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Colbert Nation

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Sia il New York Times che il Los Angeles Times hanno scritto a fine settimana della trasferta di Stephen Colbert e del suo pseudo talk-show satirico in Irak. Per la scorsa settimana il programma Colbert Report e’ stato registrato in una delle regge di Saddam Hussein. Davanti a Colbert invece del consueto pubblico da studio newyorchese, qualche centinaia di entusiasti uomini e donne delle forze armate USA distaccate a Baghdad come si addice agli spettacoli per militari USO (la United Services Organization e’ la struttura che organizza intrattenimento per le truppe in zone di guerra –i famosi spettcoli di Bob Hope ad esempio e le visite di Marylin Monroe in Corea – e nel cinema molti ricorderanno le conigliette playboy scatenate nella giungla vietnamita di Apocalypse). Colbert e’ una figura chiave nella nuova onda satirica americana, un comico di calibro a volte chapliniano, da tre anni conduce una costola del Daily Show di John Stewart, decano dei satiristi liberal, nei panni di un commentatore conservatore plasmato sulle personalita’ della Fox News; mentite spoglie sotto le quali scardina, sovverte e ribalta la retorica del populsimo di destra che impera sui media neocon, ostentando super patriottismo, integralismo religioso, avidita’ e smisurata ambizione. Un operazione dadaista che ha visto l’apice nella celebre performance come speaker di un covegno a Washington in cui a pochi passi da George Bush ha intessuto una sperticata lode del presidente come impavido comandante del Titanic – un atto di teatro dell’assurdo c che ha ridefinito il concetto di giullare di palazzo nella sua piu’ efficace accezione. Nella sua trasferta irachena Colbert non ha deluso i fan elogiando “per sbaglio” l’omosessualita’ nei ranghi, complimentandosi coi soldati per le miglia guadagnate nei ripetuti viaggi in Irak che a molti varranno, ha promesso, un viaggio premio in Afghanistan. Come altre personalita’ artistiche e intellettuali – viene a mente Gary Trudeau e la sua strip Doonesbury – Colbert ha calcato cioe’ il terreno minato dell’ “appoggio ai militari senza avvallare la guerra”. Un territorio di sabbia mobile, perche’ daccordo la solidarieta’ coi soldati, giovani, uomini e donne di solito poveri a volte immigrati arruolati da quella che di fatto e’ una “leva della poverta’”, ma lo spettacolo di reparti militari che partecipano allo show di un popolare conduttore nella capitale del paese di fatto da loro occupato al costo di centinaia di migliaiai di vite, usato come poco piu’ di un colorito sfondo di un varieta’, per quanto ironico, ha fatto pensare – almeno noi – alla problematica questione di dove separare militari dal militarismo. La comicita’ di Colbert e’ tutta giocata sull’equvioco, ma l’applauso dei militari alle stelle e strisce in una base della zona verde male si oprest all’ironia. Un altra questione problematica scaturita dal programma riguarda la partecipazione nientemeno che del presidente USA. Nella prima puntata irachena l’ospite in studio, il massimo comandante delle forze americane, generale Ray Odierno, discuteva con Colbert i meriti della rasatura militare quando sul grande schermo e’ apparso in collegamento proprio Obama, che ha ordinato in qualita’ di comandante delle forze armate, ad Odierno di tosare il cranio di Colbert davanti al visibilio del pubblico. Obama era gia’ stato ospite di Colbert durante la campagna elettorale, ed in seguito ha usato show popolari come quello di Jay Leno per sdoganare direttamente al pubblico le sue inziative politiche. Ma la sua partecipazione in questo caso ha avuto un sapore piu’ gratuito del solito – come se la decisione di apparire e leggere il copione scritto dai writer dello show, scaturisse, nell’era del populismo televisivo, piu’ dall’esigenza ormai scontata di dover pagare il dazio dell’audience che altro. Chiamateci bacchettoni ma per un attimo abbiamo creduto di poter comprendere le ragioni dei conservatori che, pur strumentali e ipocriti, invesicono quotidianamente contro la “love story” fra casa bianca obamiana e media liberal.