closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
losangelista

CityCenter Las Vegas

Las Vegas la citta’ simulacro di se stessa ai tempi della crisi appare lievemente piu’ incongrua del solito, un po’ stanca e ripetitiva, come le battaglie navali dei pirati che ripetono agni 45min. nella laguna artificale del Mirage e i giochi d’acqua musicati nella vasca del Bellagio. Le visite annuali al divertimentificio si sono ridotte di 200,000 presenze lo scorso anno ma come si dice the show must go on e a cominciare dal tinitnnio di slot machine che ti accoglie all’uscita dall’aereo, la citta’ rimane una macina per soldi. Sullo strip c’e’ il solito via vai di rubicondi turisti in scarpe da ginnastica e t-shirt impegnati nel sacrosanto pursuit of happiness che qui solitamente prende la forma della camminata accessoriata di bicchieroni di sgargianti cocktail  offerti dai casino – somma trasgressione nel paese dove ogni altra localita’ vieta l’esibizione di bevande alcoliche in luoghi pubblici – ben piu’ severamente regolate delle armi da fuoco.

Crisi o no l’attrattiva di Vegas e’ predicata sulla trasformazione e la costante innovazione e da un paio di mesi, davanti alla finta torre Eiffel del  Paris si affaccia il nuovo mega-albergo: Aria. Parte di  un complesso “pseudo-urbano multiuso” – concetto che qui si e’ sviluppato per venire  espotrtato in seguito in centinaia di finte piazze, fontane italiche, balaustre di gesso, finti tram in migliaiai di shopping mall a tema sparsi nelle citta’ americane. La lasvegasizzazione e’ dilagata da tempo ma Las Vegas si conferma “ground zero” degli ambienti per il consumo e l’esperienza pilotata e come di consueto e’ costretta a superare se stessa. Tenta di farlo con questo shopping center in guscio architettonico (progetto di Daniel Libeskind e David Rockwell) che e’ vesione tardoconsumista dell’archiettura programmatica elevata a topos postmoderno dalla decostruzione di Robert Venturi in “Learning from Las Vegas” (1972)  testo fondamentale  dello sguardo postmoderno sul kitsch della metropoli –inatteso e stimolante all’epoca quanto quello obliquo di Rayner Banham su Los Angeles. Con gli anni pero’, e le sucessive reinvenzioni di Vegas, e’ diventato evidente che al di la degli spunti capaci di far gioire semiologi e decostruttivisti ovunque, la “citta’ del peccato” rivela,  dietro la maschera la propria essenza di motore dell’iperconsumo – un essenza proclamata programmaticamente da CityCenter con i logo di lusso apposti direttamente al cladding di vetro e acciaio dei grattacieli – l’apoteosi di architettura griffata. Dopo i canali veneziani, le rovine romane, i castelli e  le piramidi, e’ l volta dello shopping center come defintiva meta turistica e non soprende che l’operazione sia sponsorizzata da Dubai World la societa’ di stato che ha convertito l’omonimo emirato in nazione-shopping center, arruolando le piu’ grandi firme dell’architettura contemporanea per creare un parco a tema dell’architettura come merce disneyiana, commodity astratta da ogni contesto che non sia quello spettacolare e del consumo, ridotta cioe; alla stregua della merce che ospita al suo interno. Simulacro di se stessa proprio come lo e’ oggi a Las Vegas.