del dialogo.
Più in generale, non tener conto del punto di vista di genere, quando si parla di questi argomenti, significa, molto semplicemente, ignorare la realtà.
Ti faccio solo un esempio, l’articolo di Andrea Tarquini su Repubblica di oggi si chiude con queste parole: “In tutte le città tedesche dove la caccia alla donna ha dominato le piazze di Capodanno molte donne, ferite e distrutte nell’animo, esitano ancora a sporgere denuncia”.
Forse, la butto lì, alcune di queste donne che Tarquini sancisce irrimediabilmente “distrutte nell’animo” non hanno nessunissima intenzione di denunciare, e non per paura.

Di fronte a una tale ondata di retorica è difficile avere gli strumenti per reagire soprattutto perché nessun vuol ragionare. Ho la sensazione che sia inutile anche presentare i dati sulle violenze di genere in Italia o in Europa e magari a ridosso delle festività più importanti o dei fine settimana. In questa maniera ho le sensazione che ci si rischia di contrapporci inutilmente. Ma in un modo o nell’altro bisogna cercare di uscire dall’angolo. Come?

Sono d’accordo, non serve vomitare numeri, date, eventi, con la frenesia dell’impossibile botta e risposta, finendo per mimare il modo di agire e di parlare di chi vorremmo contraddire. Forse fermarsi a riflettere e introdurre nei discorsi elementi di complessità non è immediatamente efficace, ma questo non significa che sia inutile. Io non lo credo, credo il contrario.
Dipende da quello che vogliamo e da come lo vogliamo.
E dici bene, ma si sa, la violenza agita dal vicino è sempre più verde.

In chiusura vogliamo ricordare che nessun luogo è neutro rispetto alle violenze di genere e al sessismo, compresi quelli a noi più vicini. Spazi sociali, collettivi, etc., hanno dimostrato negli anni di non essere immuni alla violenza di genere. Non possiamo permetterci di nasconderci, altrimenti non avremmo mai gli strumenti per contrastarla.

  • http://www.prezzon1.com/ Massy Biagio

    Da questo articolo capisco che il problema di quello che è successo a Colonia, sono gli uomini europei che difendono le donne definendole “Nostre”.
    La paura di sembrare razzisti, ormai ha pervaso anche le donne che parlano di stupri e violenze sulle altre donne, non abbiamo via di scampo.
    Moriremo stuprati e consenzienti, per paura di passare per razzisti.
    State dando ragione alla peggior retorica della peggiore destra europea, pazzesco.

  • Alfredo

    L’antirazzismo è una conquista mentale.